I LUOGHI D’ARTE NON SONO LUNA PARK

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TERESA LETTIERI

teresa-lettieriSe vi dovesse venire in mente di affermare che gli italian18009843_10209680409270423_74773307_ni non sono cultori dell’arte del proprio Paese pensateci attentamente perché potreste correre il rischio non solo di essere ingiusti ma anche di beccarvi una denuncia (ma che esagerata!). Il polso di questa passione sfegatata per musei, statue, dipinti, palazzi d’epoca e piazze famose va ascoltato proprio durante e dopo le festività comandate. Durante, perché i migliaia di selfie che abbondano rappresentano la storytelling delle gite culturali, con tanto di reportage presso la località scelta, la fila per il biglietto, il panino e la bottiglietta d’acqua durante l’attesa o in qualche posticino individuato tra i colonnati fino ad immortalare l’opera.   Dopo, perché oltre alla segnalazione delle presenze che servono a rincuorare i bilanci statali di ogni ordine e grado, si passa alla conta dei danni, anche questi di ogni ordine e grado. E’ capitato ad esempio, durante queste festività pasquali, a Piazza del Popolo a Roma dove orde di turisti e stanziali hanno preso d’assalto i leoni della fontana del Valadier, peraltro recentemente ristrutturata a causa dell’usura da assalto, ormai diventata una abitudine perpetuata 12 mesi all’anno. Non solo i bambini spinti dai genitori a cavalcare le statue, ma adulti immortalati a cavalcioni si sono susseguiti così come si usa al 17974881_10209680408150395_631754300_nLuna Park, sotto gli occhi dell’esercito di presidio nella piazza, assolutamente indifferente ai giochi di società. Pare che questa consuetudine abbia coinvolto altre opere della Capitale, come la fontana di Piazza di Spagna di recente abbeveratoio di qualche iperaccaldato utente di passaggio regolarmente impegnato a riempire la sua bottiglietta d’acqua; la Fontana di Trevi diventata piscina improvvisata di un uomo che vi nuotava sotto gli occhi attoniti dei passanti; la Fontana del Gianicolo, doccia rinfrescante di tre turiste in bikini e l’elefantino di Piazza della Minerva, sfogo di un teppista accanito contro una zanna. In sintesi, visto che ci sono perché non approfittarne per renderle anche fruibili oltre che fotografabili? Singolare l’apertura della Reggia di Caserta dopo venticinque anni dall’ultima Pasquetta. Un segnale, come è stato riferito dalla direzione che si è fatta coraggio e ha osato con questa prova tecnica in prossimità del periodo estivo, “per ripristinare una legalità e l’immagine di questa terra”. Terribile ascoltare parole del genere in un Paese zeppo di opere invidiate da tutto il mondo utilizzate come pretesto o come modalità per rieducare non al senso civico, alla cultura, ma alla legalità e all’immagine di un terra che per consuetudine viene associata a pratiche malavitose. Certo da un parte bisogna pur cominciare e se l’arte può rappresentare una opportunità si utilizzi anche quella. E  dalle dieci del mattino di Pasquetta, sebbene con il divieto di ingresso a zaini, borse, palloni e cibo, come recitano i cartelli affissi e l’invito a consumare il pic-nic in luoghi diversi da quello, i turisti arrivati con ogni mezzo hanno affollato le biglietterie seguendo un percorso obbligato da transenne e tornelli dopo l’acquisto del titolo d’ingresso e sotto la sorveglianza di circa 50 carabinieri, poliziotti e agenti di guardia di finanza. “Ridare fiducia al pubblico” il resoconto della giornata di Pasqua, che nonostante la pioggia ha contato circa quattromila visitatori. Notizie del genere, obiettivamente, non dovremmo leggerne se si presuppone che ogni popolo debba essere tutore di ciò che gli appartiene, dalle strade ai parchi, dalle opere alla illuminazione, dagli arredi urbani al verde cittadino. Invece, sempre più di frequente accadimenti che raccontano di danni al patrimonio cittadino e in particolare artistico affollano la cronaca 17974679_10209680408270398_1539577293_ncon tanto di foto, servizio televisivo e commenti a margine. Ora è comprensibile che l’importanza di una opera non sia alla portata di chiunque ma è altrettanto vero che un leone di marmo in una delle piazze più significative di Roma non rappresenta un trastullo che sostituisce l’otto volante. Non è necessario conoscere il Bernini, il  Salvi  o Domenico Fontana e tutti i loro lavori per immaginare di avere cura o meglio di non deturpare uno dei loro manufatti artistici. E’ sufficiente, probabilmente, osservare semplicemente una comitiva di giapponesi che fotografa pure la granulometria dei marmi per rendersi conto che quell’oggetto avrà un valore visto che si scarrozzano migliaia di chilometri per venirci ancora a visitare e si chiamano turisti. O è bastevole trattare ciò che ci circonda esattamente come trattiamo ciò che abbiamo in casa e ci appartiene, allungando la visuale oltre la punta del nostro naso e sforzando tutti i neuroni di cui disponiamo per pensare che si tratta sempre di cose che ci appartengono, solo diversamente localizzate. O forse, è arrivato il tempo di cominciare ad essere puniti così come si fa con i malfattori. Occasionissima, meglio una Totòtruffa!

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