MA CHI LA VUOLE LA FERROVIA?

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NINO CARELLA


Alzi la mano chi negli anni ’80 non ha mai pensato, vergognandosene un poco, che l’arretratezza di Matera (ancora vergogna nazionale) si potesse misurare in km di distanza dalla prima stazione ferroviaria decente. Era la Matera anonima provincia del profondo sud, ben rappresentata dal Pasquale Ametrano di Bianco Rosso e Verdone, che per arrivare fin qui dalla lontana Germania, doveva passarne di tutti i colori.

Ma adesso, finalmente, anche Matera avrà la sua Ferrovia, togliendosi di dosso la maglia nera di unico capoluogo d’Italia fuori dalla rete ferroviaria nazionale. Evviva evviva! Il Ministro Delrio ha dato appuntamento al 2022 per il completamento della tratta Ferrandina-Matera (sarebbe meglio dire: Ferrandina-La Martella!) che attende, abbandonata, da quasi quarant’anni: praticamente, due intere generazioni.

Nel frattempo, però, il mondo è cambiato parecchio. Ad esempio volare è diventato alla portata di tutte le tasche; il trasporto su gomma si è diffuso e intensificato ancora di più. E quando a Matera arriverà finalmente il treno, invenzione dell’Ottocento, in molti Paesi d’Europa il motore a scoppio, invenzione del Novecento, potrebbe essere già stato messo fuori legge, a favore di quello elettrico, invenzione del Duemila. Per dire, il progresso.

Ha ancora senso insomma parlare di Ferrovia a Matera come progetto prioritario per rimuovere il gap infrastrutturale della nostra città e in generale della nostra Regione?

Spiace dirlo, ma temo proprio di no. I 220 milioni di euro e oltre stanziati per il progetto, potevano forse essere meglio impiegati per ripensare totalmente la rete stradale interna della regione. Portando qualche strada a scorrimento veloce anche in direzione Campania, visto che la Puglia ci aveva già pensato da tempo e senza neanche attendere le promesse del 2019. E si potevano probabilmente migliorare anche i collegamenti interni, che la Matera-Mare richiede quasi un’ora di percorrenza, autovelox permettendo; e così continuando, Matera-Basilicata2019 rischia di essere appannaggio della sola città dei Sassi, a dispetto del nome. Magari qualcuno sarà anche contento. Bah.

La verità è che è totalmente mancato il dibattito sull’opportunità di quest’opera; come sono mancati tutti i dibattiti che non ruotassero intorno a qualche poltrona e al loro relativo sedere. Fatti salvi qualche sporadico intervento sul web, e i periodici comunicati stampa di qualche parlamentare che all’obiettivo ci ha dedicato anima e cuore.

Il sospetto, allora, che l’opera risulterà alla fine soltanto l’ennesimo intervento spot, dando vita a un simbolo forte a caso, per quanto probabilmente ormai inutile e fuori contesto, pur di dire che si e fatto qualcosa, è più che fondato: infatti, politici regionali e parlamentari hanno così potuto cavalcare una vecchia bandiera (appunto: vecchia), approfittando del vuoto pneumatico prodotto da una classe dirigente locale inqualificabilmente incapace e priva di visione; e il Governo nazionale, dopo aver mandato il commissario (pardon, l’emissario) a controllare lo stato dell’arte – evidentemente si teme la figuraccia internazionale nel confronto parallelo con la Bulgaria! – ha così potuto togliersi l’impiccio della necessità di lasciare un segno tangibile del passaggio del 2019 su questa terra. La Ferrovia a Matera sarà quindi come il nuovo porto per Genova, ultima capitale europea della cultura italiana. Simbolo della sua rinascita. Per fortuna Matera ha cominciato a rinascere anni prima. Se no, stavamo freschi.

Tutto bene allora? Sì, no, forse.

Perché come detto i tempi sono assai cambiati negli ultimi 40 anni. E i fan della ferrovia non sono mica più così tanti. Peraltro, come ben sa chi è costretto a prendere il treno con una certa frequenza, la nuova tratta Matera-Ferrandina andrà ad inserirsi nella vecchia rete ferroviaria del Sud, che fino a Salerno fa acqua da tutte le parti: senza un massiccio investimento per rimodernare quella, allora, i viaggiatori rischiano di essere pochini, quanto i treni che ci passeranno sopra. Ed è peraltro su questa certezza che FFSS ha sempre sconsigliato l’investimento: il bisogno di trasporto lo si può soddisfare in tanti modi diversi, ormai. Ma quando lo si fa notare agli ultràs della Ferrovia a Matera, questi si giocano la carta del trasporto merci. Quelle hanno bisogno dei treni! Peccato però che manchino quasi del tutto le merci, e le relative fabbriche che le producono. Pensare che la Ferrovia ci teletrasporti pure queste, è un po’ come pensare che sia la pioggia a portare le nuvole, e non viceversa. E comunque, non è detto che ogni nuvola porti pioggia.

Quanto al turismo, poi… A parte che il dogma della comoda raggiungibilità non è necessariamente un valore aggiunto: parliamone; ma c’è assai poco da scervellarsi per capire che nessun italiano del nord, men che meno nessun mittel o nord europeo si sorbirà le almeno dodici ore di treno necessarie per raggiungere Matera. Il miglioramento degli ultimi 20 km non pare davvero essere decisivo in questo senso. E se il pensiero è che il treno potrà finalmente collegare Matera agli altri siti turistici del Sud, si denuncia con evidenza la pochezza della strategia perseguita: una città, e una Regione, che potevano risultare centrali nel ricevere e orientare i flussi turistici del Sud, sarà invece miseramente condannata dai nostri ottusi politici a mera tappa di passaggio. La Basilicata poteva insomma, con un’altra testa, essere la piattaforma di arrivo delle milioni di persone che ogni anno raggiungono Pompei, o il Salento; con tutti i vantaggi del caso. Sarà invece, se ci va di culo, il nome di un’altra stazione.

La faccio tragica, va bene, ma è forse il caso di riflettere, se si è ancora in tempo: o, in mancanza di dati organici, verificati e razionali, forniti da un dibattito che come detto è totalmente mancato, alimentando così fantasia e improvvisazione politica, dovremo solo attendere il 2022 per capire se l’investimento sarà stato produttivo, o se invece si rivelerà l’ennesimo spreco del Sud.

Nelle elezioni comunali del 2015 si contrapposero due tesi: chi diceva che in poco tempo e con pochi soldi si poteva far molto migliorando quel che c’era, e chi puntava a far leva sulla fame di servizi e su uno sciocco ma diffuso complesso di inferiorità della comunità, per rivendicare faraonici investimenti cui avremmo avuto finalmente diritto; mettendo nel paniere dei sogni le ferrovie, le autostrade, addirittura gli aeroporti, senza contare i teatri, i parcheggi e tutto quello che la fantasia poteva suggerire. Tanto a far chiacchiere si fa presto: costano poco, e certamente non valgono di più.

Avrebbe vinto quest’ultima proposta, com’è noto. Realizzando però in due anni assai poco, e arrendendosi praticamente subito all’evidenza della sua follia, e al respiro corto di una conclamata incapacità di programmazione.

Oggi però le due visioni governano insieme.

Il compromesso necessario, rischia però di essere solo un altro, grande, e inutile pasticcio.

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Nino Carella

Ho impostato il navigatore in direzione aziendale ma, blaterando di democrazia e di sviluppo, ho svoltato a sinistra finendo dritto addosso a un blog: ed erano già passati quarant'anni.


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