UNA LISTA O DUE? DA SOLI O COL PD? TUTTI I DUBBI DELLA SINISTRA

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Marco Di Geronimo

Marco Di Geronimo

Ricostruire la sinistra o il centrosinistra? Attorno a questa domanda sta bollendo tutto il pulviscolo rosso che per anni è stato alleato col Partito democratico. In questi giorni si terranno tappe fondamentali per capire come andrà a finire questo fermento. Ma senza mettere un po’ d’ordine, è impossibile comprendere cosa sta succedendo. Vediamolo assieme.

Sostanzialmente – nessuno vuole dirlo ma è così – la differenza è: posto che i partitini di sinistra vogliono fondersi, dovranno poi allearsi col PD oppure no? La differenza tra centrosinistra e sinistra, in effetti, sembra tutta qui: includere quel che rimane dei democratici (ovvero i cattolici e i progressisti liberal) in una Santa Alleanza Riformista o costruire un quarto polo alternativo in tutto e per tutto.

Mettere tutti d’accordo su una risposta a questa domanda realizzerebbe un sogno sempre inseguito e mai realizzato degli elettori rossi: la lista unica della sinistra. I partitini che dovrebbero aggregarsi sotto lo stesso simbolo sono tanti: Articolo 1 MDP (gli scissionisti di Bersani e D’Alema), Campo progressista di Pisapia, Possibile di Pippo Civati, Sinistra italiana (nata dalle ceneri di SEL e che ha Nicola Fratoianni come leader) e perfino quel che rimane di Rifondazione comunista e del Centro democratico di Tabacci.

Ma anche se «siamo tutti compagni», sta riprendendo quota l’ipotesi delle due liste separate. Lo sbarramento sarà al 3% (quello del Consultellum) e non al 5% (pensato nel Germanicum), quindi ci potrebbe essere posto per due in concorrenza. Perché due? Presto detto: da una parte vorrebbero candidarsi, sotto l’egida di Pisapia, quelli che vogliono il centrosinistra e l’alleanza col PD. Dall’altra, tutti quelli del «quarto polo», e cioè SEL, Possibile, Rifondazione.

A giocare questa partita c’è però anche Matteo Renzi. Il segretario del PD sta riuscendo nell’impresa di disinnescare l’influenza degli scissionisti di MDP nella costruzione della Cosa Rossa (prima li ha esclusi dal PSE, adesso afferma che non vuole candidarsi con loro ma apre a Pisapia, che MDP inseguiva, e chiude a SI, corteggiata da MDP ma che detesta Pisapia).

Alla fine della fiera, sembra quasi che la sinistra non sia in grado di mettere in piedi una vera proposta alternativa, capace di camminare sulle proprie gambe. I fautori del centrosinistra (e dell’alleanza coi democratici) non hanno nessun seguito nell’ala più radicale della propria parte politica, perché le politiche di Renzi sono apparse indigeribili a tutti gli elettori rossi. Smantellare lo stato sociale non è una buona mossa per accattivarsi chi crede nello stato sociale (e il profondo dissapore tra Renzi e Fratoianni sul Jobs Act lo rende esplicito).

D’altra parte, Possibile, Rifondazione e Sinistra italiana non sembrano intenzionati a scrivere un programma di lungo periodo e a costruire una casa comune, preferendo dar vita a una «lista civica nazionale», cioè un cartello temporaneo per passare lo sbarramento «e poi si vede», rimanendo entità distinte. Una strategia che non ha pagato (basti ricordare i casi di Sinistra Arcobaleno, Sinistra & Libertà, Altra Europa con Tsipras, eccetera).

A essere divisiva, del resto, non è tanto la figura di Renzi ma la politica del Partito democratico. Da anni il PD preferisce la terza via, cioè riduzione delle tasse, contrazione della spesa, smantellamento dello stato sociale e riduzione delle tutele lavorative: una ricetta che non solo ha prodotto risultati messi in dubbio dalle sinistre sul piano pratico, ma che è totalmente avulsa dai valori e dagli ideali che agitano le bandiere rosse. Anzi, spesso è confliggente.

Il nocciolo del problema è tattico, e non strategico. Quasi tutti i partiti già citati sono d’accordo su cosa fare e sui valori comuni (più tutele lavorative, riduzione dell’età pensionabile, estensione delle tutele sanitarie, sostegno alle nuove tecnologie e alle risorse alternative, maggiori finanziamenti alla scuole e all’università): è come farlo che non li mette d’accordo.

Bersani e Pisapia ritengono che sia inevitabile scendere a compromessi col PD per vedere una parte del programma realizzata. Fratoianni e Civati obiettano che il PD non è più credibile e dubitano che sia disposto a invertire la rotta e a ritornare a politiche socialdemocratiche: tanto vale agire da soli, perché in tutto il mondo i cittadini hanno premiato le proposte isolate in questo senso (vedi Sanders, Iglesias, Corbyn, Tsipras, Melenchon…).

Il 18 giugno si terrà a Roma un incontro organizzato da Tomaso Montanari e Anna Falcone: sarà il quartier generale del «quarto polo», in cui tutti quelli del «ricostruiamo la sinistra senza il PD» discuteranno di temi e programmi. È un appuntamento al buio tra Sinistra italiana, Rifondazione e Possibile cui sono invitati tutti gli altri partiti, Bersani e Pisapia inclusi. Un tentativo disperato di impedire a Campo progressista e Articolo 1 di imprimere sulla Cosa Rossa il marchio di alleato del PD a prescindere, quell’«àncora a sinistra della coalizione», come s’era presentata SEL nel 2013.

Pochi giorni dopo, il 1° luglio, si terrà invece «Insieme», l’evento organizzato da Pisapia. L’ex sindaco di Milano ha già detto che non sarà a Roma il 18 giugno, il che ha sollevato vivaci proteste nell’area più radicale. L’impressione che il federatore sia intenzionato più a escludere che a includere (tempo fa sembrava quasi che avesse già messo un veto su Sinistra italiana) si fa sempre più forte tra i progressisti.

In tutto questo, Articolo 1 è in preda a vere e proprie crisi di panico, perché al suo interno la strategia della doppia lista sembrava ormai scongiurata ma adesso, con Renzi che cerca di tenerli fuori dall’abbraccio con Pisapia, serpeggia la paura di doversi accodare a Fratoianni e Civati nel disperato tentativo di sorpassare lo sbarramento senza cedere voti all’altra lista.

In un clima di tensione elettorale gestito ad arte da Matteo Renzi (che alterna dichiarazioni con cui preannuncia elezioni in autunno con altre in cui ribadisce di voler arrivare al 2018), le speranze che i leader della sinistra sappiano mettersi attorno a un tavolo e scrivere un manifesto comune con cui presentarsi ai cittadini (e poi, eventualmente, trattare col PD) si affievoliscono sempre di più.

Una brutta notizia per chi auspica all’agognata unità. Anche perché il cartello elettorale disseminato di forse, però e note a margine impedisce la nascita di un partito unico. Mentre una lista che condivide un programma di lungo periodo sarebbe il primo passo verso la fusione.

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About Author

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Seguo imperterrito la F1 e tutte le formule che mi capitano a tiro. Nel frattempo studio e scrivo (di corse, naturalmente). Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Mi occupo di Formula Uno e di IndyCar per Talenti Lucani. Sono redattore anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le news di IndyCar e Formula E.