PERCORSI D’ARTE SACRA, LA SPLENDIDA TURSI

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Iolanda Carsebaste puglia riconoscenteella e Salvatore Sebaste

 

 

 

Tursi

I ritrovamenti archeologici del IX-VIII sec. a.C. rinvenuti nelle necropoli di Conca d’oro, di Cocuzzolo e di Valle Sorigliano e custoditi nel Museo della Siritide di Policoro sono molto indicativi. Infatti, le tombe ad inumazione coperte da ciottoli di fiume o le sepolture a tumulo riservate all’aristocrazia guerriera fanno dedurre che la cristiana Anglona, sorta sulle rovine della pagana Pandosia, fu un centro greco di notevole importanza.

Il rinvenimento d’alcune monete del III o IV secolo testimonia che, nella contrada Murata, esisteva un piccolo villaggio già in epoca romana. I Goti vi edificarono il Castello e, con l’arrivo dei fuggiaschi della città di Anglona, distrutta nel 410 dai Goti, iniziarono le prime costruzioni intorno alla fortezza. I Saraceni si stanziarono poi nel borgo già esistente, che fu chiamato da loro Rabatana, dall’arabo Rabhadi, borgo. Nel decimo secolo, coi Bizantini, il nucleo abitato cominciò ad estendersi più a valle e nel 968 Anglona è attestata come sede vescovile di rito greco-bizantino.

Con la conquista normanna Tursi ed Anglona furono suffeudi della contea di Montescaglioso. Dalla seconda metà del XIV secolo fino al XVI secolo il feudo appartenne ai Sanseverino. Nel 1572 fu acquistato dalla famiglia Doria che la possederà fino alle leggi abrogative della feudalità.

La città si chiamò Turcico, forse dal nome del suo fondatore, Tursikon al tempo dei Bizantini, Tursico, Torsia, argini a rattenere le piene invernali ed infine Tursi.

L’antico borgo medioevale (fig. 1), sempre più isolato dal contesto urbano, finì per essere quasi abbandonato a cominciare dal secondo dopoguerra. In quest’antico borgo della Rabatana il Castello, imponente fortezza, residenza del feudatario, rifugio dei malviventi durante il brigantaggio, comunicava attraverso un passaggio sotterraneo con la Chiesa di Santa Maria Maggiore.

2 PALAZZO BARONALE

Tursi è ricca di molte chiese e d’edifici religiosi, edificati tra l’XI e il XVI

3 PORTALE

secolo, e di palazzi signorili del Seicento, del Settecento e dell’Ottocento. Sono da vedere (fig. 2) il Palazzo baronale su cui sono sistemate tre statue litiche e i palazzi Brancalasso, Latronico, Ginnari-Guida, Panevino, Donnaperna, Ranù, Guida. I portali in pietra (fig. 3) sono riccamente decorati a testimonianza di quanto era diffuso l’artigianato in quel periodo.

4 S. M. MAGGIORE AGONIA DI GESÙ NELL’ORTO DEI GETSEMANI

Alla Rabatana, nel 1546 fu costruita (fig. 4), sulla primitiva costruzione eretta dai monaci basiliani nel IX secolo, la Chiesa di Santa Maria Maggiore. Il portale, dalle linee semplici, è del Quattrocento. L’interno è a due navate. Ai lati dell’altare maggiore ci sono due grandi affreschi, del 1901, del pittore bernaldese Cosimo Sampietro che raffigurano la Samaritana al pozzo di Giacobbe e  l’Agonia di Gesù nell’orto del Getsemani. In queste opere l’artista riesce a creare un linguaggio pittorico originale e personalissimo, che spazia nella rigorosa ricerca degli antichi valori estetici e morali. 

Ben presto si potrà riammirare il bellissimo ed antico trittico a sportelli, d’ignoto pittore, attivo verso l’ottavo decennio del Trecento, della scuola di Giotto. Il dipinto su tavola, che attualmente si trova nel palazzo vescovile di Tursi dopo il restauro della Sovrintendenza ai Beni artistici della Basilicata, sarà rimesso nella cappella a destra dell’altare. Il trittico raffigura la Madonna col Bambino in trono e, nelle ante ribaltabili, il Battesimo di Cristo, la Nascita del Battista, la Visitazione e la Morte della Maddalena, la Penitenza, la Cena di Betania. L’opera potrebbe provenire da una fondazione monastica o da un edificio dedicato alla Vergine Deipara e potrebbe allora trattarsi della Cattedrale di Anglona. La struttura iconografica del dipinto, infatti, rispecchia la problematica ieratica: due angeli inginocchiati a braccia conserte, aureole dilatate, grandi ali tese in alto e soprattutto i tre episodi celebrativi di Giovanni Battista e della Maddalena, santi privilegiati nell’ambito francescano, in ascesi mistica inversa a quella cronologica. Nei dipinti si riscontra un racconto composto ed aristocratico, un’eleganza raffinata nei personaggi, vestiti con abiti regali anche nel momento della penitenza e una minima decorazione con piante tutte uguali lungo le balze delle collinette.  

A destra dell’ingresso principale c’è  un’acquasantiera a vaschetta, sostenuta da una mano, del 1518, di un’originale decorazione scultorea che anima di vita la pietra, mentre a sinistra si trova un fonte battesimale del Settecento. Alle spalle dello stesso ingresso si vedono gli affreschi del Settecento la Strage degli innocenti di Sennacherib e la Cacciata dei profanatori del tempio.

La chiesa è impreziosita dalla cripta, che è un vero gioiello d’arte, tutta affrescata da artista dell’ambito di Simone da Firenze nel Cinquecento e nel Seicento che ha raffigurato

SIBILLE PROFETI E SANTI

(fig 6 ) sibille, profeti, santi e un ciclo dedicato alla Vergine. In queste composizioni equilibrate e semplicissime, si notano colori sobri e pacati accostati nelle diverse gradazioni con grande delicatezza, in un gioco di linee sottili ed incisive. Nella cripta spiccano ancora (fig. 7) il quattrocentesco Presepio in pietra policroma di Altobello Persio, nobile di Montescaglioso, il quale impresse alla agili figure, nobilmente movimentate, pregne di verismo e di un singolare gusto per la stilizzazione intesa in funzione dinamica una sensibilità decorativa ed architettonica, creando un giuoco di corrispondenze fra loro; il Crocifisso ligneo fiammingheggiante del XV secolo, ora temporaneamente in cattedrale, il (fig. 8) sarcofago De Giorgi in pietra del 1550, con stemma raffigurante S. Giorgio e l’Incoronazione di Maria, della metà del Cinquecento che si trova sull’altare.

Ancora alla Rabatana, nel centro storico, dove le linee delle strade strette s’intersecano tra loro creando un insieme di forme scultoree simili a note musicali, si incontra (fig. 9 ) la casa del poeta Albino Pierro, noto poeta dialettale di Tursi.

In Via Giannona si trova (fig. 10) la Chiesa di San Filippo Neri, protettore del paese, fondata nel 1661, come si può rilevare dalla lapide posta sopra un pilastro a destra. L’interno (fig. 11) molto elegante è a tre navate ed è caratterizzato da un rigoroso equilibrio formale, che consapevolmente si contrappone all’esuberanza fantastica delle forme barocche. Nella navata sinistra si notano dei reliquari, la statua lignea di San Filippo, un (fig. 12) Crocifisso ligneo del Settecento, realizzato con rigoroso equilibrio formale che si contrappone all’esuberanza fantastica e all’aperto dinamismo delle creazioni barocche. La chiesa conserva ancora le tele ad olio del Settecento: (fig. 13) l’Apparizione della Madonna a S. Filippo Neri e l’Incontro di san Filippo Neri con il cardinale Baronio e i quattro Evangelisti, opere di Simone Oliva di Tursi.

Vi sono anche degli affreschi provenienti dalla chiesa di san Rocco, alcuni attribuiti a Simone Oliva.

Nel presbiterio c’è la statua lignea di San Filippo e quattro rosoni dipinti dall’artista Paradiso, di Corleto Perticara. L’altare maggiore con paliotto ed altri due altari nelle navate laterali (entrambi con paliotto) sono decorati in gipsoplatica, cioè con scagliola di gesso.

Nella navata destra ci sono un’acquasantiera e la tela dipinta ad olio  della Crocifissione di scuola napoletana, in cui si nota una solida e plastica impostazione dei volumi, con le figure e il paesaggio organizzati in una rigorosa sintesi spaziale, poco conosciuta ai pittori locali dell’epoca (entrambe le opere sono del ‘700).

Al centro del paese è ubicata la Chiesa Cattedrale dell’Annunziata, rimaneggiata nel 1988 da un incendio e restituita al culto dei fedeli il 25 marzo 2000, dopo essere stati completati i lavori strutturali e di rifinitura. Nell’incendio moltissime opere d’arte furono distrutte: alcune sono ancora in fase di recupero, altre sono riproposte perché restaurate nella sacrestia, che fu l’antica chiesa edificata nel Trecento.

Nel secolo successivo fu ampliata e nel 1546 fu elevata a Cattedrale dal Papa Paolo III. Essa  è a forma di croce latina con tre porte d’ingresso sulla facciata principale, corrispondenti alle tre navate: due laterali con volte a crociera e una centrale, sorretta da sei pilastri con volte a tutto sesto, come i venti finestroni. Il campanile, a pianta quadrata, termina con un tamburo ottagonale sormontato da una cupola a cuspide. L’abside ha un’ampia volta a crociera, il controsoffitto è stato rifatto in tavolato con la copertura metallica che ha sostituito il legno; i disegni hanno rispettato le antiche decorazioni d’origine arabe, con i medaglioni centrali che rappresentano l’Annunciazione e i laterali, nei transetti, che raffigurano l’Assunzione e l’Incoronazione. L’altare maggiore), di colore verde, fu realizzato nel 1726 dal maestro Donato Merodo da Taranto. Sull’altare domina il Crocifisso, del XVII secolo, proveniente dalla chiesa di Santa Maria Maggiore. In questa scultura lignea si può notare che la figura umana del Cristo, pregna di drammatica ed umana intensità, assume solidità e massimo vigore plastico. Sui pilastri si notano affreschi di buona fattura del XVII secolo, le cui illustrazioni sono di notevole interesse per le tenere sfumature dei colori e per le morbide linee che compongono le composizioni. A destra dell’altare maggiore (fig. 19) c’è l’Annunziata in pietra del maestro di Noepoli del XVII secolo, le cui figure hanno un atteggiamento nobilmente movimentato caratterizzate da un singolare gusto per la stilizzazione intesa in funzione dinamica.

Il Convento dei Cappuccini, edificato nel 1568, soppresso nel 1807, ritornò a vivere con i Borboni. Soppresso e abbandonato nel 1866, fu acquistato verso la fine dell’Ottocento da mons. Virgallita, il quale ampliò la costruzione esistente e ne fece la residenza estiva del Seminario. Verso la fine degli anni Quaranta del XX secolo, fu ristrutturato dal vescovo Quaremba ed adibito ad ospedale, convento delle Suore del Sacro Cuore che si occupano di fanciulle orfane e di anziane. La chiesa annessa al convento, dedicata prima alla SS. Trinità e poi a S. Rocco, conserva la tela, posta sull’altare maggiore, della SS. Trinità e una serie di medaglioni, sulle pareti, che raffigurano gli Apostoli.

A Tursi opera il pittore locale Luigi Calderaro, il quale è presente nella sede della Comunità Montana del Basso Sinni col dipinto Donne col barile. Le opere  di questo artista figurativo mostrano irruenza coloristica, foga violenta per cui i particolari diventano semplici elementi della composizione e i volti divengono maschere ricollegandosi ai moduli drammatici della pittura espressionista degli inizi del secolo.

 

Santuario di Santa Maria di Anglona

A sei chilometri dal centro abitato è la più importante chiesa di Tursi, perché Anglona fu, forse, sede vescovile di fondazione apostolica: di san Marco evangelista o di san Pietro nel suo viaggio per Roma. Fu diocesi fino al 1545, quando il Papa Paolo III trasferì la diocesi a Tursi dove si era ormai costituito il nuovo centro abitato e si chiamò diocesi di Anglona-Tursi. Ora il santuario è ciò che resta del borgo sorto nel X secolo sul sito della greca Pandosia, poi distrutto e rinato sotto Federico II.

Dal 1931 è riconosciuto monumento nazionale. Nel 1967, durante i lavori di restauro, che riportarono la chiesa alla sua originaria bellezza, furono rinvenuti alcuni resti di una precedente cattedrale che, secondo il Nigro, potrebbe risalire al VII-VIII secolo.

All’ingresso della chiesa si nota  un protiro, con volta a crociera, sostenuto da quattro colonne con portale decorato da una fascia a denti di sega; i bassorilievi dell’Agnello, simbolo di Cristo e degli Evangelisti sovrastano l’arco; formelle in cotto con raffigurazioni zoomorfe, d’influenza araba, sono incastonate sulle pareti esterne del transetto e dell’abside.

Melchiorre di Montalbano scolpì i rilievi lapidei del campanile e dell’interno della chiesa. L’interno (fig. 24) è a croce latina, a tre navate, divenute asimmetriche, forse per crolli. Anticamente era tutta affrescata con scene del Vecchio e Nuovo Testamento nelle navate e con santi sui pilastri. Ora sono visibili solo quelli dell’unica parete originaria della navata centrale che raffigurano: Episodi della Genesi, dell’Arca, l’Offerta di Melchisedec, il Sacrificio d’Isacco e la Benedizione di Giacobbe. Questi affreschi risalgono al XII-XIII secolo, mentre i dipinti sui pilastri ) e la scultura lignea della Madonna col Bambino sono del XV secolo.

 

Bibliografia

  • Rocco Bruno, Storia di Tursi, Moliterno, Porfidio, 1989.
  • Giacomo Racioppi, Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata, Roma, Ermanno Loescher, 1889, ristampa anastatica, Matera, Grafica BMG,
  • Appella, Bubbico, Ceccarelli, Zampino, Calabria e Lucania – I centri storici, Milano, Scheiwiller, 1991.
  • Anna Grelle, Arte in Basilicata, Roma, De Luca Editore, 1981.

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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