Riconversione e rilancio di aree industriali: alcuni spunti utili anche per la Basilicata

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I processi di deindustrializzazione che colpiscono l’intero Paese, ed in modo particolare le regioni del Mezzogiorno come la Basilicata, lasciano dietro di sé gli scheletri fisici di un modello di sviluppo industriale oramai consumato, quello che, attraverso l’Intervento Straordinario, aveva creato, nel Sud, una rete molto fitta di zone industriali attrezzate gestite in autonomia, sotto il profilo pianificatorio, urbanistico ed autorizzatorio, dai relativi Consorzi ASI.

Come restituire linfa vitale ad aree industriali spesso in affanno, altrettanto spesso dismesse e trasformate in cimiteri produttivi? E’ una domanda cruciale per il sud, che non ha una risposta semplice, perché mette in campo una pluralità di discipline, dall’urbanistica all’economia industriale, fino all’ingegneria ambientale, e compatibilità di tutti i tipi, sociale, produttiva, politica e ambientale. Alcuni casi di una regione vicina alla Basilicata, ovvero la Puglia, possono servire da orientamento per qualche ragionamento riutilizzabile anche per la Lucania. Un recente articolo di Tiziana Crovella, per la XXVII Conferenza Italiana di Scienze Regionali[1], prova a dare qualche idea basata su esperienze concrete.

Un prima tassonomia delle aree industriali dismesse, riportata dall’articolo citato, rinvia a Gambino (2001, in Scarpocchi 2003) è la seguente: 1) aree della protoindustrializzazione, derivanti da antiche colture; 2) aree della industrializzazione matura, derivanti da antiche culture produttive; 3) aree derivanti da impianti obsoleti, soprattutto ottocenteschi; 4) aree derivanti da impianti mai nati, mai terminati o di breve durata (c.d. cattedrali nel deserto) – tali aree, aggiungo, sono tipiche dell’industrializzazione meridionale, si pensi alle aree nate nella Piana di Gioia Tauro per la nascita, mai avvenuta, di un polo siderurgico; 5) aree e impianti interessati da processi di rinnovo e riconversione socio-economica negli ultimi decenni; 6) aree e impianti non più utilizzati dall’agricoltura e situati in contesti periurbani da bonificare. Si tratta spesso di aree industriali con rilevanti problemi di inquinamento delle attività produttive pregresse, non utilizzabili dall’agricoltura né per finalità abitative, e che rientrano fra i siti SIN, come, ad esempio, l’ex area chimica della Valbasento.

Alcuni casi di successo della Puglia sono rappresentati, ad esempio, dal progetto Laboratori Urbani: citando la Crovella, “destinata al recupero di edifici pubblici abbandonati (ex opifici, ex mattatoi, ex fabbriche, ex manifatture) da trasformare in spazi per i giovani, per rispondere alla carenza di luoghi per la creatività e per l’espressione giovanile e, nello stesso tempo, per valorizzare il contributo delle nuove generazioni alla rigenerazione delle città e degli spazi urbani. Tutte le attività create nei Laboratori Urbani sono realizzate da associazioni o imprese responsabili della gestione degli spazi, selezionate dalle amministrazioni proprietarie degli immobili con procedure ad evidenza pubblica. L’azione Laboratori Urbani oggi risulta essere la più grande iniziativa per i giovani mai realizzata da una regione italiana e la stessa Regione Puglia nel 2009 è stata premiata dalla Commissione Europea come best practice nell’ambito dell’anno europeo della creatività e dell’innovazione”.

Altro esempio sono i PIRP, Programmi Integrati di Rigenerazione delle Periferie, previsti dalla legge regionale 20/2005, che sono promossi dai Comuni ed attuati con la collaborazione di organismi pubblici, imprese, cooperative, associazioni e privati e perseguono l’obiettivo della rigenerazione delle periferie urbane, siano esse fisicamente esterne o interne alla città consolidata, colpite da degrado fisico, sociale ed economico, attraverso azioni mirate al miglioramento della qualità ambientale, alla rigenerazione ecologica della città, alla promozione dell’occupazione e all’impiego dell’imprenditoria locale. I PIRP inoltre sono elaborati con la partecipazione attiva degli abitanti, atta a garantire interventi che rispondano ai loro bisogni e favoriscano il miglioramento della qualità della vita.

In termini più generali rispetto agli strumenti concreti messi in campo dalla Puglia, per un approccio programmatico al tema della rigenerazione delle aree industriali possono essere citate le proposte fatte da Federdistribuzione durante l’audizione parlamentare del 28 febbraio 2019. Secondo tale proposta, non bisogna avere un approccio puntuale area per area, ma elaborare una strategia complessiva, che coinvolga il livello nazionale e quello regionale, volta a:

  1. fornire un quadro chiaro dei ruoli di ogni Ente nell’ambito dell’iter procedurale che bisogna intraprendere per attivare i processi di recupero delle aree dismesse e di contenimento del consumo del suolo;
  2. dare tempi certi alle singole fasi di valutazione ed al rilascio delle autorizzazioni e dei pareri, che siano quanto più possibile brevi, per permettere di realizzare i progetti in tempi congrui;
  3. semplificare quanto più possibile le procedure, per evitare dispersione di tempi e costi;
  4. individuare strumenti pratici per le Amministrazioni al fine di evitare situazioni di stallo che alimentano il degrado delle aree dismesse da rigenerare;
  5. promuovere sistemi di premialità/penalità per agevolare gli interventi degli imprenditori interessati al rilancio delle aree;
  6. incentivare il coinvolgimento e il ruolo dei privati nel processo di promozione del recupero delle aree dismesse, rafforzando il confronto e la concertazione con le Amministrazioni, non solo in fase di attuazione degli interventi;
  7. porre tra gli obiettivi degli interventi di recupero delle aree dismesse i benefici socio-economici conseguibili attraverso gli interventi di recupero e riuso del suolo edificato (in particolare in ambiti urbani); i processi di recupero delle aree dismesse devono essere riconosciuti come uno strumento primario per l’innalzamento della qualità di vita e dell’attrattività dei contesti urbani; per ottenere ciò, risulta fondamentale favorire interventi caratterizzati da mix funzionale, che includa anche la funzione commerciale.

Dal punto di vista specifico della Regione (ad esempio della Regione Basilicata) tale approccio richiede almeno quattro elementi:

  1. una revisione completa della normativa regionale-quadro in materia di urbanistica e pianificazione territoriale oppure una legge ad hoc;
  2. la definizione di un modello tecnico-amministrativo più snello di recupero e bonifica ambientale dei siti industriali dismessi, onde evitare le lungaggini infinite della SIN Valbasento, ancora oggi non pienamente recuperata sotto il profilo ambientale;
  3. incentivazioni procedurali ed amministrative, nel caso di interventi di recupero di aree dismesse, tramite la promozione di concorsi di idee e di progettazione partecipata, incentivazione a vario titolo degli interventi di edilizia bioclimatica e di risparmio energetico (semplificazione delle procedure, riduzione delle tempistiche dei processi autorizzativi di nuove strutture produttive o commerciali che prevedono un inserimento funzionale in aree dismesse, ad esempio utilizzando i modelli normativi di snellimento procedurale all’insediamento sperimentati, in altro ambito, nelle Zone Economiche Speciali, ecc.);
  4. interventi di valorizzazione e messa a disposizione per eventuali nuovi investitori di risorse energetiche in grado di abbatterne la bolletta, ad esempio, nella Valbasento, con il recupero a fini energetici del gas naturale, oppure realizzando, laddove la riconversione ad agricoltura sia impossibile per ragioni legate a persistenti condizioni di inagibilità dei terreni, coltivazioni di tipo industriale atte, insieme alla combustione dei rifiuti, a consentire la localizzazione di bioraffinerie, di metanolo ed altri combustibili di tipo green, puntando a creare convenienze localizzative per colossi come la stessa Eni, e quindi inducendola, finalmente, ad investire sul territorio, oltre la mera spremitura petrolifera.

Come è possibile vedere da questo rapido excursus, occasioni immediate di riattivare progettualità e risorse anche in quei simboli dell’esaurimento di un ciclo dello sviluppo come le aree industriali dismesse, è sempre possibile. Basta volerlo.

[1] “Urban Social Innovation: Riqualificazione E Ri-Uso Degli Spazi Industriali. Buone Pratiche E Politiche Sostenibili In Puglia”.

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Sull' Autore

Riccardo Achilli

Valutatore di politiche pubbliche di investimento, economista e statistico, specializzato in sviluppo locale, politiche industriali e politiche sociali. Fa parte del nucleo di valutazione degli investimenti pubblici della Regione Basilicata, e collabora come ricercatore e consulente presso numerosi centri studi economici (Osservatorio Banche Imprese, Istituto Guglielmo Tagliacarne, Si Camera, SRM).

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