SARACHELLA IN GIRO PER I VICOLI, NEI GIORNI DELLA MERLA

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LUCIO TUFANO

 

 

La vicenda della maschera potentina non è oggetto da storiografi o antropologi della Università perché se ne faccia uno studio approfondito e, possibilmente se ne possano riscolpire i tratti somatici, magari rintracciandone le origini, se ne scruti il contesto storico. Ne credo valga molto proporre ulteriori elementi in favore di una idea, nata dalla fantasia e dalla voglia di teatro e che nel teatro deve trovare la sua completa realizzazione.

È per questo che si è pensato di corredare di una maschera, tratta dalla commedia sociale, una delle poche città che in Italia ne è tuttora priva.

Un simbolo, forse un emblema, ricavato da quella fatidica “corte dei miracoli” nostrana di meandri scuri, di vicoli stretti, di sottani con tendaggi di ragnatele sulle porte corrose degli abituri, il risultato di una accurata indagine nel vecchio microcosmo della nostra città dei tempi lontani, per cui si è studiato, si è scritto, cercando tra fiaba, piazza e mercato, tra grottesco ed antropologia, e passando in rassegna figure, nomignoli, aneddoti e vecchie testimonianze. Il tutto riesumato dalla palude dell’anonimo, dell’indifferenza, del compatimento, e dalla smemoratezza per inserirla nel novero di una ribalta, di cui ha bisogno un prototipo della commedia sociale per entrare nella commedia dell’arte.

Porla nelle mani degli storiografi, degli accademici, dei professori di sociologia ed antropologia affinché ne diventino gli architetti, mi sembra un po’ paradossale.

Ben si sa che non c’è mai stata maschera che non fosse partorita dalla penna degli scrittori.

Se si è elevato a “maschera” uno dei soggetti trascurati o trascurabili della vecchia città di sottouomini, sottovalenze e sottoproletari, un nome ricavato dalla fiabesca anagrafe contadina e perché da che mondo è mondo, le maschere hanno avuto i loro padri in Plauto, in Terenzio, in Rabelais, in Pulci, in Teofilo Filengo, in qualcuno insomma che, dall’impasto tra la fantasia, poesia e fiaba e senso del comico ne proponesse i caratteri somatici ed i personaggi da fare utilizzare ai commediografi ed ai teatranti al fine di elevarli al rango di teatro. Per soddisfare una tale esigenza si sa come Dostoevskij avesse fatto recitare perfino agli ergastolani della Siberia, grazie ai loro caratteri somatici e come negli spettacoli simbolisti e decadenti in Russia fossero stati adoperati, per mancanza di maschere, saltimbanchi, soggetti grotteschi del sottopopolo e baracconi da fiera … ed anche qualche nostra maschera arrivata fin là sulle scene di Pietroburgo e Mosca, come Arlecchino e Pierrot.

Si era agli inizi del ‘900 ed in Russia, come in altre parti d’Europa, si verificava il successo dell’attore improvvisato ad improvvisatore per nulla succubo del copione, bensì modello suggestivo di un teatro di piazza, tratto da quella sorta di commedia sociale del popolo antiletterario per natura, prima che per vocazione.

Si sa come il teatro italiano si fosse diffuso in Russia in ricordo dei comici dell’Arte, eccezionalmente arrivati tra il 1773 ed il 1775 a San Pietroburgo per l’incoronazione dell’imperatrice Anna Ioannovna e che vi avessero lasciato tracce consistenti, difatti Mejerchol’d, nel rappresentare un’opera di Blok “La baracca del saltimbanco”, si riferiva alle tematiche della nostra Commedia dell’Arte, e fondasse una rivista con lo stesso titolo della fiaba del nostro Carlo Gozzi “L’amore delle tre melarance”. Difatti fu Gozzi a fare da riferimento per Vachtangov con la “Principessa Turandot”.

D’altronde si sa come Pulcinella, figlio di Paolo Cinelli, che a causa della madre gravida nato con la voglia di vino sulla faccia, fosse poi, per la sua vivacità sin da ragazzetto, adoperato da scrittori e commediografi, e come tutte le altre maschere abbiano avuto qualche scrittore che li ha tenuti a battesimo.

Ne si è mai concepito come una maschera possa venire forgiata ed inventata, o scolpita senza lo scrittore, lo sceneggiatore, il commediografo, il poeta o il pittore … sia della farsa popolaresca o d’ambiente, sia “metafora” della sottocittà e del suo microcosmo di abituri e di bettole, di crapule e digiuni, piuttosto che dallo storiografo.

Perciò il Sarakè, la cui creazione “collodiana” è stata letteralmente e totalmente elaborata da una accurata e laboriosa indagine socio-antropologica sul grottesco della vecchia Potenza e che ha ottenuto vita grazie all’idea del suo autore e risonanza grazie ai Lions della città, non potrà dotarsi di alcun altro tassello utile al suo teatro-mosaico, se non di una capace ribalta.

La sua “bibbia” è: Il Kanapone (editrice Calice).

Mai nessuno si è mai sognato di utilizzarne la smilza figura o sagoma, né si è scritto tanto da inserirlo nel novero delle tradizionali maschere, né vi è “stato civile”, né anagrafe municipale per il Sarakè, giacché una maschera può avere mille facce, perciò è chiamata a simboleggiare, perciò che nasconde o rivela, perciò che ne è il significato allegorico, il contrappasso.

Si tratta di una entità dritta e storta, di uno sgorbio, rotto, sano, gobbo, pazzo, imprevedibile e sorprendente di fatti e di parole e che, per lo scrittore che lo ha scoperto, risale al volgare antico o scopre romano del Macco, dello Zanni o del Pulcinella del quale scrive Ludovico Carracci. Né trattasi di Paolo Puccio della Cerra (Acerra ad otto miglia da Napoli) dove Macco era di casa: “naso prorompente, ad orecchietta, storto e scalcagnato, sottile a sganasce, la gobba–gobbetta, la testa quasi rapata, un titulus siriano del tutto simile al coppolone, la spatola, il corno, una scopa usata come scettro”. «Questo l’antico Maccus – scrive Bragaglia – di cui nel Settecento fu scoperta a Roma una statuetta sull’Esquilino e che testimoniava contatti evidenti con vecchie sagome usate come maschere saltimbanco».

Queste sono le storie diverse che appartengono a mondi urbani e più lontani dal nostro e che vantano radici remotissime in San Domenico Maggiore a Napoli, nella cappella dei Carafa di Santa Severina, tant’è che Romolo Balsinelli disegna in un sottarco – nell’epoca del Carracci – un contadino con coppola e camicione sblusato in cui si può ravvisare ancora un Pulcinella …

Perciò anche volendo rovistare tra le carte d’archivio che riguardano le poche cronache dell’antico Teatro San Nicola e rivedendo le nostre del rev. Raffaele Riviello, del Tripepi, del Pedio e del Racioppi, si arguisce come questa città, in tutta la storia del suo teatro, abbia importato da Napoli attori e comici; sia leggendo le mie pagine sulla storia del teatro Stabile, sia riprendendo le esperienze di Compagnie locali, di comici ed attori, non si è mai avvalsi di figure del grottesco miserabile per ricavarne una maschera. Ciò invece è accaduto in altre realtà.

In conclusioni non vi è motivo di andare a rovistare negli archivi, come sovente accade per la “Parata dei Turchi”, del 29 maggio, giacché il Sarakè, o Sarchedda, o Sarachella, è proprietà della fiaba e della poesia, infine della fantasia, così come ha scritto Pirandello per il suo teatro e le sue maschere. Il nostro Sarachella ha bisogno solo del sipario, di una ribalta che gli dia la patente di maschera, e la trasumanazione teatrale da commedia sociale a Commedia dell’Arte.

Ha fatto bene il Liceo Artistico di Potenza a mettere i suoi allievi alla prova per rappresentarne la sagoma, ed anche bene hanno fatto i Lions di Potenza a dargli pubblicità e ad organizzare iniziative, a farne giornaletti, fumetti ed opuscoli, anche quell’attività darà al Sarachella vita e sipario.

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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