TERESA LETTIERI

Che l’Italia sia un paese di creativi non è mistero per nessuno e non esiste epoca o settore in cui non ci si sia distinti. Moda, architettura, gastronomia, arti pittoriche, ma anche scultura,  cinema e la stessa imprenditoria (sulla finanza andrei un po’ più cauta), rimpinguano un elenco nutrito di abilità ed estrosità che hanno incoronato il Bel Paese a culla della creatività. Non contenti e direi anche ambiziosi, forse più del dovuto probabilmente per scarsa consapevolezza dei limiti che appartengono anche ai più fantasiosi, abbiamo voluto strafare. Ci siamo inventati la politica creativa confidando nel millennio della globalizzazione avanzata in cui si riesce a contrabbandare qualsiasi cosa come una vera e propria genialata. Con la rapida divulgazione delle performances, più di un carpe diem, affidata agli strumenti tecnologici disponibili, il confine tra il dire e il “fare” capolavori unici è diventato davvero impercettibile. La politica, che più di tutte le arti necessitava di colmare tale limite, diventato voragine, direi quasi un baratro, ha trovato nella creatività l’espediente ultimo per cercare  la  credibilità perduta. Chi può mai contraddire l’inventiva di chicchessia dimostrandone l’inutilità o l’efficacia o ancora l’efficienza? Al limite si può disquisire sul gusto, spesso davvero cattivo ma soggettivo, oppure rispondere con altrettanto o maggiore talento, ma l’alibi con il quale si legittimano la maggior parte delle iniziative politiche è, appunto, la  creatività che rende tutto opinabile perché i creativi vanno interpretati. La comunicazione, pur rappresentando da sempre il primo strumento disponibile per relazionarsi con i cittadini, con il politico creativo ha raffinato metodi e stili  per meglio esprimere il talento. Le piazze, i balconi, le sedi di partito sono state soppiantate da analoghe location virtuali, alle quali si sono aggiunte treni, bagni e settimane bianche, relegando alle solo kermesse elettorali o a qualche sporadica convention l’uso dei luoghi tradizionali in cui si “faceva” politica. Le dirette social hanno consentito di raggiungere chiunque da ovunque, una sorta di resoconto giornaliero, quasi un monitoraggio delle attività quotidiane del politico non graduato fino all’amministratore. E su queste attività la creatività si esprime nelle sue forme più variopinte: dal comiziante che in maniche (talvolta arrotolate a seconda del fervore) di camicia, tassativamente bianca argomenta sul tour e la relativa toponomastica (utile per scegliere gli itinerari estivi), all’amministratore che illustra pensieri e opere (e omissioni, avversarie) realizzate o in corso di realizzazione.

Un momento della partenza del treno del Pd “Destinazione Italia” alla stazione Tiburtina con il segretario del Pd Matteo Renzi, Roma, 17 ottobre 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

Ovviamente, la possibilità degli utenti di interloquire con il personaggio pubblico è limitata da uno speech essenziale ma completo tanto da non tirarsi dietro una serie di vituperi laddove anche un piccolo particolare può diventare pericoloso (pensate ad un tour documentato lungo le strade lucane o verso i presidi petroliferi, mentre con un contributo leggermente più ambizioso dell’estro 2.0 si poteva auspicare anche alla promozione territoriale con tanto di crusco e aglianico al seguito). La sfida del politico creativo è documentare l’attività svolta attraverso un serial a puntate dove il finale è come quello di Beautiful, non arriva mai!  Il salto di qualità, tuttavia, nella giungla social si è sfiorato con il videomessaggio, un revival anni ’90 del dott. Stranamore, dove l’amministratore di turno divulga un accorato appello ai suoi cittadini. Di recente, un sindaco ha prodotto la rubrica “Lo schifoso del giorno” per profilare l’identikit del cittadino che si è distinto per una azione non proprio encomiabile, richiamando i parenti e gli amici ad una profonda riflessione sul soggetto. La prima lezione, da gustare comodamente seduti sul divano di casa perché affidata ad un videomessaggio, ha affrontato il problema delle deiezioni dei cani padronali che non vengono asportate dagli accompagnatori. Se la telecamera che ha ripreso l’indegno “master dog” non ne ha consentito il riconoscimento e la conseguente penalty, il sindaco ha pensato bene di diffondere i connotati psicologici dello street’s killer agli amici e parenti (certi della sua identità) invitandoli ad allontanarlo da qualsiasi convivio domestico. Quanto può essere geniale un amministratore che ti avvisa sulle tue frequentazioni descrivendone i costumi fatti di “mani non lavate dopo l’uso del bagno, di caccole appiccicate sotto il tavolo e di puzze nell’ascensore”? Funzionerà l’allontanamento dell’infame dalla tombola e il mercante in fiera, dal pranzo di Natale e il cenone di fine d’anno piuttosto che un controllo attento come quando urge fare cassa immediata? Ai creativi (della parola) l’ardua risposta!