PIPPO CANCELLIERI
Colpa di Rocco Rosa.
E si perché insiste che io raccolga in un libro alcune delle mie esperienze.
Io continuo a dirgli che non interessano che a me, lui invece a tutti, ché le ritiene uno spaccato della nostra società.
Esagerato.
Però mi sta convincendo e allora per dare organicità a pezzi che altrimenti sembrerebbero slegati devo presentarli con un “incipit”, un inizio insomma.
INIZIO.
Io:
- … Nicò, che pensi se uno di questi giorni ce ne andiamo a pescare salmoni in Norvegia?
Dopo cinque minuti buoni.
Nicola:
- … perché i pesci qua sono finiti?
Ben oltre sessant’anni ciascuno e cinquanta insieme anche a pesca in una risposta.
Avevo il posto pronto a Bologna da appena laureato in quella fine dei terribili e amati anni settanta.
La ragazza, il Partito e l’Istituto di Entomologia accanto a Matematica, dove al fresco delle estati appiccicose nella bassa padana, mi infilavo ad esplorare le forme di migliaia di insetti, tutti rigorosamente trafitti per la schiena da uno spillo a testa tonda, conficcato sul fondo di compensato e protetti da vetri che ne impedivano il furto. Furto che un appassionato morboso di queste specie, una volta viventi, non avrebbe esitato a compiere anche a rischio della libertà.
E quanti di questi insetti raccoglievo, preferendo fra questi i coleotteri che mi sembravano piccoli blindati con dentro minuscoli equipaggi che ne guidavano le azioni.
E Nicola che me raccattava di ogni strano tipo e che subito io assieme ai miei, prima stordivo con una goccia di alcool e poi defunti conservavo in barattolini di omogeneizzati, piccoli contenitori di vetro che uno della mia generazione mai fino ad allora aveva toccato.
Cetonie dorate, cervi volanti, punteruoli, stercorari, e mai uno scarabeo rinoceronte, solo sognato questo e fino al pensiero del furto da una delle teche dell’Istituto.
E pure aracnidi, ortotteri, e perfino delicatissimi imenotteri, tutti in fila nei barattolini dietro lo scorrevole del mio mobile letto.
Ogni tanto lo aprivo quello scorrevole e prendendo in mano uno dei piccoli contenitori di vetro caricato a liquido conservante, formalina per l’appunto, guardavo da tutte angolazioni il malcapitato insetto. Ero capace per ognuno di quegli ospiti, oltre il nome comune di declinare il nome scientifico che, come naturalmente tutti sanno, è si latino ma un latino più che scritto, inventato da Linneo e poi dai vari scopritori di altre forme dopo di allora catalogate; un latino che sarebbe stato sconosciuto a Tacito piuttosto che ad Orazio, la dove ne conservava solo le desinenze nelle due parole del nome e cognome, spesso di fantasia, che nella prima definisce il nome e nella seconda come cognome l’appartenenza alla famiglia; oppure come nel cervo volante “Cervus Lucanus” addirittura latino per intero.
Ero capace perfino di ricordarmi dove l’avevo raccolto, il povero insetto, come la cetonia dorata su una rosa sfiorita al centro del suo gineceo in una aiuola del Parco di Montreale e dietro la panchina sulla quale mi abbracciavo con Principessa; la coppia di cervo volante mentre copulavano sotto un pioppo morto nel posto della truffa del lavoro mancato, la Cip-Zoo del duetto siculo-lucano Ursini-Colombo e del quale racconterò più avanti.
Ogni volta che tornavo da Bologna, aprendo quello sportello mi immaginavo nel mio futuro studio da Ingegnere con dietro la poltrona della scrivania e accanto alla pergamena di laurea, le teche con le centinaia di coleotteri raccolti negli anni della adolescenza. Tutti gli insetti allineati come truppe schierate si immobili ma pronte a spiccare di colpo insieme il volo.
In effetti qualche anno dopo spiccarono tutti insieme il volo, però giù dabbasso dal quarto piano, esattamente alle ore 19,40 del 23 novembre 1980 quando una terribile scossa di terremoto aveva divelto la parete alla quale era accostato il mobile letto e questo, per grazia celeste senza l’occupante notturno, io, era volato con tutto il suo contenuto sulla strada di sotto.
Coleotteri compresi e che finalmente tutti insieme avevano alla fine spiccato il volo.
E siccome le sventure ai sensi della codifica data da Murphy non viaggiano mai da sole, la parete, il mobile, svariati libri e gli amatissimi coleotteri, tutti insieme e contemporaneamente, erano atterrati appunto quattro piano sotto, sul cofano della Fiat 1500 di famiglia, offrendo così una nuova dimostrazione del principio della gravità, nella esposizione di Galileo fatta quattrocento anni prima e pure nella dimostrazione che ne fecero solo vent’anni indietro, Armstrong e Aldrin sulla Luna, allo scopo di dimostrare che erano davvero sul nostro satellite.
Sono sicuro che alla partecipazione della dimostrazione della contemporaneità dell’arrivo dei tanti oggetti sul suo cofano, la Fiat 1500 si sarebbe sottratta volentieri, ma di sicuro a causa della indolenza tipica di quando era a motore spento, fu per così dire, impedita a spostarsi in tempo e proprio per come pure avrebbe voluto mio padre oltre che lei.
Quando la mattina seguente nella tragica e di colpo fredda alba di lamenti per quella che iniziava a delinearsi come la più grande malasorte fino ad allora della mia e di tante altri lucani, vidi lo spettacolo della mia macchina semisommersa da detriti, soprammobili, divano letto e coleotteri impolverati nelle pose più incredibili, mi resi conto che un capitolo della mia storia era concluso per sempre.
Altro avrei fatto da li in avanti.
Non Potevo, non dovevo mai e più mai tornare a Bologna.
Il mio posto sarebbe stato la, cioè qua a Potenza.
“… perché qua i pesci sono finiti?”
Non erano finiti allora e ne oggi i pesci, anzi i pesci e le cose da fare qua non sono e non sarebbero mai finite.
E a guardare bene quanto ancora c’è da fare e che devo ancora fare, solo da morto andrò via da qua!
