PERCORSI D’ARTE SACRA: MELFI

Secondo il Racioppi il toponimo deriva dal fiumicello Molfa o Melfia, che scorre alla base della collina. Melfi fu abitata sin dal neolitico. Reperti di insediamenti dauni e lucani sono stati scoperti sulla collina del castello e nel borgo medioevale.

Di origine greca o romana subì l’influenza longobarda, poi bizantina e normanna (divenne la prima contea dei Normanni e capitale di tutti gli altri domini in Italia), sveva, angioina. Dal 1348, dopo la vendita della città al demanio reale, si susseguirono i vari feudatari e si manifestò una decadenza inarrestabile, accentuata pure dai disastri derivati dai violenti terremoti, ripetutisi nel corso dei secoli. Subì il brigantaggio (con Carmine Donatelli Crocco) e l’emigrazione. Un rinnovamento totale di stile di vita si è verificato solo nel XX secolo con l’insediamento degli stabilimenti SATA della Fiat.

Il Castello (fig. 1), che ancora domina sul centro abitato, attualmente è in restauro. Costruito da Guglielmo Bracciodiferro sui ruderi di un castello greco, fu fortezza normanna ove si avvicendarono Roberto, Ruggero I,Ruggero II, Corrado e Manfredi; poi i Francesi, gli Spagnoli, i Caracciolo ed infine i Doria. Fu sede di quattro Concili Vaticani: nel 1059 convocato dal Papa Nicolò II, nel 1067 dal Papa Alessandro II, nel 1089 dal Papa Urbano II (in questo concilio il pontefice bandì la prima Crociata in Terra Santa contro gli infedeli ed istituì l’obbligo del celibato ai religiosi) e nel 1101 dal Papa Pasquale II. In questo castello furono pubblicate nel 1231 le famose Costitutiones Melphitanae o Costitutiones Augustales, il primo testo organico di leggi scritte dell’età medioevale di contenuto sia pena- le che civile. Qui si tennero le losche congiure e si celebrarono i trionfi delle conquiste e delle vittorie. Ed ora rimane nei secoli a testimoniare la sua grandezza. Evidenzia otto possenti torrioni, il ponte in muratura (anticamente levatoio) e il fossato. A destra del cortile, si nota la Torre dell’orologio, dalla pianta pentagonale e, ancora più a destra si trovano le torri del Marcangione e dell’Imperatore.

Tre sale del castello sono occupate dal Museo Nazionale archeologico del Melfese. Istituito nel 1976 come Museo del territorio, conserva reperti (VII al III secolo a.C.) rinvenuti nella zona che documentano sul territorio la presenza di insediamenti preistorici, dauni, sanniti, lucani e romani. Nella torre adiacente all’ingresso principale è conservato il reperto più noto: il Sarcofago di Rapolla, rinvenuto verso la metà dell’Ottocento nei pressi di una grande villa romana lungo la Via Appia, vicino Rapolla. L’imponente monumento, testimone dello splendore in età imperiale, fu realizzato da botteghe dell’Asia Minore nella seconda metà del II secolo. Nella parte inferiore evidenzia una struttura architettonica decorata da una serie di divinità e d’eroi risalenti ad esemplari d’età classica, mentre sul coperchio è raffigurata la defunta ai cui piedi è accovacciato un cagnolino.

Le mura risalgono al 1456-60 quando Giovanni Caracciolo volle fortificare la cinta difensiva,eretta dai Normanni e già restaurata da Federico II. Dei sei accessi originari è tuttora in funzione la Porta Venosina, l’unica che non crollò durante il terremoto del 1851, che mostra un arco gotico, una torre cilindrica, gli stemmi dei Caracciolo con il basilico a destra e il leone rampante a sinistra.

Piazza Umberto I o Piazza Castello, che fu il fulcro del borgo medioevale, è ancora oggi il centro della vita cittadina. Di qui partono vicoli, vicoletti stradine che evidenziano la struttura architettonica antica ove emergono costruzioni gentilizie: il Palazzo Mandina con elegante facciata neoclassica, il Palazzo Tisbi, la Farmacia Carlucci, con arredo liberty. Da notare il Quartiere Chiucchiari, popolato da immigrati albanesi dal1528.

Il Municipio, invece, è una struttura moderna in cemento dalle eleganti linee architettoniche che ben s’inseriscono nell’ambiente urbanistico.

Nella stanza del sindaco si nota una scultura litica (fig. 2) di Antonio Poppa, artista locale che ha impresso alla sua opera unità formale assoluta identificabile nello spazio e nel significato oltre che nella forma.

Il Corso Garibaldi, già Strada del Vescovado, dal Cinquecento è la principale arteria della città.

All’inizio di questa strada si trova la Chiesa di Sant’Antonio datata 1423, sul portale. L’interno a navata unica secondo lo stile francescano custodisce, all’ingresso a sinistra, l’originale acquasantiera (prima metà del XVI secolo): una vasca decorata da una figura fitomorfa è retta da una cariatide su un dado con un monaco lettore. Dietro l’altare maggiore ci sono due sarcofagi del XVI-XVII secolo, inseriti in una ricca decorazione di stucchi.


PALAZZO VESCOVILE

In Piazza Duomo si trova (fig. 3) il Palazzo Vescovile che risale al 1059. Dell’antica costruzione rimangono la ringhiera del balcone sul portone principale, l’androne e, al centro della corte, la fontana con vaschetta circolare, purtroppo ridimensionata perché all’origine era nel giardino.

Nel Settecento fu costruita la parte anteriore, in stile barocco. La facciata mostra undici balconi e tre portoni d’entrata. Il grande portone tra due colonne robuste immette nel cortile, dove s’affacciano le verande, le finestre e i balconi interni. Si accede da un’ampia scalinata.

ALLEGORIE E FIGURE

All’interno sono da ammirare: il Salone degli stemmi dei Vescovi di  Melfi, il Salone degli stemmi dei Vescovi di Rapolla, la sala del Trono con dipinti murali: allegorie e figure (fig. 4) di vescovi realizzati da Anselmo Palmieri nel 1725.

Altre sale, che saranno adibite a Pinacoteca diocesana, custodiscono tele dipinte ad olio del Quattrocento, del Cinquecento, del Seicento e del Settecento, tra cui  l’Annunciazione con la Trinità. La firma dell’artista è raffigurata da un gatto: il Sodoma, Giovanni Antonio Bazzi, (pitt. doc. 14771549) usava firmare così i dipinti realizzati fuori del Vaticano. La Vergine, dama in ginocchio avvolta in un raffinato abito molto lineare, riceve l’annuncio dall’angelo con il giglio bianco, che indossa un morbido e fluttuante vestito; in alto s’intravedono Dio Padre e lo Spirito Santo e poco più in basso c’è Gesù Bambino in una luce dorata. Il tutto è dipinto con colori vivaci ma sfumati che vengono elegantemente fuori dello sfondo scuro.

Interessante è il trittico dipinto su tavola del Cinquecento: Madonna con Bambino e Angeli, fiancheggiati da S. Giovanni Battista e S.Lorenzo, di Francesco da Tolentino (pitt. doc. 1530-1535) che s’esprime in modi umbro-marchigiani già ampiamente acquisiti nella capitale.

Da notare pure la tela del Re David, del Settecento.

Sempre in Piazza Duomo c’è (fig. 5) la Cattedrale dell’Assunta. Fu fatta costruire da Roberto il Guiscardo nel 1056; distrutta dal terremoto del 1656, fu quasi interamente rifatta nel Settecento e il gotico fu sostituito dal barocco.

L’architettura normanna si nota nell’imponente campanile a pianta quadrata, costruito nel 1153 da Noslo de Remerio, che evidenzia le feritoie, testimoni che un tempo fu torre di difesa. La torre campanaria è ripartita in ordini (nel secondo s’evidenzia una protome leonina che ghermisce un ariete); i marcapiani e le bifore sono fornite di decorazioni di pietra lavica; la cuspide è dell’Ottocento. La facciata mostra le sene, quattro finestre, quattro nicchie e un finestrone centrale. Si accede alla basilica da una gradinata di pietra bianca. L’interno, a croce latina, è a tre navate. Ai lati della navata centrale ci sono sei pilastri che evidenziano cinque archi, che reggono i muri su cui poggia il soffitto a cassettoni quadrati. Sugli archi ci sono otto tele che illustrano l’Esodo di Mosé, realizzate da Andrea Miglionico (pitt. doc. 1663-1710).

Sull’altare maggiore, in alto, c’è (fig. 6) un Crocifisso, scultura lignea del sec. XV, già alla chiesa dei Cappuccini. Dietro l’altare il coro del 1557, restaurato nel Settecento con l’aggiunta di decorazioni barocche, mostra 54 stalli e il trono riservato al vescovo, sul cui schienale si scorge lo stemma del vescovo Rufino. Anche la cantoria, il trono e il pergamo sono del Settecento. Il soffitto a botte del presbiterio presenta otto teleri quadrilobati di Andrea Miglionico, raffiguranti: S.Gennaro, Vergine Assunta, S. Antonio da Padova, S.Alessandro martire ed Angeli con volti umani.

Gli altari di marmo ad intarsio sono quasi tutti barocchi, decorati da due colonne tortili e da due cilindriche.

MADONNA CON BAMBINO ED ARCANGELI.

Nel transetto destro si trova quello dedicato a Sant’Alessandro con il busto-reliquario del patrono e, in cimasa, la tela Martirio di S. Alessandro, opera di Paolo De Matteis (pitt. doc. 1662-1728). Nel transetto sinistro, c’è (fig. 7) l’affresco Madonna col Bambino ed Arcangeli del XIII secolo.


ANNUNCIAZIONE

L’artista interpreta il tema attraverso l’esaltazione dei toni di colori e l’eclatante vibrazione cromatica. Nuova è la morbida evidenza plastica delle figure e l’attenzione al senso di profondità, che ne deriva tra l’armonia delle forme e lo sfumato del colore.  Sono da notare pure (fig. 8) l’Annunciazione, rilievo lapideo della bottega del maestro Tomba Orsini (sec. XVI), i frammenti (fig.9) dell’affresco rappresentante l’Annunciazione (sec. XVI), il Martirio di S. Bartolomeo di Andrea Miglionico, il battistero in granito rosso e bianco che evidenzia sportelli di legno sui quali è raffigurato il Battesimo di Gesù; sull’altare omonimo c’è la tela di S. Gaetano, di Andrea Miglionico. Interessanti sono altre tele dipinte ad olio del Settecento, tra cui l’Ultima Cena, (sulla porta principale), forse dei celebri pittori Carraccci della scuola romana.

Da visitare la Chiesa dei Cappuccini (1586) che conserva sulla parete frontale della navata destra il Crocifisso ligneo del Trecento, proveniente dal convento di Ognissanti, ubicato un tempo nei pressi del cimitero. Nel presbiterio della navata centrale c’è un dipinto murale (1981) che raffigura la Resurrezione, realizzata da Gaetano Valerio.

La cinquecentesca Chiesa del Carmine, parrocchia di S.Nicola e S. Andrea, faceva parte del Convento dei Carmelitani. Ricostruita nel 1648 fu arricchita di affreschi e di tele dipinte ad olio (quasi tutti datati 1650). Raffigurano i profeti e i santi della storia dell’ordine carmelitano.

DEPOSIZIONE

Da notare (nell’arcata laterale destra) il resto di un affresco di S. Biagio, (sulla parete in alto) l’affresco di S. Serapione, (sul 3o altare) la tela Madonna che libera le anime del Purgatorio, la tela della Deposizione di Gesù e (fig. 10) un Crocifisso del XV secolo. L’artista scolpisce il Cristo in una visione frontale, senza stonature, accentuandone la maestosa sacralità. I volumi, concepiti con risalto plastico, esprimono la commozione, il dolore violento di coloro che assistono all’evento.

A Melfi ci sono parecchie chiese rupestri. Interessante è la Chiesa rupestre di S.Margherita (sec. XII), nei pressi del cimitero. Scavata nel tufo, mostra volte ogivali. Conserva una serie di affreschi: (sull’arco) i quattro Evangelisti, S. Vito e S. Basilio e (nell’abside) S. Margherita e le storie della sua vita. Sulla destra c’è la celletta dell’eremita con apertura ogivale. La volta e le pareti sono tutte affrescate: Supplizio di S. Lorenzo, S. Caterina, S. Anastasia, S. Andrea, Cristo in trono, (fig. 11) Madonna con Bambino, Lucia, S. Michele, S. Giovanni Battista ed altri santi. Particolarmente interessante è il Monito dei Morti. Secondo un recente studio la famiglia che è dipinta accanto agli scheletri potrebbe essere quella di Federico II.

Da visitare pure la Chiesa rupestre di S. Lucia (1260) che custodisce gli affreschi (1292) della Vergine Hodigitria, di S. Lucia e di alcune storie della vita della santa. In Via Dante Alighieri c’è pure la Chiesa rupestre di Le Spinelle.

IN COPERTINA: Melfi-Chiesa-rupestre-Santa-Margherita-Il-monito-dei-Morti.

Bibliografia

  • Giacomo Racioppi, Storia della Lucania e della Basilicata, Roma, Ermanno Loescher Editore & C., 1889. Ristampa anastatica, Matera, Grafica BMG.
  • Anna Grelle Iusco, Arte in Basilicata, Roma, De Luca Editore, 1981.
  • Basilicata Regione Notizie n.92, Itinerari del sacro in terra lucana, Villa d’Agri, Ars Grafica,
  • Nicola Fuccilo, Melfi e il suo prestigio, Lavello, figura. 14 Arti grafiche Finiguerra, 1996.
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