ROCCO ROSA

Il segno di quanto sia stata trascurata la sanità sul territorio in questi ultimi dieci anni lo danno le iniziative dei Sindaci che corrono a candidare le loro strutture periferiche ospedaliere a emergenza covid 19, al pari dei proprietari di alberghi che non sanno come riempire le stanze e colgono una occasione per riempirle. Ed hanno ragione, perchè tutta l’operazione di riaccorpamento delle funzioni ospedaliere, allo0rchè fu pensata,  era una strategie unica e non a due tempi: evitare doppioni inutili  e servizi che non assicuravano qualità e potenziare la medicina del territorio, nella parte dismessa dei poliambulatori, dei servizi specialistici e della diagnostica di primo livello. L’idea, affatto peregrina, era di collocare nelle cosidette aree omogenee i servizi che dovevano essere più vicini ai cittadini, tenendo conto delle principali categorie interessate: anziani, ammalati dialitici, ammalati diabetici, cardiopatici,  e tutto quanto aveva bisogno di assistenza più ravvicinata. SI diceva che partorire in sicurezza in un grande ospedale poteva valere il sacrificio per una giovane coppia, ma portare a dialisi un anziano in altra località, data la frequenza settimanale, era una sorta di tortura. Come sempre succede , è stato facile dismettere, ma difficile ..rimettere. Così che oggi abbiamo un sacco di strutture che debbono essere rivalutate e rifunzionalizzate per un’assistenza che è puntata al territorio e che si deve preoccupare di selezionare il ricovero ospedaliero. Soccorrono in questa strategia gli orientamenti adottati dal Ministero già prima della pandemia ma che, dopo di essa, sono diventati vere e proprie direttive di azione e che prevedono, a latere dei medici di famiglia e dei medici di continuità assistenziale oltre che dei pediatri di libera scelta, le cosidette funzioni aggregate, cioè un sistema di lavoro collegiale che potrebbe avvantaggiarsi di servizi di diagnosi di prossimità ( dalla radiografie, al telecuore,  alle analisi, all’elettrocardiogramma, all’ecocardio) ,cui si affiancherebbero , in un a scala funzionale più alta, poliambulatori specialistici. Questo come nuovo intervento sul territorio, fermo restando , o migliorandola, la rete di pronto soccorso di primo intervento in tutte le strutture , la rete della dialisi, e quella della geriatria, tutti servizi che ormai non possono prescindere dalla scala territoriale locale. Il COvid non solo ci dice che dobbiamo andare in direzione del territorio per fermare la corsa ai pronto soccorsi ospedalieri, ma che oggi ci sono ottime possibilità dal punto di vista finanziario, di avere finanziamenti per tute queste cose . Si tratta appunto, anziché ricominciare daccapo ripartendo dagli ospedali di completare quel piano sanitario cos’ come era stato pensato e così come è andato modificandosi nelle aspettative e nei bisogni: organizzare la medicina territoriale con un piano stralcio, censendo le strutture compatibili, quelle riutilizzabili, programmando le funzioni , investendo sulla diagnostica e chiamando i sindacati ad applicare gli indirizzi ministeriali sugli ambulatori di comunità. Poi riaprire le assunzioni per i medici  e gli infermieri di comunità . Tutto questo dovrebbe essere pensato alla svelta e messo in campo come progetto da candidare sul recovery fund. Meglio sarebbe utilizzare il mes per tutta la medicina territoriale del Mezzogiorno, come riequilibrio della spesa storica. Ma questa è altra storia-.