(da “Gli altri giorni dell’anno”)
di GERARDO ACIERNO
[…] Da bambino, Mimì ascoltava con piacere la mamma quando gli parlava del luogo dove lui era nato. Nel cuore del centro storico del paese. Un posto antico segnato da gradoni di pietra bianca e da portali scolpiti di strane figure. Il sole a far capolino nella prima mattinata e poi basta. Qui si arrivava sempre col fiatone. Gli raccontava dell’ufficio postale che all’epoca operava in zona, assediato da case basse, incatenate una all’altra per difendersi dal freddo e dai tremori della Terra. Gli descriveva le botteghe artigiane, minuscole e laboriose, e la dimora poco distante dell’arciprete quotidianamente trasformata in sala d’attesa: si andava in Posta per ritirare i pacchi spediti dai parenti emigrati in USA e poi si passava da Concettina, la perpetua del monsignore che tutti ospitava e che con tutti s’intratteneva. Da lei si lasciava sempre qualcosa – merce o denaro – in segno di rispetto e riconoscenza, senza rinunciare, come da tradizione, a spettegolare con lei di qualunque cosa. Nello slargo più sopra, donne e bambini del quartiere facevano la fila alla fontanella pubblica con fiaschi e barili da riempire e riportare a casa per dissetarsi e lavarsi. Erano gli anni subito dopo la Guerra. Si tirava avanti grazie agli aiuti americani e alla frugalità lucana. Ci si accontentava di poco ma si era tutti molto fiduciosi in un futuro diverso, migliore.
Di quella loro prima casa, tenuta in affitto per poco tempo, sua madre conservava un buon ricordo. Gli parlava delle tre stanze pavimentate con mattoni di terracotta rossastra; della finestra con gli scuri smaltati di grigio e i vetri sottili, incastrati nello stucco che d’estate si sbriciolava di continuo; della fornacella rivestita con piastrelle di ceramica bianca; dell’ingresso adornato con vasi di gerani e la ringhiera di ferro battuto a disegnare un metro quadro di pianerottolo. Lungo il muro sbrecciato che portava ad altro fabbricato c’era una cantina, dove uomini con la coppola e il mantello a ruota, seduti attorno a un tavolo ingannavano il tempo sorseggiando bicchieri di vino rosso schiumante. Di fronte, tre palazzi gentilizi che aprivano i loro massicci portoni, scuri come i mori, soltanto in agosto quando i proprietari arrivavano da Napoli a godersi il fresco della montagna lucana.
Ora Mimì, girovagando nel borgo, arriva spesso nei paraggi di quella vecchia casa e se incontra qualcuno prova a chiedere a questa persona, uomo o donna che sia, giovane o avanti nell’età, confidenze, notizie, pareri sul perché l’erba incolta avanza tra le pietre della soglia e il basso davanzale della finestra senza che nessuno faccia qualcosa: –Perché è chiusa? Dove sono finiti i proprietari? Non c’è nessuno che la vuole?- Non ottiene quasi mai risposte convincenti. Allora, intristito, si appoggia alla ringhiera e fuma una sigaretta prima di allontanarsi. Qualche tempo fa ha immaginato l’attimo in cui lui, chissà in quale di quelle tre stanze, divenne sostanza, il bellissimo momento del suo concepimento. Ha sperato fosse accaduto di notte. Una notte di primavera avanzata, mite e quieta, il papà alla fine di una serena giornata lavorativa e la mamma più dolce del solito mentre in cielo si accendevano le stelle ‘a cento a cento’, come cantava un’antica melodia paesana.
[….] Di questo e di altro egli continuò a colloquiare con la fiamma del suo fuoco, dopo aver rinfocolato brace, memoria e pensiero. Sentiva attorno a sé una sorta di dominio dell’imperfezione, un pericoloso declino della sua vita e soprattutto temeva un suo spaesamento, la sua inadeguatezza a questa esistenza, i suoi tormenti, le sue paure. Gli sembrava di guardarlo, il mondo, dal buco della serratura e di accontentarsi di una vita sonnacchiosa, vuota, vana. Come se stesse pensando ad un “altrove” come luogo di pena, di pietà, di squallore. I suoi stati d’animo si palesavano aridi, impauriti e nei giorni che scorrevano si sentiva sempre più disorientato e confuso. Ma aveva trovato un rifugio sicuro in quel ‘posto dell’anima’, come diceva il poeta, che era il suo borgo. Pur traballante, fragile e spopolato il suo borgo non si era spaesato. E qui, continuando ad esplorarlo, a sezionarlo e a ricercare ossessivamente le cose, le tessere da mosaico che lo componevano, Mimì si giocava le sue ultime carte per continuare a vivere degnamente. Lo faceva quasi per forza, quasi per imposizione dei suoi giorni per riuscire a superare il problema: quello di vivere, “ perché vivere, – mormorava dolcemente Mimì alla fiamma del suo fuoco – è bello, è infinitamente piacevole. E’ il grande dono di Dio.
Calava la sera e si caricava di visioni intriganti, di strane sensazioni. Di dimenticate emozioni. Fu il ricordo di una frase, quasi una supplica, comunque una richiesta d’aiuto a indirizzarlo: “Resta con noi, Signore, perché si fa sera”. Mimì era sicuro di averla pronunciata qualche volta durante la lunga e disordinata litania dei suoi giorni. Di aver sentito, a volte, la necessità di far ricorso a questa invocazione. Ma quando? Forse la sera in cui la sua compagna si spense nel letto di un ospedale? Macché. Aveva il cuore indurito dal dolore, quella volta. Eppure era certo di averle mormorate quelle parole, implorate addirittura. Per chiedere aiuto. Sì, ma quando? Non riuscì a ricordarselo. Ma di fronte al suo compagno fuoco gli venne voglia di chiedere perdono per essersi rintanato nelle caverne dell’indifferenza e del silenzio per tanto tempo. E quell’antica richiesta – “resta con noi perché si fa sera”– si trasformò in domanda: “Sei dunque tornato per restare, Signore?”. Si fece improvvisamente più alta la fiamma del focolare. La sera, quella sera tanto attesa, era arrivata. Gli occhi di Mimì si riempirono di lacrime. Agli anziani capita facilmente, pensò. Il suo cuore palpitò forte. Sentì uno straordinario bisogno di trovare un pensiero che lo riallacciasse a Lui, al Signore, una sorta di lasciapassare per sopravvivere degnamente, per continuare a chiedersi e sperare di ottenere risposte sui mille perché della vita e anche di quel suo strano, continuo e faticoso colloquiare col fuoco, là, nella solitudine, tra le mille mute cose di casa e i suoi poveri terrestri sentimenti. E fu in quel momento che si ricordò della preghiera. Della più trascendente delle orazioni. Il Padre nostro. La sussurrò mentre scrosci di pioggia bussavano ai vetri della finestra. Non tralasciò nulla. Nessuna parola fu dimenticata. La lontananza nella quale Mimì aveva confinato il Signore si trasformò in invisibile Sua presenza, in Sua lieve carezza. ‘Da quanto tempo, Signore..’ Voleva scusarsi, Mimì, ma voleva anche chiedere, sapere. Da Lui, ora che Lo sentiva di nuovo così vicino, voleva e quasi pretendeva risposte. Si alzò a spalancare la finestra. Attanagliato da ritrovata gioia, da inusitato entusiasmo, respirava male. Sentì Lui come seduto accanto alla sua sedia di paglia. Come se Lui fosse lì ad accompagnarlo nel porre domande bizzarre al fuoco del camino. Sentì il calore del Suo Spirito e la dolcezza delle Sue Parole di promessa: “ ancora un poco e mi rivedrete …” e s’accorse che una cosa e l’altra – calore e dolcezza – lo aiutavano a riemergere dagli abissi della solitudine. Fino a tarda sera Lo sentì accanto a sé, e continuò ad avvertirne la presenza fino a quando, dopo aver chinato il capo nell’incavo del braccio poggiato sulla spalliera della sedia, non chiuse gli occhi per un lungo, dolcissimo sonno. La pioggia per tutta la notte scese sul borgo quieta come l’acqua del Giordano in Terra Santa.
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