Leonardo Pisani
Onorevole Blasi, come sta?
Bene, grazie. Ho ripreso un po’ delle mie attività. Nei Master dove insegno stiamo per abbandonare la didattica a distanza. Ho partecipato ad alcuni eventi culturali e non solo nella città di Potenza. Ho ritirato un premio che non guasta per alimentare l’ego. Ho chiuso, per Universo Sud, l’editing dell’ultimo libro di Rosario Angelo Avigliano, un lavoro che, mi creda, stupirà e piacerà. Dove, per altro, il paesologo potentino si è avvalso della collaborazione di una poetessa raffinata come Carmen Cangi e di un maestro di scrittura come il prof Donato Antonio Loscalzo, grecista dell’Università di Perugia. Un romanzo che ha per protagonista un grande lucano realmente esistito. Le dirò questo, mi sento meno indolenzito di un paio di mesi fa. Quasi come se la vita, le relazioni sociali e professionali tornino piano, piano alla normalità. Ho un problema serio con la mascherina. Non la sopporto più. La indosso per senso civico e disciplina. Ma le giuro, Dott. Pisani, sono al limite della sopportazione. Per fortuna che hanno saggiamente deciso di non renderla più obbligatoria all’aperto. E Lei, invece, dott. Pisani? Come va, nel suo buen retiro della vice capitale normanna e federiciana?
Che cosa sta provando a dirmi?
Che dal punto di vista storico la capitale di quei regni è stata Melfi. Voi eravate un importante contado.
Onorevole Blasi, Lei fa fatica ad accettare una verità imprescindibile. Devo catechizzarLa! Nei secoli, Avigliano ha acquisito un ruolo di straordinaria valenza politica, culturale e direi, filosofica. I suoi personaggi illustri l’hanno caratterizzata e vivacizzata come una delle realtà più dinamiche e feconde dell’intero Mezzogiorno…
Va bene, va bene, chiedo venia. L’ho solo un po’ stuzzicata così, per puro divertimento. Non volevo svegliare “il can che dorme”.
Romualdo. Sì. Merita un ricordo affettuoso. Quando facevamo le congiunte di Camera e Senato di Commissione Bilancio era un bel duellare. Mi trovavo di fronte due avversari, conterranei, che erano stati miei amici ed anche qualcosa di più nella Democrazia Cristiana. Lui e Tonio Boccia. Era un continuo attacco alle scelte economiche e finanziarie di Giulio Tremonti. Ma mi creda, non mi facevo mai trovare impreparato. Su Romualdo le racconto un aneddoto. Metà anni ’70. Parrocchia dei Salesiani a Potenza. Mia moglie (la mia fidanzatina) era la catechista del figlio di Romualdo e della splendida ed indimenticata Ester Scardaccione. Noi poco più che diciottenni. Romualdo ci invitò diverse volte in pizzeria. Gli piaceva il nostro mondo, il modo che avevamo, tutto sociale, di approcciare la realtà. Eravamo un gruppo di giovani cattolici molto impegnato e ci prendevamo sul serio. Fu Lui il primo a chiedermi di aderire alla Democrazia Cristiana. Ma c’era un problema, Lui era della sinistra Dc, ed io quando c’è questa caratterizzazione, questa parola …
Quale parola, Onorevole?
Sinistra!, La corrente di De Mita, prima ancora di Moro, di Angelo Sanza e di Romualdo Coviello era troppo disinvolta nel rapporto con il Pci… Così accettai l’invito del compianto ex Presidente della Regione Basilicata, l’avvocato Carmelo Azzarà, che era anche molto legato a mio padre per via della pallacanestro. Una comune passione. Mi ritrovai con Tonio Boccia, Peppino Molinari, Tonino Potenza, Tanino Fierro, i tanti amici di Verderuolo e divenni segretario “colombiano” della sezione Carriero della Democrazia Cristiana. Avevo quasi 1000 iscritti. Dott. Pisani, 1000 iscritti. Dibattiti, conferenze, assistenza sindacale, umana e politica. Era un altro mondo. Comunque, non bisogna rimpiangere mai nulla del passato. Farne memoria, sì. Romualdo era un appassionato della politica e del territorio. E poi, come un altro aviglianese doc e assai rispettato, parlo di Gerardino Coviello, capiva che la programmazione economica e territoriale è il fondamento di una buona politica e di un buon governo regionale. Questa lezione l’ho imparata da loro due.
Colombo e il presidente Usa Nixon
A proposito di Democrazia Cristiana, si è esposto molto sulla vicenda delle dichiarazioni del sindaco Bennardi rispetto agli scarabocchi indegni sulla targa del “Belvedere Emilio Colombo” nella civilissima città di Matera.
Come Lei sostiene spesso, dott. Pisani, la cito: “Matera è una città straordinaria che evoca cultura e antiche civiltà storiche”. Bene, ha sbagliato il sindaco ad inseguire la pancia emotiva e populista, anti potentina della sua città. Colombo è un patrimonio politico e storico del paese e dell’Europa. Non è solo di Potenza. Colombo è di tutti. Ed un sindaco non può mettersi a giocare, come fosse un tifoso nello stadio, inseguendo quattro voti su una posizione del tutto sbagliata. A Potenza ci sono piazze, parchi, vie che richiamano la città di Matera. E c’è rispetto per un luogo di straordinaria bellezza e importanza strategica per l’intera Basilicata.
L’ho seguita sui Social, Onorevole. Prima con le Pillole di Quirinale. Poi con quelle su Sanremo. Si è divertito parecchio.
Dott. Pisani, Lei mi conosce bene. Sa che collaboro con un noto gruppo editoriale, per i loro giornali, le radio e i siti che lo compongono. Ora che ho lasciato l’impiego regionale posso fare il giornalista a tempo pieno, occuparmi delle attività che più mi appassionano. Cosa ho fatto? Già che scrivevo alcune cose per questi giornali, le sintesi le ho postate sui miei social. Il risultato è stato che da un gioco la cosa ha preso forma e, naturalmente, mi ha impegnato. La gente che ho incontrato, anche nei nostri paesi, mi sollecitava a continuare. Mi sono arrivate mail, messaggi sulle chat. Ho risposto a tutti, proprio tutti, nessuno escluso. Sui social, no. Lì non commento. Perché alcuni ne fanno un uso improprio, qualche volta poco gentile, se non maleducato. Allora, ognuno dica quel che vuole … Ma va bene così. Sono contento.
Allora, mi rivolgo all’influencer, Gianfranco Blasi. Partiamo dalla vicenda Quirinale, che per certi versi e in alcuni momenti è stata persino drammatica. Per citare Antonello Venditti: “Certi amori non finiscono fanno dei giri immensi e poi ritornano”. Se l’aspettava questo bis di Mattarella?
Sinceramente, no! Io gli avevo creduto quando sosteneva di essere indisponibile a ritornare sul Colle più alto di Roma. Ha letto le dichiarazioni della Meloni di queste ultime ore. Lei, sostanzialmente, con un pizzico di malizia e senza girarci intorno, racconta di un’operazione costruita a tavolino.
Aspetti, Onorevole, le racconto quello che ho raccolto io dalle mie fonti a cominciare da una storia un po’ lontana nel tempo.. Era il 28 agosto del 1998 e, avvicinandosi le votazioni per rieleggere il nuovo capo dello Stato, Francesco Verderami intervistava sul Corriere della Sera l’allora capogruppo del Ppi. La proposta che ne scaturiva era: perché non rieleggiamo Scalfaro per un secondo mandato? Il cronista chiedeva: una figura come lui? L’intervistato rispondeva: «No, io penso proprio a Scalfaro». Il politico intervistato rispondeva al nome di Sergio Mattarella. Ventitré anni dopo, da Presidente della Repubblica, sembra aver cambiato idea e, nell’ultimo anno del suo mandato, fa trapelare con fermezza di non essere disponibile a un eventuale bis. Niente di male, passano gli anni, cambiano le posizioni, come è normale che sia. E, senz’ altro, la contingenza del quadro politico. Eppure, qualcosa fa sorgere il dubbio che il racconto dell’uomo mite, quasi naïf, costretto al sacrificio di un secondo mandato a causa dell’insipienza della scolaresca che popola l’aula parlamentare, non sia esattamente corrispondente al vero. Mancano pochi giorni a Natale e, nei corridoi di Palazzo Madama semideserti, un senatore dem si lascia andare a una confessione: «Per me, il prossimo capo dello Stato sarà Sergio Mattarella».
Dott. Pisani, volevo essere più prudente, ma con Lei è impossibile. Rafforzerò il suo concetto. Pensiamo alla comunicazione. Il Quirinale non ha mai optato per una comunicazione che non fosse ultra istituzionale. All’improvviso però, alla scadenza del mandato, inizia a trapelare di tutto: dagli scatoloni segno dell’imminente trasloco, alla ricerca dell’appartamento ai Parioli. Per poi passare, durante le prime votazioni dove inizia ad emergere il nome di Mattarella, al silenzio. Un silenzio eloquente perché, se davvero il Presidente non avesse voluto il suo nome in lizza, siamo certi che avrebbe trovato il modo per fermare le matite dei grandi elettori.
Lei ha la sensazione, insomma, che il Mattarella fine politico, rimasto nascosto tanto da dipingerlo come un mite «nonno delle istituzioni», utilizzando le parole che usò Draghi per lanciarsi nella corsa quirinalizia, sempre alle prese con i partiti discoli, sia venuto a galla . Pensa che Mattarella questo settennato non abbia alcuna intenzione di svolgerlo nel ruolo di notaio, come è stato essenzialmente quello precedente, dove anche l’avvento di Draghi è stato determinato dalle mosse della politica, dall’attivismo di Renzi e dalla decisione di appoggiarlo di Salvini e Berlusconi.
Non sarà forse mai un Giorgio Napolitano, sovrano assoluto che trasforma la Repubblica parlamentare in una presidenziale senza passare dall’investitura popolare, ma, probabilmente, un arbitro ben deciso a far rispettare le proprie volontà. Io non so se questa ricostruzione che abbiamo fatto insieme corrisponda, però, del tutto al vero. Certo è che solo dopo poche votazioni si è corsi a supplicare Mattarella. I Cinque Stelle, Salvini e Berlusconi hanno sbarrato la strada a Draghi. Casini era un candidato troppo ingessato nella vecchia politica. Il centro destra non ha dimostrato tenuta. Comunque, il risultato di questa stabilità trovata sul nome di Mattarella fa da contraltare ad un’ ulteriore perdita di credibilità dei partiti e del parlamento. Il problema non è solo nella frammentazione, ma è soprattutto nella qualità della rappresentanza.
Sta parlando di una nuova legge elettorale?
Fra tutte le riforme del sistema elettorale ne servirebbe una più che urgente. Ci facciano scegliere i nomi e i cognomi di chi mandiamo a Roma. Vogliamo votare persone insieme ai simboli. Questo aiuterà i partiti a tornare ad avere una funzione di cerniera fra istituzioni e società. Alzerà il livello della rappresentanza e renderà i parlamentari più liberi ed autorevoli nell’esercizio del loro ruolo. Oggi il parlamento appare al punto più basso e meno qualificato della storia repubblicana. E’ occupato abusivamente, mi lasci passare il termine improprio, da una serie di donne e uomini che non determinano nulla e non svolgono l’attività legislativa. E questo non è un bel vedere.
Le chiederò dopo del discorso inaugurale di Mattarella. Prima mi interessa un giudizio sul Governo. E’ più forte o più debole di prima.
Più debole in alcuni ministri, penso a Di Maio e Giorgetti, e più soggetto alle turbolenze emotive dei partiti man mano che si avvicineranno le elezioni. Più forte e libero, invece, nelle posizioni di Draghi e dei ministri tecnici che lavoreranno sotto l’ombrello di Mattarella. Vedrà, appena possibile Draghi sarà nominato senatore a vita. Mattarella glielo deve. Il parlamento ingessato ed imbonito dalla nomina del vecchio presidente della Repubblica accetterà tutto, sarà prono ad ogni decisione. Per i parlamentari l’essenziale è chiudere la legislatura. Comunque, Draghi si aspettava di diventare Presidente della Repubblica e non nasconde un certo nervosismo. Questo alza il livello della tensione e rende il quadro politico meno convincente di alcuni mesi fa. Non dimentichiamo l’inflazione, l’aumento dei costi energetici, lo spread e il nuovo patto di stabilità. Arriverà il momento in cui si dovrà fare i conti con una manovra finanziaria anticiclica e dai connotati fortemente legati a tagli di spesa pubblica. Altro che la pacchia un po’ troppo euforica degli scostamenti di bilancio.
Onorevole, si è fatto un gran parlare di semi presidenzialismo strisciante, di una modifica nei fatti della Costituzione. Si scriveva e diceva questo per sbarrare la strada del Quirinale a Draghi. Ma, Mattarella che detta l’agenda al parlamento e ai partiti mi sembra confermi questa tendenza.
Domanda raffinata, dott. Pisani. Concordo in pieno. Per dirla con Luciano Violante ci troviamo di fronte a istituzioni forti (Draghi, Mattarella, Giuliano Amato alla Suprema Corte) e politica (partiti e parlamento) deboli. Il sistema ne risentirà. Perché le elezioni che si avvicinano porteranno a tentativi di bassa cucina per accaparrarsi qualche voto. E questo, non sarà possibile con Draghi al governo e, come le dicevo, destabilizzerà il governo. Accadrà in ogni caso e malgrado l’autorevolezza dei due presidenti.
Senza il federatore, Berlusconi, senza la saggezza del grande vecchio, il centro destra si è sciolto come neve al sole. Mi sembra anche che la Meloni abbia una tentazione di crescere all’opposizione che è più radicata della responsabilità di compartecipare ai problemi del paese. Fratelli d’Italia continua a digradare la propria azione politica in base alle categorie (quasi etiche) della fedeltà e del tradimento. La Meloni definisce inciucio qualsiasi alleanza che non sia con Lei. Come ha scritto Filippo Rossi su Huffpost “Vive una sorta di continuo totalitarismo interiore che la conduce in direzione di una cultura politica fatta di pane e opposizione. Non puoi non stare fuori dal sistema se urli ai quattro venti il tuo antieuropeismo, anche se è evidente che ci si può salvare solo combattendo insieme per una nuova sovranità europea. E non puoi non stare fuori dal sistema quando rincorri ossessivamente le fascinazioni antiscientifiche dei novax”.
E la Lega?
Bettini
La Lega deve scegliere se essere come Meloni o come Zaia. E, soprattutto, se sceglie il governo ci deve stare, come dice Giorgetti, con tutti e due i piedi dentro.
Veniamo al centro sinistra.
Il Pd ha superato la nottata. Aveva Franceschini come una spada conficcata nel fianco di Draghi. I giovani turchi, Orfini e i suoi, a lavorare per il Mattarella Bis. Letta, letteralmente imbalsamato e spaventato dal ritorno di fiamma fra Conte e Salvini. Ma, alla fine, per il Pd è andata bene così. Anche se il tentativo di creare al centro una nuova Margherita rischia di produrre uno spostamento più a sinistra dell’asse del partito. Con D’Alema, Speranza, Bersani e gli altri marxisti e post comunisti che chiedono una candidatura, magari sicura, per essere rieletti con la benedizione del papa rosso, Bettini.
La crisi del Movimento di Grillo e Casaleggio è ormai irreversibile? Io vado controcorrente, anzi dico che il M5S e Giuseppe Conte sorprenderanno anche nei consensi…
La questione Cinque Stelle è più delicata. Siamo davanti ad un malato terminale. Certo, il parlamento si svuoterà di peones, ma il campo largo di Letta rischia di diventare un campetto di calcetto. Ora siamo al paradosso di uno statuto scritto e riscritto dal così detto avvocato del popolo che sembra sancire la mancanza giuridica del presupposto di movimento politico, di partito. Se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere. Qualche giorno fa un Tribunale, quello di Napoli, ha deciso che i Cinque Stelle non esistono giuridicamente. Certo, ne era già convinto Vittorio Sgarbi, ma limitatamente a Giuseppe Conte: “È un ologramma”, ripete beffardo da tre anni in tv. Ma adesso il certificato di non esistenza in vita si estende all’intero Movimento 5 Stelle. Intanto crollano nei sondaggi. Di Maio, che è uno scugnizzo sveglio, lo ha capito bene e si è messo sull’uscio di casa ad osservare l’orizzonte. Magari passa qualcuno.
Staremo a vedere, a mio parere Conte porterà novità e nuova linfa politica al M5S. C’è uno spazio politico, magari più stretto di quello di prima. Conte può occuparlo. Comprendo, comunque, la sua posizione. Passiamo ai fatti di casa nostra. Vuol dire una parola sulla vicenda del direttore generale dell’Arpab, l’avvocato Tisci? Su questa storia della sua presenza in Ufficio malgrado fosse positivo al Covid.
Lui è stato molto netto nelle scelte di questi anni e nella direzione di piglio severo dell’ente. Come si dice in questi casi “si era fatto molti nemici”. Cosicché in non pochi erano sulla riva del fiume ad aspettare. Un clima difficile, privo di spunti solidaristici, fatto di veleni e ripicche. Un luogo dove ogni passo falso viene subito enfatizzato. Ci sarà un’ indagine. Saranno gli atti e le contestazioni a parlare. La Regione Basilcata farà una scelta. Bene ha fatto Bardi ad improntare queste prime decisioni ai principi della prudenza e della buona amministrazione. Magari una scelta la farà anche Tisci per autotutela. Certo, serve chiarezza, trasparenza. Parliamo di uno degli enti pubblici di Basilicata più importanti.
La Lega, in Basilicata, ha chiesto una verifica, magari un rimpasto di governo. E’ solo una questione organigrammatica o ci sono anche motivi più profondi che segnano questa spaccatura fra i leghisti lucani e il presidente Bardi?
Spighiamo per i non addetti. Il Consigliere che viene indicato come Assessore viene sostituito in Consiglio da un supplente. Chi è questo supplente? Il primo dei non eletti della sua lista. Un artifizio che premia i partiti e i candidati e aumenta il numero degli eletti. Stava dicendo di questa crisi … mi scusi se l’ho interrotta.
I nostri lettori, chi ci segue, sa della mia stima personale per Bardi. Che non ho mai nascosto. L’ho sempre visto come uomo sopra le parti e come una importante risorsa per gestire il cambiamento. Negli ultimi mesi ha fatto anche molto. Il Piano Strategico è un atto di programmazione fondamentale che ha saputo adagiarsi sui bandi del Pnrr. Servono ora strutture tecniche che supportino le amministrazioni per mettere a terra i progetti. Buona anche la legge sull’editoria. Bisogna portare Internet veloce in tutta la Basilicata e si sta lavorando a questo. Molto e bene si è lavorato nel settore agricolo. Detto questo, una correzione di rotta serve alla giunta Bardi. Un atto politico. Un pit stop. La sanità, le politiche sociali, l’ambiente, le politiche industriali e del lavoro, il bilancio regionale meritano una attenzione maggiore, un’idea riformista più profonda, anche rispetto a quanto accaduto in questi anni. Ma torniamo alla questione dei consiglieri supplenti. Le dimissioni dell’assessore Cupparo, due volte, oggi quelle degli assessori della Lega, sono solo dimissioni annunciate ma non effettive. E questo perché dietro i Leone e i Cupparo ci sono gli Acito e i Bellettieri e dietro gli assessori della Lega ci sono i supplenti di quel partito. Relazioni, amicizie, rapporti politici che si consolidano negli anni e sono difficili da scardinare. Magari, fra di loro ci sono anche consiglieri bravi, che fanno bene il proprio lavoro e che oggi diventa difficile mandare a casa. Questo inghippo istituzionale non è di poco conto.
Onorevole, però, non ci giri intorno. La Lega e Bardi sono ai ferri corti. Ha letto il Presidente su IL FOGLIO?
Esiste anche un problema di rapporti, di percezioni reciproche, di incarichi non dati, direi di fiducia politica. Magari faranno ruotare qualche assessore, distribuendo meglio i pesi della rappresentanza fra i gruppi di maggioranza. Servirebbe, forse, un nuovo patto. Che sia anche più largo del perimetro di maggioranza, che coinvolga i sindaci, i corpi sociali ed economici della regione. C’è, sullo sfondo, la crisi del centro destra tradizionale, come abbiamo detto prima. Uno sforzo va fatto per non disperdere questi anni, non sciuparli. Rischiano di essere archiviati nel libro delle occasioni perse, dott. Pisani. Poi, IL FOGLIO persegue un suo disegno editoriale e politico, La così detta maggioranza Ursula. Il direttore Cerasa ha, da anni, Salvini nel mirino. Ma questo è un altro piano rispetto alla guerra di nervi fra Bardi e la Lega di Basilicata. Io credo che una mediazione sia possibile e spero che si faccia. Dopodiché non penso che i consiglieri regionali, come i parlamentari, vogliano andare a casa.
Ha perfettamente ragione. Se intende che la Lega non ha più in Basilicata i voti di tre anni fa. Che i Cinque Stelle hanno più che dimezzato e qualcun altro è cresciuto. D’altronde la transumanza avvenuta in parlamento e in parte nel nostro Consiglio regionale conferma questa sua tesi. E non credo sia finita qui.
Pensa sia possibile una maggioranza diversa a sostegno del Presidente Bardi?
Una maggioranza che coinvolga singoli consiglieri che si coagulano in uno o più gruppi d’appoggio a Bardi. Italia Viva, il candidato Presidente del centro sinistra, che è un moderato, uno o due grillini insoddisfatti, qualche altro transfugo. Ci può stare! Non mi piacerebbe, ma non sarò certo io a meravigliarmi.
Voglio farle un altro paio di domande. Mi risponda in maniera, se può, sintetica. Como, entrano in una casa e trovano il cadavere di una donna su una sedia: era morta da due anni. Un terribile dramma della solitudine: nessuno si era accorto della scomparsa di Marinella Beretta, 70 anni, finché i pompieri non hanno scoperto in casa il suo corpo mummificato. Ma che ci sta succedendo? Mi rivolgo allo scrittore, al poeta, Gianfranco Blasi.
Una vicenda agghiacciante dai tratti per certi versi hitchcockiani. Una storia che rimanda alla solitudine, come ha sottolineato Lei, ma anche a miseria umana. Vuoto. A chi si domanda se oggi sia possibile essere invisibili in mezzo alla gente, la risposta è sì. Questa ne è la prova. Negli ultimi anni il processo dell’indifferenza sociale, della paura dell’altro si è purtroppo imposto, amplificato. Abbiamo vissuto bardati, mascherati e, aggiungerei, con gli occhi bendati. Il vicino di casa potrebbe essere un extraterrestre, neppure ce ne accorgeremmo. La violenza non è solo quella fisica, ma si misura anche con il distacco che proviamo dagli altri. Servirebbe una educazione sentimentale diversa, più luoghi di comunità, più gentilezza e bellezza da coltivare come valori condivisi, di riscoperta comune.
Siamo finiti lunghi, la domanda su Sanremo non gliela faccio.. Anche se Lei se l’aspettava …
Le canzoni di Fabrizio Moro, Massimo Ranieri e Irama sono state le mie preferite. Il brano Coraline dei Maneskin ha spaccato ed emozionato. Che bellezza! Noemi, vestita da Alberta Ferretti, la più elegante. Mi ha colpito la originalità e l’unicità culturale, la sagacia di Drusilla Foer, ma anche la leggerezza di Sabrina Ferilli. Il duetto Morandi – Jovanotti da 10 e lode. Amadeus ha giganteggiato. Gli toccherà anche l’anno prossimo. D’altronde con questi ascolti solo lui può fare peggio senza subire contraccolpi.
