GERARDO ACIERNO

 

 

Scopro segni di Te nelle rughe di fiumare essiccate, nel sudore di piegati braccianti, nei rossi di sanguigni tramonti, nei grigi fumosi di albe slavate, nei tocchi di campane sbrigliate sopra i tetti di borghi pazienti. Ti sento nel frullo dei passeri, nel profumo delle rose spuntate nelle crepe, nei muti chiaroscuri di una luna senza tempo. Accovacciato sui gradini di una memoria declinante gioco col vento, sottile e dolcissimo, che mi riporta parole Tue: “Sono qui, non mi vedi?”. E so che non posso accontentarmi di certi languori di sagrestia – fumi, stole e scampanellate – dietro c’è ben altro; infinite sono le vie per approdare in Te. In attesa dell’alba, mi basta la Tua promessa d’essere con noi sino alla fine dei secoli. E mi chiedo: cos’ha Emmaus più delle strade e delle case e dei sentieri del mio villaggio? C’è qui in fondo a un viale di platani e foglie una cappella a raccontare la Tua presenza. E ci sono pietre e archi e ballatoi che accolgono i Tuoi passi tra cori un po’ stralunati di gente stralunata che urla fatiche, lontananze, ripartenze. Anche qui c’è quella strada lungo la quale c’incontreremo Signore mentre cala la sera.

In queste giornate di passione mi ritornano i mille odori della terra: di liscivia quella del torrente, di sodio sa l’argilla delle colline, fragrante è il terriccio nel sottobosco di felci e d’agrifoglio, e poi la terra ebbra della vendemmia e quella sudata del campo sportivo. Sarà per questo che ho fugato la paura di scomparire nella terra del Nulla, o più semplicemente perché so che il Nulla non esiste. Ma soprattutto perché ogni anno il mattino della Pasqua con la campana della chiesa della mia infanzia mi arriva l’odore primigenio e infinito d’un’altra terra. La terra della Gioia.