CRONACHE DAL METAVERSO – DAVID ORBAN TRA CURIOSITÀ iNTELLETTUALE E LIBERTÀ DI SCELTA NELL’ERA DIGITALE
Lorenza Colicigno
Potrei iniziare questa intervista chiedendo: “Che domanda dovrei fare?”, ma non vorrei essere accusata di plagio, essendo questo il motto personale dell’ospite di questa mia rubrica, David Orban: “Qual è la domanda che dovrei fare?”. Quindi inizio così: Chi è David Orban? Il web ne fornisce una biografia ricca e articolata, ma noi vorremmo sapere direttamente da lui quale o quali delle sue numerose e interessanti attività descrive meglio la sua identità: Esperto di tecnologie esponenziali, reti decentralizzate e blockchain, investitore, imprenditore, oratore, professore, amministratore, autore e leader di pensiero del panorama tecnologico globale (https://davidorban.com/it/about/)?
David Orban durante la recente diretta sul tema “Autocoscienza umana” – SingularityU Milan chapter 51
Nel mondo contemporaneo, abbiamo la fortuna di poter seguire i nostri interessi con una libertà forse impensabile in passato. Questo è particolarmente visibile nel campo delle professioni digitali. Una percentuale sempre crescente delle professioni rientra in questa categoria, anche se la situazione non era così chiara 30 anni fa. Ho cercato di organizzare le mie attività in modo tale da poter seguire i miei interessi, approfondendo ciò che emerge di volta in volta, e combinando la mia curiosità personale con il successo professionale e i risultati economici. Sono stato sempre guidato dalla curiosità riguardo al cambiamento tecnologico e al suo potenziale impatto sulla vita delle persone e sulla società nel suo insieme. È grazie a questo processo di esplorazione che ho avuto l’opportunità di essere coinvolto in varie iniziative, come la progettazione della Singularity University nel campus della NASA in California, o l’elaborazione dei miei punti di vista unici, presenti nella tesi fondamentale della Network Society o nel paradigma delle Jolting Technologies.
Un’immagine dalla recente conferenza di David Orban al Planetario di Buenos Aires
Perché il termine Singularity è così dominante nella sua esperienza, a cominciare dal libro da lei pubblicato: Singolarità: Con che velocità arriverà il futuro (Hoepli 2015). Ecco, dunque, le chiedo, con che velocità arriverà il futuro o è già arrivato oggi il futuro di cui lei parla nel suo libro? Quali opportunità e quali rischi sono impliciti in questo termine?
Il titolo originale del mio libro è una domanda, ‘Something new?’, ovvero ‘Qualcosa di nuovo?’, con il sottotitolo “Le intelligenze artificiali e noi: il prossimo momento in cui non c’è nulla di nuovo sotto il sole non sarà più vero”. Il titolo italiano è stato scelto dall’editore.
Uno dei messaggi contenuti nel libro è che il relativismo kepleriano generalizzato, ovvero l’idea che il luogo e il momento particolari in cui si svolge l’arco della nostra vita non hanno un significato particolare e non sono speciali, potrebbe non applicarsi al momento in cui viviamo. Infatti, la rapida emergenza delle intelligenze artificiali con la loro straordinaria potenza analitica potrebbe rappresentare una novità radicale non solo nelle nostre vite individuali, ma nella storia del pianeta o dell’universo stesso. Ognuno di noi può sperimentare gli strumenti disponibili oggi, come per esempio ChatGPT, e questa sperimentazione può farci riflettere sulle future capacità di nuovi modelli, forse tra un anno o dieci anni. Per molto tempo siamo stati convinti che l’intelligenza umana fosse al vertice di una scala di possibili intelligenze, anche se abbiamo potuto osservare come una semplice calcolatrice elettronica è in grado di eseguire calcoli in modo molto più efficiente rispetto alle capacità medie di una persona. O come, negli ultimi venti anni, sono stati i programmi di scacchi a dominare questo gioco, e non gli esseri umani. Di volta in volta, ci sono sempre state persone scettiche che hanno presentato limiti apparentemente insuperabili per l’intelligenza artificiale. Tuttavia, abbiamo poi visto, qualche anno dopo, prestazioni inizialmente modeste ma poi sempre migliori da parte delle macchine, fino a raggiungere e superare il livello delle prestazioni umane. Un esempio recente è l’analisi delle immagini e la possibilità di descriverle in modo testuale, non solo una semplice catalogazione, o al contrario, la generazione di immagini da parte di computer. Esistono già modelli che possono eseguire centinaia di operazioni diverse, altrettanto diverse tra loro come scrivere un testo o disegnare un’immagine, e sempre più modelli sono multimodali, ovvero hanno la capacità di incrociare questi campi tra di loro, così che ciò che viene appreso in un campo può essere trasferito in un altro. Ogni uno di questi sviluppi punta verso un’altra parte di ciò che chiamiamo intelligenza artificiale generale, che è in grado di affrontare qualsiasi problema, analizzarlo e cercare di risolverlo. Quando le intelligenze artificiali di questo tipo si manifesteranno sul pianeta, ci troveremo di fronte a qualcosa di veramente nuovo.
Nelle sue numerose conferenze in presenza e online avrà potuto rendersi conto di quanta e quale differenza generazionale vi sia nel rapporto e nella valutazione dell’impatto delle tecnologie più avanzate della informazione/comunicazione sulla consapevolezza della propria identità personale. Quale ritiene sia la risposta più giusta alle riserve delle Generazioni X e dei Baby boomer e agli entusiasmi o addirittura alla dipendenza dei Millennials e delle Generazioni Z e Alpha?
Nei secoli in cui la vita di una persona poteva svolgersi all’interno di un villaggio, e nei campi circostanti, generazione dopo generazione, con cambiamenti che richiedevano generazioni per diffondersi da un capo all’altro del pianeta, era perfettamente adeguato approfondire la conoscenza locale, della vita e delle stagioni. Questo tipo di adattamento non solo era possibile, ma era anche necessario, perché le deviazioni non erano tollerate dalla società, anzi, era probabile che una curiosità eccessiva o una ricerca di libertà non consentita venissero punite con l’espulsione dalla comunità, o addirittura con la morte da parte del signore feudale che non permetteva ai servi della gleba di lasciare un’area specifica a cui appartenevano. Questa condizione e i suoi vincoli forti sono perfettamente illustrati dalla sublimazione rappresentata dalle favole dell’epoca. Il settimo figlio di una famiglia di contadini, partiva per grandi avventure, uccideva il drago e alla fine sposava la principessa. Oggi, invece, siamo di fronte a cambiamenti molto rapidi, a informazioni che viaggiano da un capo all’altro del pianeta e che hanno un impatto immediato sulla nostra vita, sulle nostre imprese, sul futuro economico delle nazioni in cui viviamo. Quindi, da un punto di vista evolutivo, può essere più vantaggioso essere più adattabili, anche a costo di essere meno adatti. Anzi, questo tipo di ricerca, che comprende la curiosità, l’esplorazione, la capacità di affrontare il rischio, e una sana mancanza di rispetto per l’autorità, un insieme di caratteristiche riassunto nell’espressione neotenia, risulta necessario. Il mondo del lavoro oggi non può tollerare qualcuno che non adotta nuovi metodi, nuovi strumenti, evolvendosi costantemente, ma che rimane attaccato a ciò che andava bene 20 o 30 anni fa. E in effetti, ritengo che questo tipo di tensione non dipenda dall’età biologica. Ci possono essere persone adattabili, giovani o vecchie che siano, così come ci possono essere persone che temono la novità, che temono il cambiamento, a qualsiasi età.
Ringrazio David Orban per la sua disponibilità. Interessante il suo riferimento alla neotenia umana, e quindi al fatto che l’essere umano sia “programmato” dalla natura al cambiamento, cosa che ci pone in una prospettiva di costante ricerca e innovazione. Una costante della ricerca di David Orban è la definizione stessa di identità umana, proprio nel momento in cui è prevedibile, come egli afferma, che le intelligenze artificiali generali si manifesteranno sul pianeta ad affrontare qualsiasi problema, analizzarlo e cercare di risolverlo.
Recentemente David Orban, nel ruolo di Advisor & Faculty di Singularity University, ha moderato il SingularityU Milan Chapter 51, con Valerio Rosso, Psichiatra ASL 1 Cuneo, Giorgio Sandrini, Neurologo e Professore Ordinario presso Università Pavia. E’ stato affrontato il tema “Autocoscienza umana – Cosa ha scoperto la scienza”, prima parte di un incontro che affronterà prossimamente il tema dell’autocoscienza in relazione all’intelligenza artificiale e ai robot. L’evento ha messo in evidenza quanto ancora ci sia da scoprire in relazione all’autoscoscienza umana, pur nel quadro di una ricerca approfondita e costante sul cervello e sul soma, nello specifico come risposta al dolore e al trauma della morte. L’evento, inoltre, ha testato ancora una volta la dimensione dell’interconnettività nel metaverso, integrando nella diretta della webapp di SingularityU Milan anche Craft World, in collegamento con EDU3D, e Spatial, con l’arena di Pyramid Cafè, mondi nei quali, come ha detto Rubin Mayo, il tema dell’autocoscienza è consapevolmente o meno presente nella riflessione dell’avatar/persona sul tema dell’identità personale a specchio con quella digitale.
Il collegamento con EDU3D in Craft World, con Salahzar Stenvaag ed Eva Kraai, e gli interventi di Gigliola Giurgola e Rubin Mayo
Collegamento in Spatial, ospiti del team di Patrizio Bortolus nell’arena di AIXP
Nella presentazione su Facebook del SingularityU Milan Chapter 51 si legge:
“Interrogarsi sull’autocoscienza umana significa esplorare meandri fisiologici, percettivi e nel contempo immateriali, spirituali. In questo percorso di conoscenza ci si avvale, oltre che delle nozioni e competenze acquisite a riguardo nel corso delle riflessioni che accomunano l’essere umano in tante differenti culture, anche di tecniche di ricerca maturate nell’ambito di settori scientifici come la psichiatria e la neuroradiologia con sofisticati strumenti di indagine in grado di consentire risonanze magnetiche funzionali del cervello sempre più accurate.
Approfondire il mistero dell’autocoscienza umana significa poi esplorare il punto di contatto più delicato nel rapporto uomo – macchina. I recenti sviluppi dell’AI conversazionale hanno rapidamente riportato il dibattito alla centralità del linguaggio nella genesi e uso della conoscenza e dei suoi legami con la coscienza. L’interrogativo presto sarà dunque se, nell’ambito del paradigma di simulazione del pensiero umano da parte delle macchine (cognitive computing) proprio dallo sviluppo di modelli
linguistici artificiali possa, in futuro, emergere una AI senziente (artificial sentience) che abbia coscienza e consapevolezza di sé (artificial consciousness – AC). L’avverarsi di uno scenario di questo tipo condurrebbe non solo ad un’AI forte, ma alla potenziale realizzazione della vita artificiale (Artificial Life, Alife, A-Life).”
Non ci resta che attendere cosa ci riservi il futuro o, meglio, cosa ci stia riservando il presente. Ringrazio, intanto, nuovamente David Orban per averci condotto nel labirinto dell’autocoscienza, dove siamo spesso in bilico tra il perderci o il ritrovarci.
