GERARDO ACIERNO

 

 

Il mio paese come la maggior parte dei paesi lucani, nonostante strappi, lacerazioni, emigrazioni e denatalità, è un conglomerato di case, chiese, vicoli e tante storie da raccontare. Ogni storia è parte di una vita che non è soltanto racconto fine a sé stesso o semplice narrazione di ciò che accade in questi luoghi ma è sogno, immaginazione e senso dato al sentirsi paesano di un paese lucano. 

      Puntellato sull’Appennino, il paese è circondato da boschi cupi e da friabili colline. Ha attraversato i secoli sotto un cielo colorato più di grigio che d’azzurro. Molto spesso la nebbia, in risalita sia dalla gravina scorticata da un anonimo torrente sia dal lago ospitato nella piana, lo inabissa dentro un cumulo di bambagia e tutto – cose, persone, animali – svanisce. Poi, naturalmente, gioie, angosce, preoccupazioni riemergono, si rifanno vive in compagnia dei pochi ruderi di mura antiche, di quel che resta dei palazzi baronali, della torre civica impreziosita da uno stanco orologio, di un bel numero di portali, di quattro romanici campanili, delle strette vie popolane e dei suoi schivi abitanti. 

     Come negli altri borghi lucani (oggi così bellamente chiamati) anche qui non si sfugge alla memoria, alle sue trappole deliziose, maliziose, velenose, amorose, né passa inosservato il più piccolo degli accadimenti, la più minuta delle curiosità. Uno solo dei ricordi, personale o collettivo che sia, oppure un fatto più o meno clamoroso capitato all’interno dei confini comunali, serve a noi paesani, instancabili coltivatori di parole, di sentenze e di (pre)giudizi, a declinare il rosario ora triste ora lieto dei giorni in agenda. Aspettando.

       Qui sono nato e qui vivo. Mi chiamo Battista Pietrobello, sono un ultrasessantenne ex-addetto alla gestione delle risorse informative della Biblioteca Provinciale di Potenza, e dai miei vicini di casa vengo indicato con un pizzico di ironia e una punta d’invidia come un “pensionato benestante!” 

      Ogni mattina, prima ancora di passare in bagno, mi fermo davanti al grande specchio dell’armadio e controllo minuziosamente i miei zigomi. Li trovo di un tanto più violacei e più incavati della volta precedente, tendenti a diventare “eduardiani”, dico fra me e me, ma mi consolo notando che le pieghe sul viso sono poche, appena accennate sotto la curva degli occhi. I capelli grigi, anzi “sale e pepe” come ripetono i miei compaesani, non mostrano nessun vuoto evidente. Malattie e altri segni distintivi della vecchiaia, quelli noti e inesorabili, grazie al cielo si fanno gli affari loro.  Ansia e insonnia, però, mi tormentano. Me ne sono fatta una ragione e provo a combatterle queste due male bestie affidandomi alla lettura e alla memoria   

       C’è, purtroppo, anche la solitudine. Questa, però, provo a tenerla a bada grazie alla presenza e alle cure di Carmela, fidata fantesca di casa mia da tempo immemore. Vivo da solo. Non mi sono mai sposato. Carmela mi tiene tutto in ordine: sala, letto e cucina. Mi aggiorna sul più e sul meno della vita paesana, su quello che accade intorno e dentro al nostro piccolo mondo paesano. Da tempo lei mi decanta, ma senza mai ottenere risposte positive, la bellezza di avere una compagnia in casa e le virtù nascoste di qualche matura signora rimasta vedova o di qualche altra in cerca di marito. 

     Alla mia età, sono sordo al canto di queste amichevoli Sirene (… perché mettermi un’estranea in casa…?). Fingo di ascoltare con attenzione le informative della buona Carmela, poi le farfuglio poche gentili parole, le rivolgo un sorriso di convenienza ed esco di casa.

     Frequento il Circolo Sociale dove tutti ci conosciamo e nel quale si parla di tutto e di tutti, a tutte le ore e in tutte le salse. Ostinatamente, nel Circolo si ribadisce orgoglio per il paese; si pontifica e si sentenzia; si litiga per la politica e ci si appassiona al chiacchiericcio; si scherza sulle lagnanze dei singoli e sulle gioie comuni. Tra rimpianti e nostalgie si discute di ciò che si è avuto e di ciò che si è dato alla propria vita. Si parla poco o niente di futuro. Si sta annidati nel passato aspettando al varco come giustizieri ogni piccolo tentativo di immaginarci il divenire. Qui, insomma, interessa più il passato che l’avvenire: il primo perché ormai è incapace di far male a qualcuno; il secondo, l’avvenire prossimo, perché viene narrato sempre pieno di minacce, sempre cupo e tenebroso (…ah! che tempi che ci aspettano! …chissà che fine faremo! …). Quando uno di noi – pace all’anima sua – se ne va per sempre è accompagnato dai sospiri degli altri. Per una sola giornata. Nulla di più. Chi rimane continua a sperare di rintracciare nelle cose circostanti, nel quotidiano dialogare, l’indimenticato stupore infantile oppure quella straordinaria complessità di esperienze che è stata l’adolescenza. 

     C’è chi si lamenta e chi ironizza sulla vecchiaia che avanza, ma c’è anche chi (per la verità ben pochi) questa condizione la vive con serenità, con la saggezza di saper godere di ciò che si ha invece di rimpiangere quello che non si ha più. A tutto proviamo a dare una risposta prima dello spegnersi della candela, cercando di salvaguardare quel poco o quel tanto che il Tempo, nelle sue contorte pieghe ci sta concedendo, illudendoci di lasciare il mondo più bello di come lo abbiamo trovato.

      Il paese, come gli altri, patisce e molto sia lo spopolamento sia la disoccupazione, soprattutto quella giovanile. Eppure – ironia della sorte – intorno al nostro territorio è tutto un brulicare di tralicci e trivelle a caccia di petrolio e di metano; è una costellazione di pale eoliche piantate come croci sacrileghe su calvari incontaminati; è una distesa di pannelli solari infilzati in terreni sistematicamente dissodati dalla furia non solo dei cinghiali. Un micidiale mix di selvaggia ricchezza immaginato e portato a termine da mani (e da menti) a volte in modo scellerato che non ha sortito alcun effetto progressivo.  Chi li governa questi territori afferma che tutto va bene sottolineando, forse anche a ragione, la presenza di paesaggi mozzafiato, angoli di natura incomparabili, set cinematografici montati un po’ dovunque, cordialità, cibo e accoglienza di alto livello, diffusa modernità. 

      Tuttavia nel Circolo Sociale, detto anche degli Anziani, antico sodalizio fatto di chiacchiere e distintivi, si respira perplessità, diffidenza. Non riusciamo a spiegarci l’accanimento di giornali e televisioni nel raccontare di serbatoi di petrolio bucati, di scorie radioattive interrate, di fumo rosso fuoriuscito da ciminiere di potenti inceneritori, di suicidi sospetti, di corsi d’acqua come fogne a cielo aperto, delle continue indagini giudiziarie su capannoni industriali in disuso e discariche abusive. Non troviamo risposte, men che meno dai governanti i quali ribadiscono che in regione si vive ‘alla grande’ grazie ai milioni di euro elargiti dalle Compagnie del petrolio che qui, in verità, continuano a prendere a piene mani e continueranno a farlo fino al 2068 restituendo saltuari oboli di convenienza, senza incidere nel profondo di un secolare ritardo socio-economico. 

       Il paese di certo non è cornice per scenari texani checché ne dica il Corrierone di Milano che continua a chiamare la Basilicata il Texas d’Italia né si esalta con scoppi di allegria carnevalesca. Così com’è, abitato da gente assuefatta a cerimonie e comportamenti poco propensi a cedere il passo alle novità è scultura per la memoria; è una tavola colorata sulla quale il Tempo tratteggia, di solito con mano pesante, il suo naturale passaggio; è una miniera dalla quale Chronos estrae carrellate di ricordi dal cuore e dall’anima sia di chi parte sia di chi decide di rimanere in questo angolo del Sud chiamato Basilicata o – se si vuole – Lucania.

                                                                                                                     (continua)