CRUJIFF, UNO CUI BISOGNAVA DARE DEL LEI

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CRUJIFF, UNO CUI BISOGNAVA DARE DEL LEIby DINO DE ANGELIS

 

All’Atletico Madrid fece un gol al volo su una palla alta verso il secondo palo che non sarebbe riuscito a colpire con la testa perché il corpo era sbilanciato leggermente all’indietro. Allora allungò entrambe le gambe in aria e colpì il pallone con l’esterno del piede destro in una posizione assolutamente innaturale, quasi in orizzontale, infilandola alle spalle del portiere che potè solo guardare. Vederlo giocare era una poesia. Si dice solo per i più grandi e lui lo era. Molto prima di Maradona era uno che prendeva la palla a centrocampo, e scartava con una facilità irrisoria come caramelle i vari difensori che gli si facevano avanti. Il dribbling ripetuto nel calcio somiglia allo slalom gigante dello sci. Con queste due importanti differenze: non sei in discesa, e gli ostacoli non sono fermi, ma provano a sradicarti la palla dai piedi correndo insieme a te. Per seminarli devi avere almeno due qualità: devi essere veloce e devi saper toccare la palla con entrambi i piedi e con entrambi i lati di uno stesso piede (esterno / interno). E lui aveva tutto questo. Saltava l’uomo con una facilità disarmante, sul piano atletico sembrava un velocista che gareggiava contro i maratoneti, sul piano tecnico invece sembrava un adulto che si divertiva con i bambini, un fuoriclasse che portava a spasso i dilettanti. E invece quegli altri, quelli che provavano a fermarlo, erano i migliori giocatori del mondo, e lui si prendeva gioco di tutti come se fossero brocchi di terza categoria. Altra questione che all’epoca ci si domandava spesso, tra noi aspiranti giocatori di calcio (a dodici/tredici anni quasi tutti sono aspiranti giocatori di calcio), era quella relativa a che ruolo avesse Crujiff. Già quel numero sulla maglietta era strano in quell’epoca in cui tutti avevano i numeri ben distribuiti dall’uno all’undici. Numeri che stavano a significare in che reparto giocavi. Dall’uno al sei sono difensori, sette e undici sono le ali, otto e dieci le mezze ali, nove, in genere, il centravanti. Lui invece: numero quattordici. In che razza di ruolo gioca il quattordici? In nessuno, caro mio. Anzi no. In tutti. Aveva la stessa abilità. Difensore come attaccante, rifinitore come finalizzatore e non c’era zona del campo (tranne, forse, la porta) in cui non si trovasse a suo agio. Ma al di là dei numeri, dei campionati vinti, dei palloni d’oro conquistati, sono i piccoli episodi a testimoniare la grandezza. Ad esempio quando un difensore, seccato delle sue continue lamentele nei confronti dell’arbitro, gli disse: “Ehi Cruijff vuoi fischiare tu?” Rispose: “Quanti anni hai ragazzo?” Quello rispose cazzuto: “Ventuno, perché?” “A ventun anni a Cruijff devi dare del lei”. Oppure la sua filosofia semplice su cosa vuol dire il gioco del calcio: “ Senza possesso palla non si vince” . E lui il possesso palla ce l’aveva. Eccome. Ci mancherà in un modo bestia. Ma voglio dire un’altra cosa. Certo, oggi che è scomparso tutti ci ricordiamo del campione che era. Ma non è questo il giorno più triste nella vita di uno che ha talento. È il giorno in cui lascia il mondo del calcio. Deve intristirci quel momento, perché è da quel momento che non potremo più rivedere i funambolismi di cui è stato capace. Oggi che se n’è andato lo ricordiamo, certo. E ci torna in mente quell’Olanda totale che rivoluzionò il calcio come mai nessuna squadra prima. E forse nemmeno dopo. E in quella squadra la parte dell’alfiere, del giocatore universale, dell’olandese volante e geniale, la faceva lui. Chi porterà quel numero sulla maglia, non importa in che campionato giochi, ne sia degno. Era il numero di uno che nasce una volta ogni cent’anni.

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