gerardo acierno
I racconti dell’estate 
E poi tutti al mare. È in questi frangenti che Vito Russo diventa il padrone assoluto del fresco e dell’ombra del Parco comunale di Torretta. La panchina ridipinta di rosso per ricordare la violenza sulle donne con le altre tre in fila sul sentiero sono a sua completa disposizione. Intorno c’è uno strano silenzio rotto a tratti da qualche grillo impertinente nascosto nell’erba, gialla di calura, del prato antistante il vecchio monastero che ancora domina quello spazio comune.
Vito arriva alle nove del mattino; Gaetano il simpatico cameriere del bar gli serve un caffè macchiato e un bel bicchiere d’acqua frizzante; la “Gazzetta”, già disposta a farsi leggere, lo aspetta sul tavolo di fronte, ma sono i cosiddetti ‘posti dell’anima’ a ronzargli per primi dentro la mente. Frementi, reclamano il loro giusto ritaglio di tempo per cercare di sopravvivere, di non scomparire per sempre.
Ritornano a brani: ora gli pare di stare in una stanza, da solo, ad ascoltare una partita di calcio alla radio; ora si rivede nella bettola sotto casa a orecchiare i canti osceni dei soliti mulattieri ubriachi; altre volte si ritrova nel gabbiotto senza gloria e senza infamia della portineria del convento, dove suor Sebastiana, la monaca ‘istruita’ che su richiesta di sua madre lo aiutava a fare i compiti, ogni tanto gli passava un gianduiotto o un pavesino.
Sfilano, poi, in velocissima sequenza il profilo bellissimo della Cardinale nel film ‘La ragazza di Bube’ con la struggente musica di Rustichelli; le briciole di pane sparse sui sedili bisunti dell’autobus che lo portava al liceo della città; i pipistrelli impazziti nella grotta di San Michele sepolta nella faggeta, secolare luogo d’accoglienza per poveri, monaci, briganti, pastori e contadini; le seggiole scalcagnate della Sezione del PCI di Torretta; lo sfrigolio del lumino sull’altarino di casa dedicato alla Madonna del Monte; le pietre laviche della scalinata del Municipio sulle quali atterravano le monete di piombo della sua paghetta settimanale. Finanche gli odori, i profumi: il sentore dei fagioli dalla pignatta, poggiata al tizzone ardente a casa della nonna; la fragranza che signoreggiava nella tabaccheria del nonno. E il fumo nero del bar che sapeva di birra, dove, con gli amici, si disputava su chi fosse il più bravo tra Berto e Moravia, Cassola e Bassani, Calvino e Pasolini. Si litigava anche di brutto per la letteratura ma si tornava a casa, a notte fonda, con un pensiero in più nella testa.
E la musica. Soprattutto quella delle colonne sonore di film indimenticabili; e le canzoni corrosive di George Brassens, lo chansonnier francese figlio di una lucana di Marsico Nuovo emigrata in Francia, andata poi sposa a un belga; e gli stornelli romani e i classici napoletani. E i sussulti di fede, di una religiosità labile eppure mai dimenticata, di preghiere accompagnate dalla voce calda di sua madre e dalle sapienti parole dell’anziano parroco della chiesa del suo antico quartiere che ancora gli ripete: “La vecchiaia è la stagione più preziosa dell’uomo e per attraversarla bene non c’è che un segreto, quello d’innamorarsene”.
Tutto gli arriva da labirinti lontani ma felici. Eppure queste sue giornate sono come il mare che va e ritorna, si placa e si rabbuia. La memoria lo corteggia, lo stuzzica, gli fa sentire echi lontani e gli carica il cuore e la mente di cose belle e meno belle. Vito si sente naufrago nell’oceano dei ricordi, disperso lungo gli infiniti corridoi di quella casa del Tempo che è, appunto, la memoria, la quale non cancella, ma sommerge. In essa tutto si accumula: le cose antiche, il passato lontano, quello più recente, le delusioni, i sogni. E tutto resta.
Cosicché quando sente il Tempo sfilarsi e lasciargli una grinza, una ruga oppure quando dolorosamente gli squarcia l’anima, Vito si rifugia nelle parole del suo amico parroco “..per attraversarla bene, la vecchiaia, basta innamorarsene …” e la marea si addolcisce. Allora si alza e più sereno si dirige verso il torrente, aggrovigliato laggiù nella gravina, il quale gli sembra meno restio ai suoi continui, testardi tentativi di carezzargli ancora la schiena come un tempo faceva.
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