
gerardo acierno
Il giorno in cui il Tempo mi fece nonno, lasciai il gruppo degli amici intenti a cazzeggiare nel Circolo e sfiorando con passo leggero il selciato del Corso raggiunsi il Parco. Ero ferocemente felice ma, scaramantico come sono, feci di tutto per nasconderla, la felicità, temendo il malocchio della gente. Avevo deciso di non far sapere niente a nessuno. Mia figlia mi aveva telefonato dall’ospedale nel cuore della notte e mia moglie, con lei per assisterla, aveva aggiunto:
– E’ nata tua nipote, un fiore di bambina! – Era il ventuno aprile. Una domenica. Era il giorno di Sant’Anselmo, il giorno del mio onomastico.
Mi ospitò una panchina colorata di rosso. Di fronte a me, sotto i portici del Municipio, ricordo due ragazzini intenti a smanettare sui cellulari; al chiosco, il cameriere serviva popcorn, patatine e bibite americane a due signore con le spalle scoperte e gli occhialoni scuri, un vigile si aggirava severo tra le auto parcheggiate alla meglio sulla stradina sterrata.
Osservando tutto quello che mi circondava, il mio sguardo si arrestò sopra una sorta di buco nero alla base di un platano già ricco di fronda. Una tana? Un rifugio, un riparo rassicurante per gli animaletti legittimi inquilini del Parco comunale? Fissai l’imbocco della cavità e iniziai a lavorare di fantasia per imbastire la prima storia da raccontare alla mia nipotina dal primo momento che l’avrei tenuta in braccio per abituarla al tono della mia voce insieme al calore del mio abbraccio e alla dolcezza delle mie carezze.
‘Quel buco…a chi apparteneva?..a un riccio? Certo, sì, un riccio al quale, per facile assonanza, diedi il nome di ‘Riccio Capriccio’. Poi…, poi lo feci uscire dalla tana a passo spedito, una mezza mela infilata sulla corazza di aculei, diretto verso l’orto della vicina Canonica, atteso da nonna Ricciuta. A metà strada, Riccio Capriccio incontrò Merlo Francesco, becco giallo e piume nere il quale, svolazzando sopra di lui, gli portò via la mezza mela. Piangendo e disperandosi Riccio Capriccio chiese aiuto alle Janas, piccolissime fate del Parco nascoste dentro i buchi dei muretti e sotto i cespugli del prato. Queste magiche figure non potevano mai lasciare i loro rifugi perché avevano una pelle delicatissima e il sole avrebbe potuto bruciarle in un battibaleno. Riccio Capriccio ancora in lacrime raccontò al popolo di fate, vestite di rosso e di oro, la sua disavventura. Le Janas lo ascoltarono commosse. La loro regina tirò fuori dal cassetto una preziosa stoffa trapuntata di fili argentati, la posò sugli aghi del piccolo riccio e gli disse:
-Ora va, corri dalla tua nonna e portale questa stoffa. Dille di stenderla sul suo lettino e poi infilatevi sotto. Sarete per sempre felici e contenti’.
Riccio Capriccio non si fece pregare due volte e nonostante il peso sulla schiena e l’emozione nel petto, corse a perdifiato. Giunto davanti alla porta di nonna Ricciuta tirò un sospiro di sollievo: Merlo Francesco non s’era visto e la coperta d’argento brillava come non mai sul suo puntuto groppone.”
A questo punto mi venne sete. Feci un gesto verso il cameriere per richiamarne l’attenzione. Inutilmente. Non avevo voglia di alzarmi, arrivare al banco e ordinare dell’acqua. E se anch’io mi fossi imbattuto in un fastidioso, umano Merlo Francesco pronto a rovinarmi l’incanto di quel momento?
Mi risistemai sulla panca, guardai il sole alto di mezzogiorno, mi congratulai con me stesso per la storia che un giorno avrei raccontato a mia nipote e con tutta la felicità accumulata, propria dell’attesa, chiusi gli occhi, dolcemente. E mi lasciai andare al riposo di metà giornata.”
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GERARDO ACIERNO