IL VICOLO E IL TORRENTE …

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                                                                                 di  GERARDO ACIERNO

       […] Già, quel vicolo. Come le altre cento cundane del paese anche il minuscolo tratto di ciottoli e umanità che era il vicolo di casa loro sfociava nella piazza principale. In capo a tutto, sopra un piedistallo di mattoni rossi bene incamiciati nella malta si ergeva  il capoccione di un leone di pietra, memoria della passata grandezza del palazzo baronale, signore della piazza. Appresso, il negozietto della frutta: tre cassette di verdura, una manciata di mele, un sacchetto di noci, un grappolo di fichi secchi, il banchetto sotto al quale il braciere, anche a luglio, scaldava i ginocchi rinsecchiti di z’Cola, l’anziano padre della fruttivendola. Pochi metri quadri e una diffusa penombra perché il sole là dentro s’infilava soltanto di sghimbescio. Fuori, sul selciato sempre umido, nugoli di bambini si rincorrevano fino a sera quando calavano le lucciole dalla collina sovrastante e i richiami preoccupati delle mamme scandivano le ore vissute da famiglie allargate.

     Due porte dopo di quella della frutta e verdura armeggiava, in un altro buco di bottega, mast’Antonio il ciabattino. I colpi felpati del martelletto sulle tomaie, sui tacchi e sulle suole facevano da controtempo al battito secco e affilato dello scalpello di Alfredo il marmista, imbiancato nella stanza di fronte, curvo a intagliare bassorilievi per lapidi. E poi c’era la cantina di Bracò con i canti sporcaccioni dei clienti avvinazzati, le furiose liti per un gesto incompreso, per una carta mal giocata, per un contratto non rispettato o per terreni confinanti. Le case, basse, due piani al massimo, avevano scalinate esterne e lucidi pianerottoli occupati da donne eternamente impegnate a sferruzzare maglie e a bisbigliarsi pettegolezzi sulle suocere, le nuore, le cognate. E c’erano i panni di famiglia stesi a finestrelle dirimpettaie e pettegole, musiche che arrivavano da radio tenute ad alto volume per mascherare pianti, bestemmie, qualche rara nota di felicità. Si sentivano i profumi del ragù, dei gerani, della paglia ammassata nei sottani, del basilico piantato nei vasi di latta esposti alle soglie di balconcini dominati dai nidi delle rondini. A tutte le ore  smaliziati dodicenni bussavano alla porta della stamberga abitata da una signora chiamata ‘la Cinquelire’ e poi scappavano urlando a squarciagola quel nomignolo feroce. La poveretta usciva sull’uscio spettinata e scomposta imprecando e bestemmiando. Aveva accento settentrionale, gambe nude e camicetta aperta sul davanti. E meno male che nel vicolo tirava sempre vento: spazzava tutto e di tanto in tanto riportava il sentore del bosco e il gorgoglio del torrente  nella  gravina infiorata.

     Dalle sue acque gelide spuntavano quattro piloni di legno scuro a sostegno di una mulattiera e i ragazzi, con le gambe rinserrate tra le braccia, nudi, intimiditi dal pisello arrogante esibito con orgoglio dall’amico più dotato, dopo il bagno si lasciavano asciugare da un sole ancora incerto. I loro vestiti, stesi su larghe foglie di piante senza profumo diventavano spesso prede di lavandaie guardone, accaldate alle pietre insaponate. In zona non mancavano i sassi. A portata di mano li utilizzavano per zittire i fringuelli nelle siepi o a guerreggiare nel farli rimbalzare il più a lungo possibile sul pelo dell’acqua. Tra una sassaiola e l’altra, un tuffo maldestro in acque basse  e uno spruzzo in faccia al compagno più vicino, con piacere si sfiorava quella che Adriano, il figlio del medico condotto, chiamava la schiena del torrente. Il carezzevole scorrere dell’acqua tra le dita delle mani ricordava a molti di loro la delicatezza dei capelli di Luciana, la ragazzina più simpatica del vicolo di casa.

     Sulla sponda ciottolosa di quel corso d’acqua si consumava il resto del tempo a tormentare formiche appesantite da chicchi di segale e fili d’erba. A mezzogiorno, nei paraggi si accampavano i taglialegna. Il fresco della fiumara e l’ombra diffusa aiutavano a riprendere fiato, asciugavano il sudore, si poteva finalmente mangiare un boccone. I ragazzi si facevano trovare seduti, pronti per condividere la loro colazione con quella ruvida gente: pane e mortadella in cambio di proverbi e stornelli dialettali. Inoltre erano golosamente disposti a raschiare dalle loro gavette di zinco un paio di saporite cucchiaiate di fagioli impastati nella polenta.     

    La domenica, facendo felici le mamme, i ragazzi andavano in Canonica. Seguivano distrattamente le lezioni del parroco e quando don Luca si allontanava c’era chi rallegrava il gruppo imitando sia la voce distesa del radiocronista sportivo dal nome nobile (Nicolò) sia quella roca di Gennaro, venditore di stoffe, sfibrata dal continuo richiamare le donne al suo coloratissimo furgoncino: robbabbella!  robbabbella!  (con  tutte  le doppie possibili).

    Si era alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso; si era in terra di Basilicata dove quasi tutti i paesi, nel loro orizzonte, si somigliavano perché cesellati intorno a rocche collinari o incollati alla creta dei calanchi ….. (continua)

                                                                                                

– brano tratto dal racconto “La schiena del torrente”

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