Sono arrivato a scuola in anticipo, oggi.
Mi sono dovuto alzare dal letto un’ora prima, ma era troppo importante. Quella stupida della sveglia a ultrasuoni tra l’altro non ne voleva sapere di anticipare l’orario. Riconosce solo la programmazione imposta dai miei genitori, che la certificano con le impronte digitali. Continuava a guardarmi con quella specie di faccia metallica che ha sul davanti e a ripetere
“ORA ER-RATA.
PROGRAM-MAZIONE INALTE-RABILE”
fino a che gli ho dato un cazzotto e l’ho buttata dall’altra parte della stanza. Mi sono arrangiato con un vecchissimo modello digitale, che proiettava, lo credereste mai? l’ora sul soffitto, e che era sepolto da ere immemorabili nell’ultimo cassetto della mia scrivania.
Sono sudato, ma non è per la corsa che ho fatto fin qui.
E’ che ho paura, un po’.
Oggi è la mia prima volta.
Avevo sentito ragazzi più grandi che ne parlavano. Sottovoce, ma li avevo sentiti lo stesso, in bagno. Un segreto. Uno che ti dà la roba giusta. Un delirio di onnipotenza, dopo, sangue che scorre a balzi nelle vene come pompato da un motore, schegge di vetro che ti entrano nel cervello e lo allargano, occhi che vedono altri colori, polmoni che respirano altra aria, le schegge che danzano, i colori che si moltiplicano e tutto ti balla intorno, e tu ti senti benissimo, forte, hai voglia di urlare e saltare, niente è impossibile, il mondo improvvisamente è piccolissimo e tu voli, voli, VOLI….
E quando finisce, dicevano, tutto quello che vuoi è poter volare di nuovo. E ancora. E ancora.
Dovevo farlo anche io.
Mesi a pensarci, di notte. Quei ragazzi ne parlavano come di una cosa paradisiaca. Ma io avevo capito anche che c’era un lato nero, qualcosa di cui avere paura. Lo faccio? Non lo faccio? Ci provo? Mesi di notti insonni a giocare a dadi con il mio coraggio. Poi un giorno, manco ho capito perché, mi sono messo in testa che sì, volevo farlo.
Ci ho messo un sacco di tempo a capire chi era la persona giusta. Un sacco di tempo ce l’ho messo anche per avvicinarlo, ho dovuto farlo per gradi, un amico alla volta, quello ti presenta a quello che ti presenta a quell’altro e ci vuole cautela, se no finisce la festa. La polizia sorveglia, davanti alle scuole, basta un minimo sospetto e i cani radar intervengono.
Non ne ho parlato con nessuno, avrei voluto farlo con Max, il mio migliore amico, ma la verità è che l’idea mi eccita ma mi fa anche una fottuta paura, e Max è più cacasotto di me, non sarebbe stato di nessun aiuto. E io non volevo nessuno che mi scoraggiasse, avevo già paura così.
E poi arriva un momento che te la devi cavare da solo, niente più mammina e papino, niente amici.
Quello che da la roba giusta è uno grande, sembra un professore, forse lo fa apposta, così si confonde, nella folla che staziona davanti alla scuola tutti i giorni.
Ha la barba corta, gli occhiali.
Tutte le mattine aspetta qualcuno, qualcuno che va a chiedergli di poter volare.
Stamattina aspetta me.
E’ solo.
L’amico dell’amico dell’amico che aveva il contatto giusto gli parla, io resto in disparte, a spostare ghiaia nel vialetto con la punta dei piedi, gli occhi bassi. Il chip che ho impiantato nella nuca mi manda a ripetizione davanti agli occhi la data, gli orari della giornata, le materie di scuola, i compiti che devo fare, i miei voti, le prove di recupero. Che palle, lo so da me che oggi è il 2 luglio 2080. E me lo ricordo, che ho un test di mate. Stavolta metterò crocette a caso.
Ma sono solo frammenti di pensiero, non vedo niente, sono troppo teso.
Il tizio con la barba si volta a guardarmi, si avvicina.
Sento che le mai mi si gelano e la faccia mi diventa caldissima.
Mi guarda dritto negli occhi.
Ha gli occhi azzurri.
Mi chiede il nome.
Glielo dico, e mi trema un po’ la voce.
“Allora, ragazzo. Per la prima volta” dice “ti do un assaggio gratis. Ma dalle prossima volta, sono 50 eurocrediti a dose”. Gli occhi si fanno più piccoli, e cattivi.
Balbetto un “va bene” e prima che me ne accorga mi ha messo in mano qualcosa.
“Sparisci” mi intima, guardandosi intorno.
Mi metto a correre come un forsennato, salto il secondo vialetto, evito seagway e nucleobike e mi fermo solo quando sono nel bosco, lontano dalla scuola, lontano da tutti.
Ho il fiatone.
Apro la mano, finalmente, che mi fa male da quanto l’ho tenuta stretta, e guardo.
Dentro – non ci posso credere – c’è solo un misero stupido chip, una banale card sonora, come ne ho a centinaia nello zaino, ci sono sopra le lezioni di scuola, le raccomandazioni di mia mamma, le istruzioni per ritirare un libro nell’archeobiblio, tutta roba noiosissima, cazzo! Tutta roba recitata sempre dalla stessa voce, una voce di sintesi, identiche cadenze, identiche pause, identico timbro. La odio, quella voce.
E adesso? Mesi di tormenti, mesi di cautela, e che mi dà quell’imbecille? Una card sonora!
Vorrei mettermi a piangere.
Per pura tigna, per non ammettere con me stesso che mi sono fatto fregare, la infilo nel mio lettore, metto le cuffiette e lo faccio partire.
Parte piano. Non è la solita voce metallica, è .. altro, non saprei spiegare.
Onde sonore stranissime, mai sentite, diverse, non so come dirlo …
Altro.
E già mi pare di sentirmi un po’ strano, mi sento come in attesa di qualcosa, sono in un leggero stato di ansia, vorrei strapparmi le cuffiette ma anche spingermele più forte nelle orecchie, e mentre sono lì che cerco di decidere la testa mi esplode, sono onde sonore che si inseguono e si accavallano, un coro di voci, sempre più forti, ma è piacere puro, vorrei che non smettessero mai, è proprio come avevano detto, schegge di vetro che ti entrano in testa, la scatola cranica sembra volersi allargare per contenere tutto l’immenso piacere che dilaga, dilaga, il bosco non esiste più, non esiste più niente, non vedo nulla, solo colori che si inseguono e si fondono, diventano colori nuovi che non ho mai visto, sono caduto seduto sotto un albero ma non so come, perché a me sembra di ballare, correre, volare, il fiato mi manca, è qualcosa che mai ha sfiorato le mie orecchie, non ho mai sentito niente del genere, e proprio quando mi sembra di stare per morire le onde sonore rallentano, si smorzano, alla fine tacciono lasciandomi esausto, ansimante, non ci vedo bene, poi lentamente tutto si normalizza, ecco le mie scarpe, ecco l’erba, ecco me ancora tutto intero e non so come ho fatto a resistere a tanta bellezza, a tanto piacere, a tanta assurda voglia di ricominciare.
Faccio ripartire il lettore, ma c’è solo silenzio.
Ovvio.
Se si potesse usare la stessa dose più volte, il barba sarebbe fottuto.
Estraggo il chip. Si è come annerito, ma guardandolo bene qualcosa sopra si legge.
Mi sforzo, mi porto alla luce, finalmente riesco a leggere.
Ma non ci capisco niente. C’è scritto
L. van Beethoven, IX Sinfonia,
IV mov. Inno alla Gioia
Chissà che cazzo significa.
