LE FIERE NELLA STORIA

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LUCIO TUFANO

Le fiere erano i più antichi luoghi economici nei quali con regolarità si effettuavano scambi fra mercanti venuti da lontano, affollate anche da mercanti locali e da produttori che vendevano direttamente le loro merci e compravano ciò che a loro serviva.

Si tenevano lungo l’itinerario che dall’Inghilterra giunge in Italia, a ridosso della vasta area di produzione dei drappi rappresentata dalle città della Francia settentrionale e dei Paesi Bassi. Le sei fiere della Champagne costituirono un circuito, in quattro località. I fiorentini acquistavano i drappi semilavorati delle città settentrionali per spedirli a Firenze, dove le compagnie appartenenti all’Arte di Calimala le tingevano e le rifinivano.

L’ammontare del capitale che sarebbe stato necessario per procurarsi le scorte per un anno intero di attività industriale era il primo ostacolo; sarebbe stato possibile ricorrere al credito, con un costo tuttavia elevato. Era invece più serio il problema che nasceva dalla difficoltà di prevedere l’andamento delle vendite. Una carestia, impegnando più elevate quote di reddito nell’acquisto di prodotti alimentari, diminuiva nettamente la parte che si poteva impiegare nell’abbigliamento mentre un’epidemia poteva portare alla chiusura dei transiti ed al sequestro dei tessuti in viaggio, “oltre alla congestione nel sistema dei trasporti che una spedizione massiccia avrebbe provocato”. Si ovviava a tali inconvenienti grazie alla regolarità delle scadenze delle fiere e del loro succedersi.

«Fra le fiere, quella di Firenze e di altre città funzionavano per iniziativa delle corporazioni più importanti, un servizio postale per la trasmissione di ordini e di informazioni essenziali per il buon esito delle trattative». Fino alla metà del Trecento, il mercante banchiere fu un grande viaggiatore; da un lato la contabilità, gli strumenti mercantili non ancora così evoluti da consentire un controllo preciso dell’attività di un dipendente; dall’altro le merci, i tessuti in ispecie, erano prodotti che venivano apprezzati di volta in volta.

Lungo il noto “corridoio lotaringico” tra il nord delle città facenti parte della Lega Anseatica e le regioni mediterranee, attraverso Norimberga, Ravensburg, Augusta, Venezia, Milano, Genova, si svolgevano le più importanti fiere internazionali d’Europa, onde dazi, gabelle, pedaggi e dogane furono imposti ai mercanti fino al XVIII secolo.

Furono i sovrani più intelligenti che, applicando norme più eque ed erogando vantaggi fiscali, evitando rappresaglie agli stranieri, riuscirono ad aumentare l’afflusso ai propri mercati e fiere.

L’ambulantato più ordinario, sia quello che si svolgeva in montagna che quello delle pianure, con animali da soma, attraverso percorsi difficili privi di servizi e mezzi di trasporto, con popolazioni disponibili per ogni tipo di soccorso, per valichi alpini, fu quello operato dai contadini, ancor prima dell’avvento dei trasportatori. Si adoperavano al trasporto delle mercanzie con i propri animali, facendosi carico della merce ai confini del villaggio nel quale risiedevano, affidandolo ai contadini del villaggio successivo e, quando le distanze non erano eccessive, riuscivano anche a dormire nelle proprie dimore.

Furono le fiere che funsero da alveo fondamentale per gli ambulanti, vi espletarono mestieri e professioni, e nel corso dei secoli segnarono tappe significative nella loro ininterrotta evoluzione.

È noto come – scrive Vincenzo Perretti, citando il noto “Usi e costumanze” del Riviello – le due fiere di Potenza, una in onore di Sant’Oronzo e l’altra di San Gerardo, subissero variazioni di data e di luogo. La fiera di agosto, si teneva dal termine di via Pretoria in giù, “con tutte le buffette o banche dei venditori lungo il vico Largo o di Pilescia (oggi vico Orazio Flacco), mentre gli animali erano portati fuori dell’abitato, alle falde del Monte, sulle terre di un tale Alianello, detto Ciunnella. Perretti riporta, nel suo lavoro, un raro documento di storia locale dell’800 in cui viene riportato il conto preciso degli ambulanti presenti ad entrambe le fiere del 1823. Da tale “Notamento” del Comune, allegato allo “Stato Discusso” municipale per gli anni 1823-27, «si ricava una “statistica” dei mestieri, il cui peso economico – scrive Perretti[1] – si può valutare dall’entità del tributo pagato al Comune di Potenza».

«Il tributo maggiore, di 60 grani, lo pagano quattro zuccari, un ceraiuolo e uno speziale. Quasi nessuno di costoro pare che sia potentino: i primi rispondono ai cognomi di De Feudis, Di Pinto e Mastrogianni. Uno soltanto è il venditore di cera, tal Domenico Gatti, ed uno è lo speziale, che si chiama Mariano Caprio. I venditori di cappelli, detti cappellari, sono nove, e pagano dai 30 ai 60 grani, evidentemente a seconda dello spazio utilizzato; per rimanere in tema di abbigliamento, sono presenti i merciali o merciaj, che sono quindici, con una tassa, in media, di 40 grani. Per 50 grani sono tassati invece i saponari che sono cinque, due solaj, cinque negozianti, ventiquattro bottegai (a seconda della quantità della importanza e qualità delle merci) e un drochiere».

Non mancano andritari, i venditori di serrature, catenacci e similari, i mascaturari, i capezzari o venditori di finimenti per animali, i venditori di cuoiame, i pannaiuoli per la vendita di pezze di stoffe.

«Sono tassati per 30 grani un chiavaro, e tre funari: il primo, detto anche chiavettiere, gli altri venditori di corde e funi».

Un andritaro, un campanaro, un tamburriere, un accettaro e un scandajo, pagano solo 20 grani pro-capite, ed ancora meno un sementaro ed uno scotellaro, che pagano 10 grani.

Il primo manifesto porta la data del 7 novembre 1843, il secondo è del 22 maggio 1850, il riferimento alla Piazza dell’Intendenza è importante, in quanto la piazza era stata creata solo intorno al 1840, e quindi il mercato settimanale, prima di quella data, doveva tenersi negli altri luoghi cittadini sopra citati. Comunque, due fiere di minore importanza si tenevano in occasione delle festività per il Sangue di Cristo e S. Gerardo, come si legge nella Delibera Decurionale del 1° dicembre 1831, conservata nell’Archivio Storico Comunale di Potenza. Perretti parla anche di un gruppo di Montemurresi, scarponari che pagano in tutto ducati 14.

«Nella successiva fiera di ottobre sono presenti soltanto 86 mercanti, per un introito complessivo di 29 ducati, e nell’indicazione dei mestieri e dei nomi si ripropongono, grosso modo, gli stessi individui. Sono specificati quindi un galanteriale, tre telajuoli, un acciararo, ed un coppolaro. Il primo è un tal Florio, che vende cianfrusaglie e ninnoli, i telaiuoli sono De Marco, Santangelo e Bertondo, l’acciararo, che vende il ferro ed oggetti e strumenti di metallo si chiama Simone, ed il cappellaro è Angelo Farina.

Come si è accennato, la maggioranza di questi mercanti è forestiera, tanto che i cognomi potentini si riscontrano solo in minima parte, e sono presenti solo tra i bottegai e negozianti, e non tra coloro che occupano i posti volanti: sono citati Riviezzi, Marino, Giacummo, Mancino, Aquino, Pace, Grippo, Pippa, Palese, Marsico e Riviello».

[1] Vincenzo Perretti – Cronache potentine dell’800 e del ‘900. Ed. Castrignano, Anzi (Pz). 2006-2007.

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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