LA RAGAZZA FRANCESE

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un racconto di  Gerardo Acierno

Il borgo. Un anno dei Settanta del secolo scorso. Estate inoltrata. Domenica pomeriggio. C’era un silenzio piacevole perché la maggior parte delle case del vicinato erano chiuse. Si stava bene seduti sulla panchina del viale. Una leggera brezza filtrava dalla siepe del giardino di un palazzo antico. Si avvertiva lo scroscio dell’acqua che sgorgava, pigra, dalla pietra bianca della Fontana Vecchia, all’altro lato della strada. Mancava poco all’inizio delle feste paesane.

        Nella bella stagione, Beniamino Licata ritornava qui. Per un paio di mesi lasciava la metropoli e le paure, le violenze, le follie politiche, gli scioperi e le proteste di quel tempo pericoloso e veniva a rifugiarsi tra queste pietre tinteggiate con gusto, tranquille, silenziosamente ospitali. Familiari. Quel pomeriggio su quella panchina intorno a questo meditava.

        Per tutto il periodo di soggiorno si prendevano cura di lui Maria, una sua cugina, e Donato suo marito, un tizio venuto dalla vicina città, simpatico a giorni alterni. Avevano una bella e ampia casa nel cuore del paese.

        All’epoca della storia in questione, questo borgo lucano contava poco più di un migliaio di persone, raccolte in una matassa di vicoli a loro volta attorcigliati a un costone roccioso posto al di sopra dei seicento metri. La cugina, ‘una brava figlia’, come si diceva di donna non proprio bellissima ma molto virtuosa, era un’ottima cuoca e d’estate la sua casa diventava una pensione/trattoria molto apprezzata. Lei e suo marito avevano in pratica amicizie in tutto il circondario.   

        In agosto, qui, erano in calendario molti giorni di feste civili e religiose, rassegne folkloriche, sfilate storiche, per cui arrivava tanta gente anche dalle regioni vicine e circolava un bel po’ di denaro. Capitava che passassero gli amici di una volta, i familiari di Donato o i suoi ex-colleghi d’ufficio: conoscendo la qualità della cucina, venivano a rimpinzarsi di  cotica e fagioli o sceglievano il baccalà fritto servito insieme ai famosi peperoni cruschi. Il tutto era sempre accompagnato da un bicchiere di Aglianico rosso, reso forte dalla lavica terra del Vulture.

       Beniamino faceva colazione e pranzo quasi sempre con loro due. Mai la cena. Spendeva le serate in compagnia di una frotta di giovani. Studenti e operai. Notte dopo notte. A loro piaceva ascoltare storie di città, curiosità capitoline, scontrarsi per il calcio – Roma, Inter, Juve – e soprattutto amavano suonare e cantare le canzoni che d’inverno lui componeva nella sua dimora romana. I ragazzi si appassionavano poco alla politica preferendo riscoprire e coltivare radici e tradizioni del luogo.

      In questo contesto, Beniamino si sentiva un re, un condottiero, un personaggio unico e impareggiabile. Era il centro dell’attenzione, ammirazione, interesse di quei ragazzi di provincia. Raccontava loro le stramberie di certi strani personaggi del posto, le loro stravaganti imprese portate a termine soprattutto nei campi e nelle boscaglie del territorio. Miti contadini e favole di bottega erano le sue narrazioni notturne, oltre, naturalmente, a canti e concertini. Nonostante la giovane età, il professore di musica si ergeva a saggio e illuminato conoscitore della cronaca locale. A volte anche a moralista.  

       Poco più che trentenne, all’epoca insegnava musica in una scuola media romana. L’anno scolastico era terminato a metà giugno e già alla fine del mese Beniamino era sbarcato nel borgo. Pochi abiti in valigia, molti libri e fogli di ogni specie, colore e misura, stracolmi di note, di partiture e di melodie. Non lasciava nessuno a casa, nel senso che le sue vicende sentimentali latitavano e, a dire il vero, non aveva una vita ordinata né se ne curava più di tanto.

       La sera  che  Nicole telefonò per prenotare una stanza, Beniamino stava per uscire. Maria lo pregò di rispondere. Al telefono la donna si presentò dicendo di essere francese, ma parlava un italiano quasi perfetto. Studentessa universitaria era appassionata di storia, soprattutto di quella del Regno di Napoli. Sarebbe arrivata l’indomani. Poi, con dolcezza tutta ‘franscese’, s’informò se in paese avesse potuto contare sull’aiuto di qualcuno circa le ricerche che aveva intenzione di condurre. Beniamino rispose di getto, così, per scherzare: Certamente. Eccomi, sono a sua disposizione. La donna scoppiò in una risata travolgente: Oh, mon dieu, tres bien, tres bien. A bientot. Ciao- Strascicò quel ciao ancora ridendo. Beniamino posò la cornetta e accese una sigaretta. Al primo tiro si chiese: – Perché ho fatto lo scemo?- Poi, senza rendersene conto si ritrovò nei vicoli ambrati dal chiarore dei lampioni, punteggiati dalle lucine intermittenti delle ‘muscatasce’, come chiamavano le lucciole gli abitanti del borgo. Cominciava per lui un’altra notte di baldoria.

         Nicole si presentò puntuale la mattina seguente. Erano riuniti per la colazione. Donato era appena ritornato dal forno con il vassoio delle brioches fumanti. Dalla finestra aperta a Beniamino giunse il rollio della valigia sul marciapiedi. Poi la voce di lei, mentre Donato la stava accompagnando al loro tavolo. Si strinsero la mano e Beniamino disse: Piacere, Cicerone.  -Nicole – rispose lei, semplicemente, sorridendo e ignorando il suo mediocre mascherato senso dell’umorismo. Beniamino ci rimase male.

        La ragazza si sedette al tavolo con loro. Accettò con un merci il caffè della padrona di casa. Beniamino la osservò più del dovuto. Lei se ne accorse e gli sorrise. Aveva un aspetto delicato e i suoi tratti mostravano freschezza e semplicità. La carnagione era chiara e le guance rosa. Aveva i capelli ondulati. Beniamino le assegnò venti o poco più di anni. Somigliava tanto alla donna che qualche mese prima lo aveva lasciato. Scambiarono un po’ di chiacchiere … la France .. la Basilicata .. la sua Provenza immortale e il borgo tanto simili .. gli studi .. la storia .. il castello .. i racconti sulla regina Giovanna e altre amenità prima del ritorno di Maria con la chiave della stanza. Nicole si alzò dal tavolo e con un sorriso spiazzante disse: -Quando iniziamo, monsieur Cicerone? A Beniamino venne da ridere. Era sicuro che lei stesse fingendo, che aveva capito il suo giochino. Non disse nulla, però. Maria, premurosa, spiegò il tutto alla ragazza mentre l’accompagnava lungo il corridoio del piano terra. Beniamino, curioso, le seguì e quando stavano per entrare nella stanza, Nicole si girò verso di lui, lo fissò, furba, come volesse dirgli: Cosa ti passa per la mente, matusa?-  Beniamino tornò al tavolo: sulla tovaglia c’erano briciole di brioches. Ne prese qualcuna dal lato dove si era seduta Nicole. Erano ancora calde.

       Dal paese Beniamino se ne era andato una decina di anni prima, giovanissimo, e per un po’ non si era fatto vedere. Dei suoi familiari era rimasta soltanto Maria. A Roma aveva battagliato duro per vivere. La capitale era speciale in quel tempo: cinema, politica, affari. Tutti occupati a fare  qualcosa di clamoroso. Era il tempo da Fellini etichettato con il celebre titolo del suo film: ‘La dolce vita”. E proprio nel mondo del cinema Beniamino sperava di trovare lavoro. La cosa non andò per il verso giusto. Aveva fittato un posto letto in un appartamento sulla Nomentana. Un palazzone di stampo fascista. Freddo, scostante. Con lui abitavano altri due ragazzi, anche loro senza arte né parte. Due calabresi, duri e silenziosi. Nessuno dei tre trovò ciò che desiderava. Poi, quando fu indetto un concorso per entrare nel mondo della scuola, Beniamino lo affrontò e grazie alle sue buone conoscenze musicali, lo vinse. Da allora, alla fine di ogni anno scolastico, ricominciò a tornare nel borgo. Nella pensione/trattoria di sua cugina. E ogni volta gli sembrava di non essere mai andato via. Strana cosa questa faccenda del partire dai luoghi dove si nasce e del ritornare sempre, in un modo o nell’altro. Si disprezzano questi posti nativi, poi si versano lacrime amare per gli stessi; si bestemmia, si maledice tutto e tutti e subito dopo la partenza si ha immediatamente voglia di far ritorno. Non lo avevano fatto, però, i suoi genitori come tanti altri che negli anni Cinquanta fecero i bagagli e andarono al Nord, in cerca di un futuro migliore sperando sempre, però, di tornare prima o poi a casa. Quando i suoi morirono, egli era già fuori da un pezzo, provava a farsi una vita, come si diceva, discutendo sia in famiglia sia tra amici. L’estate successiva a quel triste evento Beniamino decise di ritornare. E incontrò Nicole.

       Al tavolo della pensione di famiglia, quella mattina Beniamino sorseggiava un analcolico in attesa della ragazza francese che lo aveva chiamato Cicerone e che aveva il taglio degli occhi da togliere il fiato a chiunque. Lei arrivò camminando molto in fretta, quasi correndo. Aveva un’aria felice e di arrogante compiacimento. Portava dei libri stretti al petto. – Sono pronta – disse. – Andiamo – rispose lui balbettando, quasi.

         Per strada e nei vicoli minuscoli del borgo che portavano al castello della Regina Giovanna II d’Angiò – Durazzo, in cima alla collina, Nicole girava lo sguardo nervosamente intorno, senza sosta, scrutando tutte le facce che incontravano. Voleva capire, voleva conoscere. Fece mille domande, a Beniamino e agli anziani che si riscaldavano al sole. Chiese dell’ancella della regina che in quelle cundane era stata rapita e portata nel bosco da una banda di briganti. Episodio questo che scatenò l’ira della sovrana, la quale per ripicca ordinò di dar fuoco a dieci case sospettate di aver ospitato i malfattori. Beniamino le chiese dove avesse letto quella leggenda, ma lei lo inondò di altri particolari, anche molto piccanti, della vita della regina e delle sue stravaganti avventure amorose. Il cicerone del caso si dimostrò lei e non lui. Infine, stanchi e sudati, il professore e la ragazza francese si ritrovarono sulla torre del castello dalla quale si potevano vedere gli Alburni, nel salernitano, altro pezzo dell’infinito regno di quella sovrana venuta da lontano. Nicole si sedette pericolosamente a cavalcioni tra un merlo e l’altro del maniero. Sorrise al suo compagno. Sorrise a quell’arazzo di colline, di boschi e di prati che le illuminavano lo sguardo. Lontanissimo, il sole ripiegava, rosso fuoco, oltre quei monti, incendiando stoppie, anse di minuscoli corsi d’acqua e le montanti fantasie di Beniamino.

       La sera stessa Nicole si aggregò al gruppo dei giovani che aspettavano il professore di musica nella piazza addobbata da archi colorati e altre luminarie. Le ragazze del posto rispetto a lei sembravano donne appena tornate dal fiume dopo aver lavato i panni di casa. Nicole, fresca e profumata. Loro, rosse di sole e sudaticce. La serata iniziò con assoli di chitarra seguiti da due brani popolareschi. Suonava Rino e gli altri si picchiettavano sulle gambe e portavano il tempo. Quando fu la volta del canto corale, tutti a seguire Beniamino. Dirigeva con la mano sinistra, nella destra la solita sigaretta. Fissava i volti di ciascuno e li vedeva impegnati, tesi, appassionati. Cori dialettali, musica sgranellata da fisarmonica e mandolino. Finali a sfumare, dopo aver narrato le bellezze della campagna, le moine delle ragazze dei quartieri, gli strambotti dei lavoratori dei campi. E i canti a dispetto, nutriti  da vena erotica e spirito satirico. 

        Nicole applaudì con entusiasmo e quando, come sempre capitava, dal canto si passò alle discussioni, chiese di parlare dopo tutti gli altri. Le fu concesso. Nel borgo si conosceva bene la sacralità dell’ospite e più ancora dello straniero. Per ascoltarla, Beniamino prese posto sulla panchina centrale. Nicole gli era di fronte. Il fascio di luce del lampione sovrastante  la piazza le sfiorava le spalle tenendola, così, in penombra. A Beniamino sembrava di vedere in lei ora Joan Baez ora Mita Medici. Secondo l’ondeggiare del lampione. E mentre lei parlava, nella mente gli passarono sia ‘la canzone di Nick e Bart’ sia la colonna sonora del film ‘Le castagne sono buone’.

        All’inizio, Nicole accennò ai suoi canti provenzali, alla storia e alle leggende di quella terra. Poche cose, per presentarsi, pensò Beniamino. Continuò con il cinema, accennando a certe singolari colonne sonore di film francesi. Infine parlò di politica. S’incendiò letteralmente quando prese il discorso, in quel momento molto dibattuto, della Grecia dei colonnelli e del Cile di Allende. Fece una filippica appassionata. Il suo antifascismo e antiamericanismo vennero fuori nettamente. Mescolando forse con calcolata perizia espressioni francesi a vocaboli italiani, parlò di ribellione, di rivolte, di rivoluzione addirittura, e ne parlò cosi accoratamente come di qualcosa che sarebbe arrivata il giorno dopo. Parlò di un mondo marcio e della possibilità che loro giovani avevano per cambiarlo. Parlò di coraggio, di forza per provare a liberarsi di questo marciume. Concluse dicendo che era solo questione di convinzione e che i giovani, solo loro, avevano il potere di cambiarlo questo mondo. E che era semplice farlo. Semplice come il mangiare, il bere, il vivere.

       Quando si accovacciò sul selciato così come facevano i nativi americani e chiese della birra, gli applausi la travolsero. In una buona mezz’ora di oratoria s’era preso il cuore e la mente di quella chenca di gioventù paesana. Beniamino sentì dei brividi solcargli la schiena. Il suo trono di vate traballava. Conservazione contro Rivoluzione. Il suo arcaico mondo artigiano e contadino contrapposto a quello moderno, rivoluzionario e ribelle. Il vecchio e il nuovo. Lontano gli sembrò di avvertire l’ululato di un lupo. Ma forse era solo un cane pastore uggiolante a protezione del gregge nell’ovile.

        I ragazzi raccolsero la loro roba e iniziarono a salutarsi abbracciandosi. Beniamino rimase a fumare l’ennesima sigaretta. Nicole, intanto, era scomparsa. Chiese notizie di lei a una ragazza del gruppo. Gli rispose di averla vista allontanarsi con il mandolinista. Deluso, Beniamino rientrò alla pensione. Trovò il tutto ancora soffocato dal silenzio. Stava facendo giorno, ma a lui sembrava notte fonda né si scorgeva alcun filo di luce sotto la porta della stanza occupata – chissà – dalla giovane francesina.

        Le feste paesane iniziarono quella mattina. – Nicole è partita nella notte – lo informò Maria appena alzata – Poco prima che tu rientrassi. Ti ha lasciato questo biglietto. Beniamino lo aprì davanti a lei. C’era scritto: “Adieu, monsieur le professeur, pardonne-moi”.

       I fuochi artificiali della festa crepitarono a lungo ma furono più fumosi degli altri anni e a Beniamino Licata, professore di musica, sembrarono addirittura intristiti. La gente, comunque, continuò a ballare e a cantare lo stesso nella matassa dei vicoli del borgo. Come gli altri giorni degli altri anni.

 

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