Ricerca a cura di MICHELE STRAZZA

Lo stupro è sempre stato un triste retaggio dei conflitti bellici. Intesa prima come bottino di guerra, la violenza sessuale è diventata in epoca contemporanea parte della strategia offensiva nei conflitti armati, una vera e propria arma di guerra per colpire la popolazione civile considerata sempre più parte negli eventi bellici, fino ad essere praticata, recentemente, come offesa razziale e mezzo di distruzione etnica.
Il significato dello stupro di guerra, dunque, non sempre è stato univoco nel corso della Storia, subendo evoluzioni e trasformazioni che ne hanno profondamento caratterizzato la fenomenologia.
In epoca contemporanea la violenza sessuale nei conflitti bellici ha, indubbiamente, registrato una mutazione sostanziale, diventando parte intenzionale e consapevole di un più vasto progetto di annientamento del nemico, nelle sue più intime identità, con l’obiettivo di distruggerne ogni aspetto materiale e spirituale. Sulla base di questo assunto si possono spiegare i significati degli stupri etnici praticati in Rwanda e delle gravidanze forzate delle donne musulmane in Bosnia.
Il corpo delle donne è diventato, esso stesso, nuovo campo di battaglia e strumento di realizzazione di aberranti fini politici, connotando l’alba del nuovo millennio di quelle tinte fosche che l’umanità pensava, erroneamente, di aver superato.
Intrisi di significati politici, forse non del tutto consapevoli, furono sicuramente gli stupri in Belgio e in Francia del 1914, all’inizio della prima guerra mondiale, quando la violenza sessuale, complice anche l’intervento della stampa, assunse una valenza che superava ampiamente la visione del “danno collaterale” dell’invasione militare.
Nell’agosto del 1914, nel corso dell’invasione del Belgio da parte dell’esercito tedesco, le truppe germaniche si macchiarono di numerosi episodi di stupro ai danni delle donne belghe, suscitando allarmanti reazioni nell’opinione pubblica.
Anche nel nord della Francia vennero denunciati casi di violenza carnale commessi dai reparti tedeschi puntualmente registrati da una commissione d’inchiesta alleata.
Tutti questi episodi vennero abilmente sfruttati dagli Stati alleati con una poderosa campagna di stampa contro il tedesco invasore e stupratore. Vennero, così, divulgate foto e disegni con immagini di sadismo e stupro, con l’obiettivo di rafforzare lo spirito nazionalista contro il nemico.
Nella propaganda si iniziò così ad usare l’espressione “Stupro del Belgio” per parlare dell’invasione tedesca, mentre nei manifesti apparvero immagini allegoriche ed evocative di emozioni popolari.
Le donne violentate diventavano, in tal modo, espressione dello stupro dell’intera nazione e la violenza veniva vista “non tanto un’ineluttabile (e trascurabile) calamità bellica” ma “una sventura che tocca(va) il prezioso tesoro simbolico dell’onore della nazione”.
Un onore che gli uomini in armi avrebbero dovuto proteggere: Per questo in una visione, come quella francese, dove la protezione della donna rappresentava un tema centrale, lo stupro sollecitava “l’angoscia prodotta dal senso di fallimento degli uomini, dalla loro incapacità, dalla loro impotenza”.
Le donne stesse, nelle loro deposizioni rese davanti alle commissioni d’inchiesta, lo sottolineavano “inconsapevolmente”: “il loro marito era in guerra al momento della violenza, oppure gli uomini non sono potuti intervenire”. Del resto, proprio “sulla crisi dell’identità maschile derivante dallo stupro delle spose” vennero incentrati i romanzi di guerra i quali, scritti in gran parte da uomini, rappresentavano i mariti come le vere “vittime” al posto delle loro mogli.
Certamente, almeno dal punto di vista quantitativo, sul fenomeno degli stupri tedeschi alcuni dubbi permangono, nel senso che probabilmente l’entità e la diffusione indicata risentono di impostazioni di propaganda o di fonti non sempre attendibili. Ma è pur vero che, seppure non in quella misura, un certo numero di casi si verificò realmente.
Ma il caso più eclatante di stupro bellico, a cominciare dai suoi aspetti quantitativi, avvenuto nelle guerre mondiali è, sicuramente, quello delle violenze sessuali perpetrate dall’Armata Rossa con l’invasione della Germania e l’occupazione di Berlino nella fase finale del secondo conflitto mondiale.
Soltanto nelle prime due settimane di occupazione nella capitale si registrarono oltre centomila casi di stupro, mentre sull’intero territorio tedesco alcune stime parlano di circa due milioni di stupri.
Sulle stime, naturalmente, non tutti sono d’accordo e, forse, non si riuscirà mai ad avere un conto esatto. La storica americana Grossmann ha ipotizzato che gli stupri nella sola Berlino superassero il milione.
Sulle ragioni di tale fenomeno non tutti gli studi sono concordi. Indubbiamente il tema del corpo femminile come bottino di guerra all’interno di un conflitto con particolare efferatezza distruttrice dovette essere presente ma non lo si può considerare esaustivo.
Determinante fu certamente il sentimento di rivalsa e vendetta dei soldati russi, polacchi e cecosclovacchi per quanto era avvenuto nel corso dell’avanzata nazista. Le popolazioni civili non vennero considerato “altro” dall’esercito tedesco ma viste come complici delle atrocità naziste.
Il diverso tenore di vita presente in Germania, il benessere, il mondo diverso incontrato dall’Armata Rossa dovette disgustare ed eccitare ulteriormente gli animi nel confronto con i propri paesi e villaggi, spingendo alla distruzione e alla violenza.
Mentre l’Europa era in fiamme la Germania aveva vissuto nella prosperità, rimanendo, per quasi tutta la durata del conflitto, “un mondo di città, elettricità, cibo, vestiti, negozi e merci, nonché di donne e bambini ben nutriti”. Ora toccava a loro soffrire: “le proprietà e le donne erano a disposizione per essere prese, saccheggiate e stuprate”.
Anche le condizioni in cui versavano i soldati sovietici, tenuti per troppo tempo nelle prime linee senza permessi e licenze, la loro astinenza sessuale, le loro abitudini alcoliche, la mancanza di disciplina di alcuni reparti dovettero avere un qualche ruolo nello spiegare le atrocità commesse.
Molti crimini efferati vennero infatti commessi da reparti di seconda e terza linea, in maggior parte formati da ex prigionieri di guerra liberati dai russi e da ex detenuti dei gulag. Tali soldati sarebbero stati particolarmente predisposti agli stupri per il basso livello culturale, la frequente rotazione a causa delle ingenti perdite, la scarsa formazione militare, l’uso di alcol e la mancanza di licenze.
Solo in un secondo momento alcune direttive invitarono i soldati a comportarsi da “liberatori” e non da “vendicatori” ed a distinguere tra “nazisti” e popolazione comune. Stalin, infatti, nutrendo la certezza che gli angloamericani non avrebbero impedito la sua occupazione della Germania orientale, “fece del suo meglio per proteggere i suoi nuovi interessi”, ma ormai era troppo tardi.
Certo, come abbiamo già avuto modo di chiarire, dietro lo stupro vi erano anche “valenze simboliche”. Non solo, come già nella prima guerra mondiale, il corpo della donna era il simbolo della nazione sconfitta, ma questo “estremo oltraggio” era, al tempo stesso, espressione di disprezzo verso le popolazioni vinte, negazione della loro “identità di persone”, ed anche “messaggio” da inviare al nemico. Le donne, in definitiva, non vennero stuprate in quanto donne ma perché “donne tedesche”.
La violazione delle donne era l’affermazione del proprio potere, non solo di maschi, ma soprattutto di vincitori. Il farlo davanti agli uomini inermi sottolineava l’ impossibilità dei nemici di proteggere le proprie donne. Le successive mutilazioni, le uccisioni stesse, rimarcavano l’intento intimidatorio ma anche la giusta punizione per chi aveva appoggiato e condiviso le scelte naziste. Una sorta di “colpa collettiva”, dunque, da evidenziare e fare pagare nella maniera più atroce possibile.
In questo senso si può quasi dire che lo stupro viene a perdere la sua natura di atto di semplice violenza sessuale per assurgere a significati giustizialisti, mentre il corpo della donna diventa esso stesso “campo di battaglia” dove dimostrare la propria superiorità e l’incapacità nemica di proteggere le proprie donne e la propria famiglia.
Non è mancato, infine, chi ha voluto vedere nella tolleranza delle autorità militari sovietiche un modo per consentire ai soldati, attraverso gli stupri, non solo di riaffermare la propria identità maschile, ma anche di rinforzare lo spirito di corpo mediante una sorta di “responsabilità collettiva” del crimine.
Lo stupro fu invece usato come arma da guerra e strumento di genocidio nel 1994 in Rwanda dove vennero massacrate circa un milione di persone e centinaia di migliaia di donne violentate.
Alla fine del conflitto apparve subito chiaro che le violenze non si erano limitate ai massacri: centinaia di migliaia di donne, dai 250.000 ai 500.000, erano state stuprate. Si trattava di donne tutsi dell’etnia nemica o anche di donne hutu che avevano sposato uomini tutsi e incinte di bambini ritenuti anch’essi tutsi.
Le vittime venivano spesso uccise dopo le violenze ripetutamente commesse da più aggressori. La violenza in genere era eseguita in pubblico per terrorizzare maggiormente ed umiliare le vittime. Il resto l’avrebbe fatto l’AIDS di cui si ammalò il 70% delle donne.
Le cifre del genocidio furono drammatiche. Il governo ruandese riferì di 1.174.000 persone uccise su una popolazione di 7.300.000 unità, di cui l’84% hutu, il 15% tutsi e l’1% twa. I sopravvissuti tutsi furono solo 300.000.
Secondo le stime dell’Unicef il genocidio e gli effetti dell’AIDS hanno provocato circa un milione di orfani.
Indubbiamente la violenza sessuale in Rwanda venne usata come arma di terrore per una intera comunità, espressione di una chiara volontà di epurazione. In tal senso il corpo femminile “nemico” è stato considerato non più semplicemente come bottino di guerra ma, in quanto “etnicizzato” e “razzializzato”, come “un corpo da sporcare e, soprattutto, da non rispettare e su cui lasciare un segno indelebile perché intimamente diverso”.
In Rwanda i miliziani stupratori erano convinti che non solo si poteva, ma si doveva, “violare e dissacrare” i corpi delle donne tutsi perché essi erano bersagli politici, strumenti per realizzare la propria politica di annientamento etnico. Ecco perché abusi e violenze si trasformarono in “strumenti dell’azione e della comunicazione politica”.
La violenza sessuale come arma da guerra e di terrore per le popolazioni è stata una costante pure della guerra civile in Congo. Si calcola che almeno 200.000 donne siano state violentate sia dai ribelli che dall’esercito regolare. Secondo le statistiche del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA) vengono ancora commessi ogni mese circa 1.100 stupri.
Le violenze sessuali hanno iniziato ad essere praticate in maniera massiccia a partire dalla prima guerra del Congo (1996-1997) e sono continuate con la seconda guerra del Congo (1998-2002), colpendo donne e bambine dai 4 mesi agli 80 anni.
Altre fonti, basate su notizie fornite da strutture sanitarie, indicano cifre ben più elevate.
Gli accordi di Sun City, in Sudafrica, pur concludendo il conflitto, non hanno sopito le rivalità e numerosi gruppi armati hanno continuato a percorrere i territori congolesi uccidendo e stuprando. Dal 2004 in poi è aumentata la percentuale degli stupri praticati da civili, rendendo le donne sempre più vittime di una intera società che le considera inferiori all’uomo.
In Congo la verginità è considerata requisito indispensabile per il matrimonio e lo stupro, pertanto, rappresenta una condanna definitiva per una ragazza e per la sua famiglia che, con il matrimonio, acquisisce la dote pagata dal futuro marito. Di qui la tendenza, purtroppo presente, di padri che spingono la figlia violentata ad intraprendere la strada della prostituzione.
Se, infatti, al mercato del matrimonio una donna vale una dote di 22 capre, una ragazza stuprata ne vale solo 2.
Gli stupri nella Repubblica Democratica del Congo costituiscono ormai una vera e propria arma da guerra utilizzata da ambedue gli schieramenti in modo sistematico come strumento di terrore nei confronti della popolazione civile per annientarla ed umiliarla. Le atrocità non hanno risparmiato nessuno. Anche bambine e donne anziane sono state violentate e orribilmente mutilate.
In molti casi le violenze sono state perpetrate da soldati affetti da Hiv con il proposito deliberato di infettare le popolazioni.
Le atrocità commesse hanno raggiunto un livello inaudito. Molte donne sono state rapite e utilizzate come schiave sessuali per svariati mesi. Altre, incinte, sono state sventrate, altre ancora sepolte vive nella convinzione tribale di rendere la terra più fertile.
La presenza di circa 20.000 “caschi blu” sul territorio congolese non ha rappresentato alcuna remora per le violenze, indicando, ancora una volta, l’inutilità delle cosiddette “missioni di pace” internazionali. Anzi, non è mancato chi, come qualche missionario, abbia accusato i soldati Onu di essere stati i responsabili di alcuni episodi di violenza carnale.
Gli stessi campi profughi non sono adeguatamente presidiati e sono all’ordine del giorno rapimenti e stupri. Ad agosto del 2010 il numero degli sfollati e delle persone in fuga per il conflitto e le violenze è salito a circa due milioni.
Il Darfur è una regione del Sudan. Dal 2003 questo territorio è attraversato da un sanguinoso conflitto nel quale le forze indipendentistiche combattono l’esercito governativo. Nonostante l’invio, il 27 luglio 2007, di un cospicuo contingente ONU le violenze non sono cessate. Tra queste quelle sessuali rappresentano una parte preponderante dell’uso della forza contro le popolazioni inermi.
Lo stupro rappresenta una vera e propria arma da guerra nelle mani delle milizie che violentano migliaia di donne e bambine. Il clima di violenza, alimentato da tutte le parti in conflitto, si è nel tempo accentuato con innumerevoli violazioni dei diritti umani, con l’uso della tortura, delle uccisioni illegali, le detenzioni arbitrarie, l’attacco sistematico agli operatori internazionali e la presa di ostaggi. La recente scoperta, poi, di giacimenti petroliferi hanno attirato l’interesse di multinazionale e della comunità internazionale.
Anche bambine di soli otto anni hanno subito violenza, mentre molte ragazze sono state ridotte a schiave sessuali delle milizie. Ad alcune di loro sono state spezzate le gambe per impedire la fuga. Lo scopo delle violenze è quello di umiliare le vittime, di terrorizzare le comunità di appartenenza e di costringere le popolazioni alla fuga. Le sopravvissute vengono poi costrette ad una vita di emarginazione perché ripudiate dai mariti e abbandonate dalle famiglie.
In Darfur è anche molto praticato l’uso delle mutilazioni genitali femminili, aumentando il rischio di contrarre il virus dell’Hiv ed altre malattie.
Spostandoci nel continente americano, lo stupro, come arma da guerra, è stato ampiamente praticato nel conflitto interno al Guatemala. Dal 1960 al 1996 questo Paese latinoamericano ha vissuto un lunghissimo periodo di scontri interni che provocarono oltre 200.000 vittime tra morti e “desaparecidos” con un numero impressionante di stragi e massacri.
Alla fine degli anni ’70 la violenza subì una escalation, soprattutto nei confronti della popolazione maya dove intere comunità vennero massacrate dall’esercito e dai gruppi paramilitari. Solo nel 1996, dopo ripetuti interventi della Chiesa cattolica e con la mediazione dell’Onu, vennero firmati gli accordi di pace tra il governo e i guerriglieri.
Durante il conflitto gli stupri di massa erano venuti a coincidere con la nuova strategia militare della “tierra arrasada” (terra bruciata), consistente nell’eliminare l’appoggio della popolazione ai guerriglieri. Tra il 1978 e il 1983 si registrò il maggior numero di massacri contro le popolazioni maya preceduti dagli stupri delle donne trovate nei villaggi e seguiti dalla caccia dei sopravvissuti.
L’uso della violenza sessuale da parte dell’esercito e dei gruppi paramilitari corrispondeva, dunque, ad una precisa modalità tattica e ad un mezzo di comunicazione bellica per inviare messaggi al nemico tramite “l’usurpazione” del corpo delle loro donne.
Ma la violazione sessuale costituiva anche un mezzo di punizione, di terrore e di genocidio nei confronti della popolazione maya.
Lo stupro delle madri, sorelle, mogli e figli dei sospetti rivoluzionari o complici dei guerriglieri era la punizione che spettava loro. Non a caso le violenze sessuali erano eseguite in pubblico, testimoniandone la “funzione punitiva ed esemplare”, diventando “un monito” per coloro che partecipavano o simpatizzavano con i ribelli. E l’esposizione pubblica “dei corpi mutilati nelle loro parti intime” era un messaggio volto a seminare il terrore, assumendo “così la caratteristica di un’arma con cui si combatte la guerra”.
L’obiettivo della violenza sessuale qui “non è tanto la sottomissione della vittima e la degradazione della sua identità ma soprattutto l’offensiva nei confronti della sua comunità”. Il corpo della donna diventa, dunque, “territorio di conquista” e, come quello geografico, va “sottomesso e controllato”.
Lo stupro più che essere “ricompensa per il guerriero” o “strumento di oppressione del maschile sul femminile” acquista “il sapore di offensiva etnica” perché, con tale aberrante azione, si colpisce ciò che la donna rappresenta nella società maya, cioè “il simbolo della vita, della perpetuità della vita”.
Una violenza “etnica”, dunque, ma che coinvolge anche motivazioni “di classe”. In definitiva, “la donna maya è disprezzata perché donna, perché indigena e perché appartenente alle classi sociali più povere”. Un “triplice odio” che può essere compreso solo se rapportato rispettivamente al maschilismo, al razzismo e al classismo, tutti e tre aspetti tipici della società guatemalteca.
Il concetto del corpo della donna come territorio di conquista, luogo geografico da sottomettere e controllare, lo si ritrova anche nel conflitto interno del Perù, tra il 1980 e il 2000, che provocò 70.000 tra morti e “dispersi”, 4.600 fosse comuni ed un numero altissimo di ogni sorta di violenza compreso gli stupri. Qui, tuttavia, la violenza è da addebitarsi non soltanto all’esercito e ai gruppi paramilitari ma anche ai guerriglieri di “Sendero Luminoso”, agli stessi gruppi di autodifesa e persino ai narcotrafficanti.
Anche nei conflitti interni della Columbia la violenza sessuale venne perpetrata con svariati significati dalle diverse forze in campo, dall’esercito ai guerriglieri, fino ai cartelli della droga.
Il primo dato da cui partire è la persistente cultura della violenza della società colombiana. Anche tra le mura domestiche, per una concezione patriarcale dei ruoli di genere, la violenza sulle donne non era assente ed ancora oggi essa costituisce una vera emergenza nazionale.
Questo retaggio finisce col diventare una delle cause della mancata denuncia delle violenze subite nel corso del conflitto da parte delle vittime. Molte donne hanno, così, avvertito la violenza bellica quasi come naturale conseguenza del clima violento della società, altre, invece, ne hanno sottolineato la diversità anche rispetto alle violazioni tra le mura domestiche.
Insieme all’abitualità le violenze mantenevano delle costanti, dallo stupro di gruppo alle violazioni avvenute davanti a famigliari. Non mancavano le mutilazioni di seni e organi genitali. Spesso dopo le violenze le vittime venivano orrendamente uccise.
Anche la schiavitù sessuale era praticata nei gruppi armati, con donne costrette ad accudire gli uomini e a soddisfare le loro voglie.
Restando nell’area latinoamericana vanno considerati anche gli stupri avvenuti durante la dittatura in Argentina e in Cile a carico delle donne accusate di opposizioni ai regimi.
Nei Centri Clandestini di Detenzione (CCD) le detenute erano sottoposte ad ogni tipo di violenze, dalla tortura allo stupro, per poi essere chiuse in carcere. Gli aguzzini non si preoccupavano di niente per cui a volte anche donne incinte venivano interrogate e picchiate.
Le arrestate erano spesso violentate, non solo in quanto oppositrici, ma anche perché donne che si erano ribellate al loro ruolo tradizionale e familiare, perché in qualche modo si erano occupate di politica, anche solo dando appoggio ai propri uomini o perché esse stesse si erano rese protagoniste di battaglie sociali e politiche.
La violenza usata dagli agenti dello Stato e dai gruppi paramilitari era, in realtà, la prosecuzione di quella già praticata all’interno delle mura domestiche, nell’ottica di una società “antropocentrica ”in cui il genere femminile doveva restare relegato ai margini, venendogli negata autonomia, autodeterminazione, soggettività e individualità.
Di conseguenza, il loro corpo, ormai “spersonalizzato”, finiva con l’essere “terra di conquista e di usurpazione”, quasi un “luogo pubblico” su cui esercitare dominio e predazione.
Una concezione, questa, profondamente maschilista in cui la donna, non considerata nei suoi aspetti spirituali e intellettuali, viene indentificata con il suo corpo. La donna diventa “il corpo della donna”, non soggetto ma oggetto, merce, preda, da usare, violare, deturpare, distruggere da parte dell’uomo, unico soggetto della storia.
“Estensioni del maschile e del suo potere, nel privato e nel pubblico”, questi corpi femminili possono essere sottoposti ad ogni forma di violazione, di penetrazione, con oggetti, armi e quant’altro.
Conseguenza del completo dominio maschile sulle donne e il loro corpo è il silenzio imposto loro dopo la violenza. In Argentina il riappropriarsi della propria memoria e della forza di raccontarla avvenne attraverso i “laboratori per las memoriosas” in cui esse, in apposite strutture o semplicemente in riunioni domestiche, rielaborarono e ricostruirono “i ricordi di una violenza subita nella propria carne e nel proprio spirito”.
Vogliamo concludere questa analisi dei significati della violenza sessuale nelle guerre contemporanee, occupandoci di uno dei casi più agghiaccianti, quello della Bosnia dove l’intento genocidico ed etnico ricompare in modo eclatante.
Dalle 20.000 alle 30.000 donne, 50.000 secondo il governo bosniaco, subirono violenza sessuale durante la guerra in Bosnia tra il 1992 e il 1995. Usati come armi da guerra, gli stupri di massa furono tristemente famosi nel conflitto nella ex Jugoslavia.
Veri e propri “stupri etnici”, rappresentarono “forme di tortura e di rapina dell’identità del corpo delle donne”, costrette a subire la gravidanza di un essere “appartenente al nemico” poiché questo era il proposito perpetrato dagli stupratori.
I miliziani serbo-bosniaci, comandati da Ratko Mladic e Radovan Karadzic, utilizzarono, infatti, lo stupro etnico come “strategia per cancellare un popolo”, fecondando con seme “serbo” donne “musulmane”, “umiliando così, attraverso il genere femminile, una collettività umana” e costringendo le vittime a generare figli del nemico.
Le donne vennero violentate in tutte le circostanze e in tutti i modi possibili. Stuprate negli attacchi contro villaggi o nei campi di prigionia, esse vissero l’orrore sul proprio corpo. Spesso anche gli aggressori furono i più disparati. Le giovani venivano separate dalle famiglie e violentate per giorni interi. Gli stupri erano spesso associati a torture e ad atti di ferocia inaudita.
Anche se le modalità delle violenze erano varie, in genere gli stupri avvenivano in due maniere. Secondo la prima, dopo l’attacco ai centri abitati, le truppe serbe catturavano le donne e le violentavano in pubblico per umiliarle e terrorizzare l’intera comunità. La paura dilagava nei villaggi vicini dove la popolazione musulmana fuggiva garantendo una veloce occupazione.
La seconda modalità implicava la cattura delle donne e il loro trasferimento nei “campi di stupro” (“rape camps”) dove le stesse erano seviziate, violentate, rese “schiave sessuali” per la truppa. La prigionia terminava con la morte della vittima o con la gravidanza forzata. Le donne musulmane incinte venivano, infatti, detenute fino a quando non fosse stato più possibile l’aborto. In tal modo le si costringeva a partorire bambini serbi. In Bosnia si parla di centinaia di bambini nati dalle violenze. Ma moltissime donne scelsero di abortire, altre furono costrette a farlo dalle famiglie.
Le vittime non hanno mai superato quanto avvenuto. Ed è quello che la violenza voleva ottenere. I serbi, utilizzando lo stupro, tendevano all’annientamento etnico con uno strumento bellico in grado di produrre “danni permanenti”. Essi sapevano bene che non uccidendo semplicemente la vittima, ma sporcandola ed umiliandola, l’avrebbero emarginata all’interno del proprio tessuto sociale, religioso e culturale. Sapevano il valore e il senso della sessualità nella comunità bosniaca e, coscientemente, ne hanno profanato il senso, condannando le donne ad un inferno senza fine e ad una “macchia” perenne.
La dimensione dello stupro di massa in Bosnia ha cambiato il significato della violenza sessuale in guerra, oltrepassando il concetto della semplice “violenza di genere” ed assumendo il ruolo di “arma” per il genocidio e l’annientamento etnico: “In questo senso, forse per la prima volta nella storia dell’umanità, il corpo della donna è diventato il luogo della guerra”.
Lo donne non hanno, perciò, in questa come in altre guerre, alcuna “soggettività” bellica, alcun “rilievo ufficiale” nell’interpretazione simbolica del conflitto: “mentre il conflitto tra soldati maschi è concepito come conflitto da soggetto a soggetto, l’attacco alle donne è impostato come un conflitto da soggetto a oggetto”. Sui corpi delle donne viene, cioè, “combattuta una guerra nella quale le donne non hanno alcuna parte politica attiva e immediata”.
Eppure, nonostante, tale mancanza di soggettività, le donne sono colpite innanzitutto in quanto simbolo. Simbolo dell’impotenza del nemico, del corpo della nazione e della sua capacità di riproduzione, simbolo di una razza e di una etnia, della cultura stessa di una comunità.
Nella molteplicità dei significati della violenza sessuale in Bosnia, reinterpretati in chiave etnica e genocidica, non può essere sottaciuto il ruolo dell’impostazione “patriarcale” e “maschilista” della società serba.
I cetnici condussero le azioni belliche, con tutto quello che ne derivò anche in termini di stupro, riproducendo convinzioni e sistemi di pensiero fondati sul ruolo di genere, nel quale la mascolinità esprimeva la connotazione sessista dominante e la guerra diventava il luogo ideale per l’esaltazione di tali “valori”.
In definitiva, lo stupro nelle guerre – ha precisato Ronit Lentin – “non riguarda solo il sesso né solo il potere, ma la costruzione sociale di genere e, in tempo di guerra, le costruzioni secondo il genere di etnicità e nazione”. La conclusione resta, dunque, quella già accennata: il corpo della donna è diventato il vero luogo della guerra.