MARIO SANTORO
Poesia vera, succo, essenza, idromele, spiraglio, balenìo.
E ancora lontananze ritornanti, vicinanze pensose, gravose leggerezze, concessioni piccole ma significative e tanto altro ancora, sono ben connotabili nel volume “Sabbia e nebbia” di Loredana Pietrafesa, che si avvale di una almeno doppia declinazione -musica e parola- con le mille e più inferenzialità possibili che connotano l'”oltre”, implicito e fondamentale nella poesia, intessendo sempre una rete di sottilissimi ma resistenti fili di Arianna con evidente funzione salvifica, individuale eppure collettiva.
Il valore della poesia è del tutto evidente al primo impatto e fonda, intelligentemente, sulla parola, sempre cangiante e illuminante, capace di farsi tetragona eppure impalpabile e sfuggente, con evocazioni che provengono dal profondo e rimandano echi primigeni, ma anche di usufruire della straordinaria bellezza delle musiche che sanno accarezzare e penetrare nell’anima, con diversità di vibrazioni, e vanno ben al di là della ragione pretestuale e della pur nobile cornice.
Sono queste le linee direttrici delle poesie che costituiscono il ben fatto volume, che, già nel titolo, segna una chiara indicazione programmatica, resa al meglio dalla delicatissima e sobria veste tipografica e dalla splendida composizione, in quarta di copertina, di cui mi piace riportare i primi versi:
Eppure tu vivrai
in ogni mia parola
anche quando il tempo
avrà segnato il passo
e tra il prima e il dopo
non c’é più confine,
anche quando i volti
saranno sabbia e nebbia...
Dunque la parola si fa immediatamente eternatrice nella sua capacità di varcare finanche il muro del tempo e domina il senso dell’indissolubilità tra l'”io” e il “tu”, diretto o impersonale non importa, consegnato appunto ai versi dell’autrice, che sembrano quasi scendere delicatamente dall’alto, mantenendo il senso della originarietà divina e tali da consentire il miracolo della vita che non termina e che sa essere contemporaneamente visione pur nell’allusione allo sgretolamento della “Sabbia e nebbia”, di cui al titolo che, nell’accoppiamento felice e ben riuscito, la dice tutta o quasi.
I due elementi della natura si richiamano non solo per assonanze possibili e gradevoli, come già l’allitterazione sottende, ma anche per la dolcezza sonora che scaturisce, per le numerose significanze multiple che si evidenziano, per quella sorta di dissolvimento immaginativo, che si coglie immediatamente, sia sul piano della sensazione tattile, sia della percezione visiva, e infine per molte altre implicazioni sottili che la sensibilità del lettore può cogliere.
Ma il dissolvimento, tanto della sabbia, che scivola inevitabilmente tra le dita, quanto della nebbia, che tende a diradarsi magari per far posto al sereno, nel rimando fine al poeta Pasternack, non solo non è segno di sparizione totale e di scomparsa definitiva, ma è sottilmente allusiva di nuove sottese, e neppure poi tanto, possibilità di soluzioni perché, come scrive l’autrice, con incredibile sicurezza,
Io ti sarò vicina,
tu mi terrai la mano.
E così, il binomio “Io-tu”, con il senso della compartecipazione e della reciprocità, si profila già ben definito, prima ancora di approdare, in chiusura, alla calma attesa come risposta convincente nel richiamo, indiretto ma anche prepotente, al connotativo “Eppure” che è fortemente introduttivo e allude, inequivocabilmente, a un discorso, solo apparentemente e comunque temporaneamente, interrotto, confermando, se ce ne fosse bisogno, il valore della parola poetica insopprimibile e sempre capace di varcare limiti e confini e di consentire il superamento, d’un balzo o lentamente, di orizzonti finanche lontani.
E ciò anche quando i volti e le attribuzioni fisiche specifiche saranno scomparsi o scivolati via come sabbia verso il basso o nebbia verso l’alto, nella contrapposizione comprensibile e nell’atmosfera di magia che la musica sa contribuire a realizzare, accompagnando le parole, o generandole, in un continuo scambio di reciprocità, di interdipendenza e di osmosi, senza mai la possibilità della sia pur minima prevaricazione.
Armonia nell’armonia, dunque!
E merito non da poco a Loredana per la felice, e a lungo meditata, scelta degli accoppiamenti!
Per questo, e giustamente, in seconda di copertina si parla di “sperimentazione fra le due arti” che possiamo definire ben riuscita, dal momento che non c’è traccia alcuna di linea di confine tra la parola e la musica sicché, sovente questa avvolge quella e viceversa e il tutto avviene morbidissimamente.
E così non solo l’indicazione diretta delle musiche, scelte con cura, nella apparente disposizione casuale, risulta precisa, pensata, e forse anche un tantino sofferta, ma anche i versi, ora ariosi, ora rapidi e diretti, sono il frutto di un lento ripensamento e di una profonda maturazione e consentono al lettore, sin dall’incipit, di far sue le poesie e di sentirsi in sintonia con l’autrice.
E allora viene facile e spontaneo leggere e ripetere nella mente taluni assaggi introduttivi:
Un dolce biancore
riluce il tuo volto.
Oggi lo vedo….
con rimando, nella chiusa, all’immagine della madre e al possibile, reciproco rispecchiamento:
…
Tu ti specchi in me
come io in te, madre.
Alla condizione di serenità, che diventa finanche appagante nell’eternità dell’istante, segue, con ragionevole calma, il senso del rimpianto come addolcito per il tempo, talora vanamente speso e dunque perduto,
per ciò che non doveva essere
e che invece è stato
nell’indiretto rimando a ciò che ‘poteva essere e non è stato’ o meglio ancora alle ‘rose che non colsi’ di stampo gozzaniano, ma con consapevolezza matura al punto che l’autrice non chiede
altro tempo
per capire le ragioni
di un errore, di un rimpianto
ma piuttosto
una lacrima
per ogni istante sprecato,
per ogni amico perduto.
E si tratta, come si può cogliere con facilità, di qualche momento di sincera malinconia che si scioglie e tende a scomparire, consentendo a Loredana di procedere in libertà, ora sollecitata dalla note musicali, ora da esigenze spirituali e dalla forza interiore che si fa tumuluo, groviglio di sensazioni e di sentimenti con immagini forti, ma anche allusive nel nitore, che richiamano figurazioni a catena con dislocazione di situazioni e connotazioni capaci di folgorazioni improvvise, senza sbiadimenti di sorta, nella continuità delle inferenze, come testimonano finanche le ombre nel richiamo preciso che il cuore genera:
E’ piena la tua stanza
di ombre luminose.
Pare quasi di vederle veleggiare le ombre che tendono a sbiadire per farsi, a poco a poco luce, chiarore, bellezza, splendore.
Particolarmente carezzevole risulta l’ossimoro che crea, superbamente, il senso dell’attesa che non rimane delusa per la presenza rassicurante, dolce e rallegrante di un
uccello canterino
che stringe in volo un ramo
e che
è già alla tua finestra.
Risulta chiaro che gli elementi appena accennati concorrono efficacemente a delineare il quadro d’insieme sicchè diventa facile, quasi normale se non anche obbligatoria, l’immagine di
un Paradiso tutto rosso
e angeli bambini
pronti ad accogliere il nuovo arrivo, innocente e inconsapevole di tutto, e ad offrirgli
carezze
e rosse scarpe per volare
E questa consapevolezza piena, è accompagnata da musiche speciali con
crescendi, smorzandi
armonici sussurri
senza il timore che il flusso sonoro possa interrompersi, in un’atmosfera tranquilla, sicchè altrove l’autrice può dire con convinzione e serenità d’animo:
Vorrei andarmene così,
arpeggio discendente
che affoga pianissimo
nel melodico infinito,
con suoni non parole…
Dunque la parola, che non tradisce le attese, tende sempre a farsi suono, seppure controllata e tenuta sotto il vigile rigore della poetessa che la padroneggia, la plasma a suo piacimento, la piega alla sua volontà e, senza mai darlo a vedere, consente la riproposizione naturale e come spontanea nella iterata dissimulazione, con l’inserimento di gemme collegate a sottili e continui tratti soprasegmentali, a forte carica allusiva.
E’ il grande pregio della poesia matura di Loredana Pietrafesa nella quale le parole scivolano via, come alleggerite e, a tratti, rotolano piano, producendo non rumore, né forme cadenzate, o ronronismi sonnolenti, ma suoni gradevoli, rifuggendo da certe verticalizzazioni improvvise e spiazzanti; inoltre non si ricercano affatto facili spezzettamenti, urti, scosse, frantumazioni, né i versi risultano mai scanditi o delimitati da improvvise cesure o da tagli, quasi rasoiate ma, al contrario, vengono mantenute intatte la ritmicità, la chiarezza timbrica, un senso di posatezza che genera vibrazioni e crea affreschi estremamente godibili e sono lontani anni luce certe forme di ostentazione e di saccenteria che pure in alcuni autori non mancano.
E c’è, sempre presente, una sorta di vicinanza ossimorica tra la cosiddetta implosione beckettiana, evidente in alcuni ripiegamenti, diretti o vaghi, dell’autrice su se stessa che non significano chiusura ma ripensamento, e il bisogno che viene fuori a tutto tondo, di esplosioni gioiose di stampo, per così dire, joiciano.
Ci sono così momenti di forte interiorità da vivere, quasi egoisticamente, in prima persona e da sola
E’ solo mio
questo lembo di tempo,
da non condividere con alcuno: personalizzate risultano le molte azioni che seguono in apparente contraddizione e opposizione,
salgo, scendo,
salto, mi fermo,
lenta, agitata,
allegra, posata
ariosa, alata,
rapida, staccata
e che sottendono puntuali e precisi stati d’animo, voglie intime appena manifeste o del tutto taciute, implosione obbligata e ipotetica conseguente esplosione, almeno nella intenzione.
Loredana sa coniugare ad arte le due condizioni e sa custodire nel cuore la ‘silenziosa gioia’ di madre che si intenerisce tutta, come è giusto che sia, per il figlio:
Ti guardo mentre cambi,
mentre corri incontro al mondo...
La gioia è talmente profonda e salvifica da allontanare, forse solo per poco tempo o forse definitivamente,
il tormento
che annega la paura.
Di qui l’inevitabile ringraziamento a Dio, nell’augurio che possa ascoltarla, che sembra fare il paio con la scelta del “Canto di ringraziamento” di L. Van Beethoven, che tutto dire.
E di qui anche la voglia di rassicurazione ad oltranza:
Voglio essere lì
quando il primo dolore
ti spezzerà il respiro,
cucciolo che ora piangi
per un gioco smarrito…
Il percorso è vario. Ora richiama la terra cullata dal ‘ritmo del tempo’, ora si tratta di diversi elementi della natura, ora, infine, è ancora il tempo con il rimando al passato, dolce-amaro come quello proprio degli esseri umani, con il carico del pentimento e finanche del rimorso nell’idea della mancanza del vero coraggio e della non scelta di restare:
Se guardo indietro
c’è il rimorso,
il pentimento,
c’è una casa che ho lasciato,
un figlio che ho tradito,
c’è una strada che ho sbarrato
e una voce che ripete
che il coraggio non è andare,
ma restare.
E il vero coraggio, ci permettiamo di dire, è anche quello della confessione e della comunione o, per ripetere un’espressione di Voltaire, consiste ‘nel saper soffrire in silenzio’ come ha saputo fare l’autrice che, nel ‘tu’ conversativo, va anche oltre e invita a saper conservare sempre il sorriso
anche quando la tristezza
proverà ad infettarti
e anche quando, con più convinzione e maggior direttività, dichiara:
Non so spiegare
tu chi sei, figlio,
ma so che avrai il sole
perché tu sei sole…
E se le cose stanno così, e non potrebbe essere diversamente dal suo punto di vista, l’invito risulta quasi categorico:
… va dove devi,
dirigi il crescendo
dell’alba che nasce,
cattura la gioia
di quella esplosione,
l’incanto, il colore…
Il climax ascendente non solo risulta evidente ma sembra fare il paio con le sensazioni della madre che pure ha conosciuto e sperimentato il dolore, la sofferenza, l’impotenza, la rabbia, l’umiliazione e si è trovata, talvolta, sola:
Ho conosciuto un tempo
di affronti, freddo, rabbia,
parole sferzanti
mi hanno lapidata,
gelide sassate
scagliate contro il petto,
e pugni di sabbia
mi hanno accecata,
sguardi urlanti
ferita, ammutolita.
E, se il ricordo di quel che è stato, a tratti può ancora ferire, c’è anche la piena e salda consapevolezza del superamento che consente all’autrice nuova e compiuta vitalità nel richiamo non solo alla misteriosa luna, col velo di tenerezza e di timore, ma anche alla altrettanto misteriosa forza del mare:
la tua voce è chiacchierina,
le tue spume briose
E se esso può apparire ammaliante e tale da incantare, non di meno i suoi abissi, che celano segreti, costituiscono un regno spaventoso:
Vedo nel buio
sconfinati cimiteri
di storie, di relitti,
di corpi senza nome.
E ci sono ancora, nel percorso poetico che non diventa mai itinerario e dunque non si carica di neutralità, viaggiatori del tempo, sogni da cavalcare, pensieri improvvisi, mattini torpidi, anime a schiera, segni da imparare, e ancora tabernacoli e fuochi e alfabeti e c’è sempre il caso che spesso la fa da padrone e non manca la quietudine da conquistare appieno per vivere tutti i giorni.
Ma ci piace avviarci a chiudere, anche se già spinge e urta in noi il desiderio di ritornare ancora a rileggere le poesie, con sapore nuovo e certezza di ulteriori scoperte, proporre alcuni versi, questa volta senza alcun commento, nel ricordo e nel richiamo tenero e delicato a un ‘lontano amore’, quasi un sogno leggero e vago ad un tempo, che ritorna alla mente e al cuore, con il velo della nostalgia e della malinconia e con il senso della tenerezza e del ricordo che sembra assumere il tono della fiaba:
Talvolta c’è un pensiero
che non so dimenticare,
c’è il lamento di un odore
che si aggrappa alle mie vesti,
e ombre di parole
che non sanno più parlare,
note senza suono
in taciti crescendi.
Eppure quell’amore
perduto, abbandonato,
è come un frutto raro
che stringo dentro il petto,
che nutro di tepore,
che veglio con incanto,
è come un raro frutto
agrodolce, maledetto.
E il lettore, per incatenamento più che per verifica e per sottinteso suggerimento, si lascia prendere per mano e un poco si perde e si ritrova, per perdersi ancora e ritrovarsi, e ripete quasi l’operazione dell’autrice: ricerca e trova, un po’ a caso forse, tra le sue cose alcune musiche che ascolta e prova contemporaneamente a leggere in corrispondenza la poesia di rimando: una sensazione straordinaria, intensa, profonda, con brividi a ripetizione, una commozione forte, a tratti incredibile eppure vera, la tentazione continua di cedere al franamento, la voglia smaniosa di librarsi in volo, la sperimentazione di un’esperienza fuori dello spazio e del tempo nel connubio, musica poesia, che, a tratti, diventa inscindibile.
E alla fine della musica e della lettura resta ancora là, l’indice tra le pagine del libro, nel prolungamento della gioia che piano dissolve e lascia la sua scia di profumo, nella più generale condizione di benessere.
E si commuove!
Ed.Tabula fati-Chieti