MIMMO TOSCANO

Le idee, le lotte e la memoria di Rocco Scotellaro erano “ostaggio” di un mondo antico, di quel “pensiero contadino” che ritroviamo ovunque nella sua produzione, ne abbracciava la cultura , figlia del sacrificio, che non rappresentava affatto un qualcosa di armonico e idilliaco ma che, al contrario, cercava di affrancarsi da condizioni di vita disumane e alienanti. Per “rafforzare” quanto narrato, Scotellaro ricorreva di frequente ad asserzioni “orali” che avevano come unico scopo quello di dare voce alle genti lucane. Le sue battaglie sono, ad oggi, più che mai attuali, basti pensare alla metafora dell’uva puttanella, fatta di acini “miseri”, dai quali si spremeva poco succo. Un’uva che rispecchiava il popolo lucano e meridionale fatto proprio da anime diverse, aspre ma nello stesso tempo gradevoli. Ebbene, i grappoli di quest’uva finivano comunque nei tini, insieme a quelli più pregiati: “Così il mio paese fa parte dell’Italia. Io e il mio paese meridionale siamo l’uva puttanella,piccola e matura nel grappolo per dare il poco succo che abbiamo”. Quel “poco succo” che, forse, andava a perdersi nel trasformismo della classe dirigente dell’epoca che non poche delusioni aveva dato, lasciando che quel mondo contadino, il suo mondo, venisse seppellito dalla valanga della modernità poiché proprio la politica non aveva messo le basi affinché il progresso potesse essere assimilato. E allora ritroviamo il suo pensiero disperso ma potente ancora oggi, settanta anni dopo la sua scomparsa, dove la riscossa dal basso non c’è mai stata e le esistenze di una buona fetta di popolazione arrancano in un colloso status quo fatto di precariato, disoccupazione, emigrazione, spopolamento e ignoranza. Perché, forse, ci saremo pure liberati dall’indigenza, ma la miseria culturale e umana resta ben radicata e non sono più sufficienti le buone intenzioni e i convegni per scalfire una durezza di pensiero che porterà, senza appello, allo svuotamento di una terra gloriosa. I posti li fanno gli uomini, ma quando le parole degli umili e delle persone preparate sono inascoltate, non resta altro che arroganza, autocompiacimento e tanta ipocrisia. Questo, al nostro Poeta era ormai chiaro come il sole: “ Mi vogliono fuori scacciato gli uomini che solo loro parlano attorno al monumento due facce. Ognuno di noi vuole essere il padrone della nostra città medioevale ed è geloso a morte dell’uguale. Io me n’andrò, sono un cane di nessuno senza sua porta da guardare nelle notti di luna. Per questi vicoli insonni nell’alba le donne andranno a infornare e passerà la guardia urbana col libretto in mano delle contravvenzioni. Chi mi curerà lontano la crudele scalmana?”. Non abbiamo fatto tesoro della sua lezione e proprio non riusciamo a redimerci perché ancora oggi non concepiamo che abbiamo le carte in regola per essere cittadini attivi e liberarci dal giogo della sudditanza che si trasforma in una “prigione mentale” da dove, forse, solo il Creatore può affrancarci. Ma, Scotellaro, aveva perso la speranza anche in questo:
“ Cci l’ami fatte nuie a Creste:
ci ni vole accere
ci ni vole arde.
Nun l’ami fatte ninte a Creste:
niscune n’àdda accere
nisciune n’àdda arde”.
Biblio:
Bronzini, Giovanni Battista. “CANTI POPOLARI FRA LE CARTE INEDITE DI ROCCO SCOTELLARO.” Lares, vol. 50, no. 4,
1984, pp. 531–97. JSTOR, http://www.jstor.org/stable/44628620
SCOTELLARO, ROCCO, et al. “Rocco Scotellaro et Les ‘Contadini Del Sud.’” Esprit (1940-), no. 230/231 (9), 1955, pp. 1464–82. JSTOR, http://www.jstor.org/stable/24254005
Bronzini, Giovanni Battista. “ROCCO SCOTELLARO E L’UNIVERSO CONTADINO.” Lares, vol. 53, no. 3, 1987, pp. 349–62. JSTOR, http://www.jstor.org/stable/44628768