L’Italia amara, le responsabilità individuali, quel ridere di noi

di Antonio Lotierzo
Questo “SCORDATO” consegue per me il punto più alto della filmografia di Rocco Papaleo che, grazie anche alla sceneggiatura scritta con Water Lupo, appare paragonabile al ruolo che ebbe ‘8 e mezzo’ per Fellini o ‘Nuovo Cinema Paradiso’ per Salvatores o I tre fratelli per Rosi. Vedendo il film, in una sala milanese, a prevalenza di anziani, sono stato attento a non incentrare l’attenzione sull’onnipresente Orlando ( attore: Papaleo), che pure regge la trama autobiografica ma a tenere insieme la comprensione storica di una famiglia italiana rappresentata da istanze diverse fra 1980 e 2019, perché di questo sviscera la trama. L’educazione musicale, le parallele vicende di fratello e sorella- seguite con continui andirivieni temporali, che hanno fatto parlare di una cupa malinconia -, il filo del malessere psichico di Orlando che è più di un inetto alla Svevo, l’espansione vitale ed erotica della madre-padrona, la cialtroneria dell’arricchito lucano che pensa solo a inchiavardare porte porte e aprire supermercati fashion, la carenza d’interesse sociale con cui venne accolta la designazione di Matera Capitale della Cultura 2019 (altro che il sogno di una Potenza che diventerà Dubai con il petrolio! – e che me ne viene a me? che esprime tutta una operante grettezza morale) sono fatti legati dal filo conduttore per cui un accordatore di pianoforte, ormai salernitano, si connette con una fisioterapista ( una intensa e tranquillizzante Giorgia) che tenta di guarire le sue nervose contratture, il suo mal di schiena, riscoprendo le foto giovanili, depositate a Lauria, paese verso cui bisognerà fare un penoso nostos, alla fine illuminante. 
Altro pregio del film è la fotografia, che si esalta con il paesaggio tirrenico dalla Costiera amalfitana alle rotabili tortuose fra Maratea e Castrocucco , con le scene del Conservatorio di musica e dei suoi allievi e conati erotici, con il vecchio arredo di una tranquilla casa lucana, scombinata dal contatto con le idee esterne. Decisiva per la percepita bellezza del film è la musica, nelle sue varie forme: da Rachmaninov a Giorgia a Stoneway ed a musiche- strofette dialettali, perché il dialetto è la lingua della memoria e della moralità originaria, territoriale che, unita ad un cattolicesimo da catechismo, dopo si confronterà con più ampi e diversi costumi, a sfondo urbano e neocapitalistici. Nella mia modesta esposizione ho dimenticato di avvertire che centrale è la figura del doppio: un Orlando della fotografia a diciotto anni; il ragazzo che era allora, che interviene per tutta la narrazione ed interagisce (da rappresentante giovanile) col protagonista come un fantasma, che egli solo vede e con cui parla e discetta, contrastandone le indicazioni. Che si tratti di un’allucinazione o della personificazione del linguaggio dell’inconscio è questo ‘giovane’ capellone (che somiglia all’enigmatico personaggio di Piero della Francesca) che esprime il congelamento della felicità fra fratelli a partire dall’attimo in cui l’amata e adamantina sorella viene arrestata per terrorismo, restando in carcere per rifiuto di dissociazione dalla lotta armata ( e coinvolgendo nella rovina il marito della madre quale inconsapevole depositario di armi).”Rosanna ci ha distrutto”. 
Orlando, l’uomo dai ‘buoni propositi’; l’accordatore che si è costruita una vita nel salernitano ed ora è in crisi fisica e professionale; l’uomo tutto rancore e cannabis, tutto fumo e distruzione; l’idealista comunista che con la sorella attacca il sindaco democristiano per aver relegato un murales di Rocco Scotellaro (mitizzato ancora e tardivamente come un santino) in una parte periferica del paese, è a pezzi ma continua a sognare la poesia, quel positivo gioco col ‘ponte delle parole’ che lo soddisfaceva da bambino. Cos’altro è Orlando se non “ una nota in cerca di armonia”? Ma nella vita bisogna trovare e mettere una nota giusta. Intanto lui si auto-accorda. Digerisce ed allontana i ‘cattivi maestri’ come il professore di filosofia che si rivelerà essere anche l’ultimo consolatore della madre (tramontato il leninismo e le esposizioni raziocinanti a posteriore). Quanto dolore hanno perpetuato nel Novecento le ideologie e il fanatismo dei ‘credenti’, fra cui si annovera l’amata sorella, con il cui dialogo in carcere va a spegnersi il film. “Dinamite al posto di matite, ma sono servite a poco a cambiare il gioco delle cose”. Si può perdonare ed essere perdonati? “La poesia non è come l’acqua, non la puoi fermare con un argine”. Cerchiamo di cucire con un filo la vita slabbrata ed impariamo a ridere delle nostre idee che rivelano la nostra inconsistenza di esseri imperfetti ed agitati da bassi pensieri e ignobili passioni. Il mondo allucinatorio di Orlando sfila nella scena finale dove lui si allontana e gli attori riappaiono in fila e movimento contrario, quasi che l’accordatore si fosse liberato di quelle penose storie e alleggerito degli incubi della storia e del veleno delle utopie che fino ad allora avevano impedito la quiete del perdono. Un film che vale un saggio d’antropologia; una espressione filosofica d’analitica esistenziale in cui la comprensione razionale si sposa con l’amara ironia e che solo per comodità viene classificata come ‘commedia’ mentre è una via di fuga dal peso del risentimento e dall’odio folle verso le possibilità bruciate nella temperie della storia.