PAESANI

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da un racconto di GERARDO ACIERNO

 

 

Quando la mattina Vito R. si sbarba (un giorno sì e uno no) controlla minuziosamente allo specchio i suoi zigomi. Li trova sempre più violacei ma sovrastati soltanto da pochissime pieghe sotto la curva degli occhi. I capelli grigi, anzi “sale e pepe” come si dice in paese, non mostrano nessun vuoto evidente. Le malattie e gli altri segni della vecchiaia, quelli noti e inesorabili, grazie al cielo si fanno i fatti propri. Rimangono ansia e insonnia a tormentarlo. Vito se n’è fatta una ragione e prova a conviverci affidandosi alla lettura e alla memoria. C’è, purtroppo, anche la solitudine, ma questa la tiene a bada grazie alle cure di Carmela, fidata fantesca di casa da tempo immemore e alle quotidiane frequentazioni del ‘Circolo degli Anziani’ dove tutti si conoscono, di tutto si parla e tutti a tutte le ore e in tutte le salse si dicono orgogliosi del loro sodalizio e del loro paese.

          Vito R. è un bibliotecario a riposo. Dai vicini di casa è indicato, tra soffusa ironia e con un po’d’invidia “pensionato benestante!”. Da circa settant’anni egli vive a Torretta, conglomerato di case, chiese e storie di gente lucana ‘un po’ così’ tutte da raccontare.

          Puntellato sull’Appennino, Torretta è circondato da boschi cupi e da friabili colline. Ha attraversato i secoli sotto un cielo colorato più di grigio che d’azzurro. Spesso la nebbia, in risalita dalla gravina scorticata da un anonimo torrente, inabissa il borgo dentro un cumulo di bambagia e tutto – cose, persone, animali – svanisce. Poi, naturalmente, gioie, angosce, preoccupazioni riemergono, insieme alle storiche mura, alla torre civica impreziosita dall’antico orologio, ai signorili portali, ai quattro romanici campanili, alle strette vie popolane. Settemila anime all’incirca, il paese è segnato da un nuovo, preoccupante spopolamento. Nuovo perché dopo le grandi ondate migratorie, esterne e interne del ventesimo secolo, la situazione demografica a un certo punto è sembrata stabilizzarsi. Per aggravarsi attualmente.

        Eppure – ironia della sorte – il territorio è un brulicare di tralicci e trivelle a caccia di petrolio e di metano; è una costellazione di pale eoliche; una distesa di pannelli solari infilzati nei terreni sistematicamente dissodati dalla furia non solo dei cinghiali. Un micidiale mix di selvaggia ricchezza immaginato e portato a termine da più mani (e menti) a volte anche scellerate. Chi lo governa questo territorio afferma che tutto va bene sottolineando, forse anche a ragione, la presenza di paesaggi mozzafiato, angoli di natura incontaminata, set cinematografici montati un po’ dovunque, cordialità, cibo, accoglienza di primo livello e diffusa modernità.

        Al ‘Circolo’, però, si respirano perplessità e diffidenza. I soci non sanno spiegarsi l’accanimento di giornali e televisioni nel raccontare di serbatoi di petrolio bucati, di scorie radioattive interrate, di nuvole di fumo rosso fuoriuscito da ciminiere di potenti inceneritori, di suicidi sospetti di personaggi importanti dell’industria petrolifera, di corsi d’acqua come fogne a cielo aperto, di disoccupazione giovanile devastante e delle continue indagini delle forze dell’ordine su capannoni abbandonati e discariche abusive. Non trovano risposte, tanto meno dai governanti i quali continuano a ripetere che da queste parti si vive ‘alla grande’ grazie ai milioni di euro delle Compagnie del petrolio.

        In verità Torretta non è cornice per scenari texani e ancora meno per scoppi d’allegria carnevalesca. Così com’è, abitato da gente assuefatta a cerimonie e comportamenti poco propensi a cedere il passo alle novità, il paese è scultura per la memoria; è una tavola colorata sulla quale il Tempo tratteggia, di solito con mano pesante, il suo naturale passaggio; è una miniera dalla quale Chronos estrae carrellate di ricordi dal cuore e dall’anima sia di chi è partito sia di chi ha deciso di restare in quest’angolo di Basilicata o – se si vuole – di Lucania.

        Si dice: terra di Basilicata e popolo lucano.

        La gente è fiera di questa doppia identità. Dopo avere accantonato piagnistei e lamentazioni ereditati dall’infinita, immobile ‘civiltà contadina’ ora i lucani sanno essere sarcastici e realistici. Infatti, quando si dice loro ‘cosa vuoi di più dalla vita?’ a proposito delle royalties del petrolio essi, parodiando una réclame, rispondono: Un amaro!’, termine che richiama il loro carattere, la loro millenaria storia, il loro modo di affrontare la vita, il gusto che da sempre ha condito la loro esistenza.

       Nel ‘Circolo’ di Torretta da decenni si prova a influenzare, addirittura a indirizzare la quotidianità dell’intera popolazione. La maggior parte dei soci ha superato i settant’anni ma non mancano i più giovani. Qui gli uni e gli altri s’incontrano e si scontrano; qui vengono a dibattere su fatti e personaggi pubblici del paese e della regione; di chi ha lasciato tracce sia sulla magra scena paesana sia su quella regionale e di chi ha fallito miseramente. Qui insomma si pontifica e si sentenzia su tutto e tutti. Si litiga per la politica, ci si appassiona al chiacchiericcio; si scherza sulle lagnanze dei singoli e sulle gioie comuni. Si discute, tra rimpianti e nostalgie, di ciò che si è avuto e di quello che si è dato alla propria vita.

       Accampati intorno a memorie spesso comuni essi vivono una quotidianità sostenuta da lunghe pause e da rari slanci generosi. Sottomessi a mugugni e a qualche rancore, tutti si sentono profondamente legati al pezzo di montagna sul quale sverna la loro comunità, la quale è sempre pronta a giustificare le bizze dei propri concittadini e a mitigare le miserie dei più. E quando, soprattutto per colpa della politica, la discussione si surriscalda, i più anziani, afflitti da numerosi scheletri nascosti nei personali ripostigli politici, furbescamente svicolano, facendo scivolare la discussione sul più tranquillo binario delle solite minuzie paesane: “Chi è morto?” Chi si sposa?” “A quale ditta è andato quel lavoro?” “Come campano quei due svergognati?” “Chi ha litigato con chi?”

          Curiosamente in sede è affissa in bella mostra una falsa pergamena. Incorniciata

nel ferro battuto lavorato dagli artigiani del posto, questa sorta di reliquia tratteggia, usando incunaboli gotici, la giornata monacale contrappuntata da mansioni, precetti e preghiere. Voluta da chissà quale dei presidenti succedutisi alla guida del Circolo, la testimonianza ha l’aria d’essere un avviso ai naviganti, un pretenzioso viatico per chi cerca risposte alla domanda delle domande: ‘Cos’è il Tempo?’     

         Articolato da questa insolita segmentazione nel Circolo si acconcia e scorre, ora lento e apparentemente sereno ora turbinoso e triste il cosiddetto terzo tempo di uomini vacillanti davanti all’avanzare della vecchiaia. Bazzicato da pensionati già artigiani, operai, insegnanti, impiegati e liberi professionisti il Circolo in altra epoca sarebbe stato etichettato con acida indifferenza ‘un mondo piccolo – borghese’.

        Apre i battenti puntualmente alle nove del mattino. Aria e luce penetrano nel monolocale attraverso un’ampia porta di vetro tenuta sempre socchiusa. All’interno convivono in apparente armonia stampe e fotografie catalogate senza un nesso, pile di opuscoli turistici, fogli pubblicitari, sedie di plastica bianca, il televisore con il decoder della pay-tv, mazzi di carte napoletane, La Gazzetta del Mezzogiorno e – regalo del sindaco appena eletto – anche un mastodontico computer rincantucciato dal primo giorno della consegna senza la cura e l’attenzione di nessuno.

        I soci si aggirano nella stanza senza trattenersi per più di un’ora. Escono e rientrano di continuo, come formiche, come api operaie. La loro età costantemente li agita, li scuote. Quando uno di loro se ne va per sempre è accompagnato dai sospiri degli altri. Per una sola giornata. Nulla di più. Chi resta continua a sperare di rintracciare nelle cose circostanti, nel quotidiano dialogare, l’indimenticato stupore infantile oppure quella straordinaria complessità di esperienze che è sempre stata l’adolescenza.

        Testardi come muli – non a caso negli altri paesi lucani si dice, con tono malizioso, che Torretta sia paese di mulattieri, di ribelli e di artisti – i soci si negano alle attenzioni sanitarie suggerite dalle famiglie. Nascondono malanni e problemi che pure lasciano segni sulla loro salute. Alle pillole preferiscono i vecchi rimedi della nonna: tisane e brodaglie varie. Si tirano indietro all’invito per una passeggiata e danno sempre l’impressione di essere prede della scontrosità.

       Quasi per tutti metaforicamente è l’autunno: stagione che spoglia così come dal vero fa sui rami e dentro le cortecce delle piante. Amori, solitudini e altri sentimenti sono trattenuti, protetti, non resi pubblici. Perché mai dovrebbero? La loro, comunque, è un’illusoria e un po’ ipocrita riservatezza perché tutti già conoscono tutto di tutti. 

       Come i monaci, questi paesani vivono appartati pur stando sempre in compagnia. Preferiscono rinchiudersi nelle celle di un finto riserbo. Mascherano timori e manchevolezze con battute spiritose; chi può esalta oltremisura i raggiunti traguardi e i successi dei propri figli ma sono soliti accantonare, sminuire sia le sconfitte sia le crude cadute.

       Diffondono malinconia sulla maggior parte delle cose che sfilano davanti ai loro occhi: scolari appesantiti da zaini imbottiti di merendine e da altre inutilità; donne incapaci a curare per il meglio la borsa della spesa; criticano il fruttivendolo che ogni giorno arriva dalla vicina Puglia con il suo malridotto autocarro; invidiano, eccome, il gelataio salernitano che si è fatta la nomea di consumato donnaiolo; dà loro fastidio quell’andar su e giù per le strade e le piazze dei Testimoni di Geova, sempre in coppia e sempre – sottolinea maliziosamente qualcuno – con ‘le donne che portano la gonna ben al di sotto del ginocchio’.

       S’inorgogliscono soltanto della loro paesanità dimenticando che sul paese hanno riflettuto poco perché troppo occupati a sopravvivere. Temono l’inverno e il suo rancore montanaro; provano a sfidarlo raccolti nello stanzone al civico 28, ultima trincea incastonata nel bel mezzo di Corso Italia, tra la fontanella pubblica e la chiesetta del quartiere, evitata dai più per anticlericalismo di maniera.

        Senza alcuna voglia e interesse per le Case di Riposo i soci sanno bene che oltre la siepe, dietro l’angolo, all’imbocco di un crocicchio la loro vita all’improvviso può cambiare, che il tran-tran giornaliero può prendere altre direzioni: precipitare, mascherarsi, travolgere e stravolgere senza pietà, senza sconti. Pertanto riflettono sulla vita che è stata e continua ad essere per alcuni di loro una ‘meraviglia di Dio’ e per altri ‘una vecchia guerra.’

         C’è chi si lamenta, chi ironizza sulla vecchiaia che avanza, chi si fa prendere dalla nostalgia e chi questa condizione la vive con serenità, con la saggezza di saper godere di ciò che si ha invece di rimpiangere quello che non si ha più o che, addirittura, non si è mai avuto. A tutto, comunque, si prova a dare risposte prima dello spegnersi della candela, cercando di salvaguardare quel poco o quel tanto che il Tempo, nelle sue contorte pieghe, sta loro concedendo. E soprattutto ci si illude di lasciare il mondo più bello di come lo si è trovato.

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