POTENZA, 1943

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LUCIO TUFANO

La guerra vera o falsa, uno scoppio di fame e di risate, s’è trasferita nelle scarpate dell’Incis di via Napoli o di Montereale. Le gare ginniche, organizzate  dall’istruttore Saverio Coscia, e la mazza gestita dalla maestra approntano prospettive di educazione fisica e antiaerea. Spade di robinia e pistole di legno, regolare cattura di prigionieri, la villa di piazza XVIII Agosto è il quartiere generale. Le SS 106 e 98 giungono sino a via Vaccaro, a via Garibaldi, asse Roma-Berlino cui si sono rotti i ponti, sfondati gli elmetti, recisi i collegamenti, scomposti gli avamposti, fusi i distaccamenti e l’Eiar trasmette i bollettini di guerra intervallati dalla voce di Lale Andersen.

Si gioca al tingolo, al trix sulle panchine e a dama. Appelius, contro Buonasera: se Mussolini avesse capito…!, augura la malanotte; si parla dell’arma segreta e l’Asse resiste a Stalingrado. In Nord-Africa le truppe si fermano per i fusti pieni d’acqua al posto della benzina.

Errore logistico-militare per chi invia indumenti leggeri ai soldati dell’inverno russo e scarponi chiodati a quelli della estate africana? Nella sera del settembre 1943, calda sera, i tepori della città vengono smossi dalle correnti d’aria della campagna invasa, invadente, che ti accoglie sul rifugio delle mele, delle vigne, dei viottoli contorti, dei valloni che racchiudono le esplosioni cadute, delle flagrate nel rombo dei quadrimotori.

Serate blu dell’oscuramento, musiche diffuse tra le finestre e le pinete, strade tranquille di traini e di vetture, serate del crepuscolo quarantatré…

Vento, Vento… ad agitare il mare dei giaggioli, portami via con te, raggiungeremo insieme… cantano intrepide: Maria, Silvana, Anna, Mara, Virginia, Lina, Rosita a respirare l’aria odorosa e fragrante del profondo confine d’erbe e di siepi.

La ragazza da fotoromanzo non guarda i marinai; Maria La O non si lascia mai baciare…

Signorine Grandi firme entrano negli uffici al posto degli impiegati richiamati, capelli ossigenati, scarpe ortopediche con sughero, gonne corte fino al ginocchio. Come è bello andar in bicicletta, i tulli, tullipan…

Il Re è passato per via Marconi?

Tre automobili scure hanno rallentato. Seduto sul sedile posteriore ha osservato le rovine. Le automobili sono immediatamente ripartite… Ha lasciato indifese le contrade, esposte ad ogni tipo di aggressione, incursioni, occupazioni prima tedesche e poi anglo-americane?

La disfatta piomba sugli animi come nera ala di uccello apocalittico. Guardare alla realtà è ormai necessario dopo i sogni, i lirismi, le roboanze degli altoparlanti.

La vita strappa i suoi giorni, le sue notti. La clessidra dell’angoscia diluisce il tempo. Silenzioso pudore delle arroganze: mesto e dimesso contegno dei vinti, sogni infranti. I protagonismi divelti dagli arcioni della gloria strisciano nella polvere e nelle macerie.

 

Sempre tornano gradevoli i sapori

dei giorni lontani, in quella luce si perdono

le nostre grida e i colori.

Eravamo scolari col pennino impegnati

in un perenne discorso

di resa calligrafica.

Le rondini sfrecciavano garrendo,

nei trapezi delle piazze, la gioia della estate,

Un ramo di ciliegio in fiore

la scure minacciosa

la visione inventata

pei nostri giovani sogni,

una tenera primavera.

Eravamo scolari e ci chiamavano balilla

e la voce calava sulle piazze di luglio

allagate di sole,

il sole di cui si parlava, il sole d’Africa.

La nostra emigrazione aveva il casco,

calzava gli stivali,

e tra i bagliori le aquile, le aquile grigie,

sui ruderi bianchi di Roma imperiale.

“Duce, duce chi non saprà morir …?”

nei vicoli lunghi con le grondaie,

nei loro piccoli spazi di cielo,

cantavamo, spavaldi

del caldo giorno meridionale.

Eravamo i balilla

e nessuno ci disse di come scorreva la vita,

puntuali alla stagione che non era finita.

Ai rioni giungevano motivi di arie campagnole.

Era la sera dei fazzoletti

che si accendevano nelle trecce contadine.

Dai finestroni aperti

si proiettava il sole sulle lavagne.

I temperini scolpivano

sui logori banchi inchiostrati

i nostri nomi e le battaglie navali,

e tra i grembiuli,

le mosche nei calamai,

gli odorosi tepori

dei fioriti lillà.

Ma dove era infissa la ringhiera

vi nacque la malva,

ci perdevamo nel buio

ai richiami del “tingolo”.

Al verde sentimento

sfilava il reggimento.

Se ne andava il sorriso

dalla grigia tovaglia, la minestra cadeva

nel piatto dal piccolo mestolo,

intenti eravamo al bimbo

disegnato sul libro.

Ci sentivamo colpevoli per avere schiacciato

la lucertola verde e screziata,

la coda frenetica ci scagliava maledizioni:

“non sono stato io è stata la vecchia”

la vecchia che imprimeva

al nostro corpo smagrito i segni del malocchio.

Zanardelli dalla piazza

sui nostri giochi serali:

“Lucciola, lucciola vieni vicina

che ti dò il pane,

il pane del re e della regina

la scolastica cucina,

il pane del duce, la befana che cuce,

duce duce

come ci hai fatto arriduce

il giorno senza pane

la sera senza luce”!

Eravamo scolari e cantavamo

nell’ultima sera delle siepi.

 

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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