RAPPORTI E SCAMBI TRA LE GENTI INDIGENE FRA L’ETA’ DEL BRONZO E LA PRIMA ETA’ DEL FERRO NELLE ZONE DELLA COLONIZZAZIONE

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ANGELA MARIA GUMA

 

          Per poter comprendere appieno le modalità dello sviluppo delle componenti culturali di origine esterna al territorio magno greco, è indispensabile una conoscenza dei collegamenti e degli scambi all’interno delle comunità indigene. A tale proposito è d’uopo sottolineare che la documentazione diretta su aspetti essenziali del quadro culturale, è estremamente esigua, soprattutto per l’età di bronzo, inoltre le strutture sociali, economiche e politiche delle comunità locali sono spesso notevolmente diverse nelle varie regioni e nei vari periodi oltre ad esserci differenze di “visibilità” archeologica tra i vari indicatori di contatto: in particolare la ceramica è un indicatore riconoscibile in tutti i periodi, mentre il metallo lo diventa solo a partire dall’età del bronzo. Si tratta comunque di indicatori di un collegamento basato su affinità di tipo culturale e poi su rapporti a lunga durata ma diffusi e non sistematici, e privi quindi di implicazioni economiche dirette. Il momento più antico nel quale possiamo cominciare a considerare i collegamenti e gli scambi tra le comunità indigene dell’Italia meridionale è caratterizzata da una facies archeologica indicata come “Proto appenninico B” i cui limiti cronologici rientrano nella prima metà del II millennio a.C. L’elemento comune che caratterizza questa fase è la ceramica d’impasto che è indizio chiaro di collegamenti diffusi e prolungati nel tempo legati agli spostamenti annuali della transumanza. Un caso a parte riguarda la lunga tradizione di collegamenti sistematici per via di mare, fra le popolazioni dell’Italia meridionale Tirrenica e quella delle isole Eolie e della Sicilia, legati in buona parte, sin dall’inizio dell’età di bronzo alla intensa circolazione dell’ossidiana di Lipari. Lo sviluppo delle facies appenniniche, datato tra il XV e il XIV secolo a.C., sulla base delle importazioni di ceramica micenea, si collega per tutti gli aspetti essenziali al Proto- appenninico, con la sola differenza che la ceramica è caratterizzata dall’aumento progressivo delle decorazioni intagliate e quindi incise. In questo periodo si delinea un’accentuata presenza Micenea nell’area ionica che modifica i processi culturali interni. La tarda età del bronzo (XIII-X a.C.), è il periodo durante il quale i processi di trasformazione culturale avviati nella penisola nel corso del secondo millennio subiscono una accelerazione che è segno di evoluzione. Infatti, mentre nella parte più antica della tarda età del Bronzo (XIII-XII), cosiddetta “subappenninica”, la ceramica sempre di impasto e non tornita, è priva di decorazioni incise, ma caratterizzata da sopraelevazioni plastiche sulle anse, durante la parte più recente di questa età (XII-X a.C.), definita “protovillanoviana”, la ceramica è invece caratterizzata da decorazioni incise, a pettine e a solcature con motivi a zig zag e triangoli riempitivi di tratti paralleli. Durante queste fasi, la più ampia diffusione di questi materiali si è riscontrata in Etruria. Tuttavia, a partire dall’XI secolo una delle principali vie di diffusione è quella che passa lungo le pianure costiere delle regioni tirreniche, collegando l’Etruria meridionale al Lazio e alla Campania. Sul piano archeologico un elemento facilmente riconoscibile è rappresentato dall’aumento della produzione metallurgica che segna una svolta nei rapporti tra comunità indigene della costa meridionale tirrenica e le comunità delle isole Eolie con caratteri micenei, connubio che determina la comparsa a Lipari di una nuova facies di tipo subappenninico continentale, definita Ausonio. È possibile che la comparsa di questa nuova cerchia meridionale, segni l’inizio dello sfruttamento intensivo delle risorse minerarie della Calabria. Una chiara attestazione di plausibili contatti delle zone dell’Italia sud-orientale con la penisola Balcanica è offerta dalla comparsa di ceramica d’impasto dipinta, non tornita, che viene indicata come Protogeometrico Japigio. Il quadro dei collegamenti intra e interregionali delle genti indigene dell’Italia meridionale durante l’età del ferro (IX-VIII sec.), può fornire alcuni dati di insieme sulla situazione nella quale la presenza greca viene ad inserirsi, e anche su alcune motivazioni delle scelte per la localizzazione delle colonie.                 

E’ interessante a questo proposito rivelare come gli scambi “precoloniali” documentati dalla distribuzione delle coppe euboico-cicladiche medio geometriche, sembrano partire proprio dalla Campania in direzione del Lazio e dell’Etruria; a volte in Etruria queste tazze si trovano negli stessi contesti nei quali compaiono gli oggetti importati di tipo “enotrio” il che dimostra che i  gruppi villanoviani della Campania svolgano un ruolo importante in questo movimento costituendo un tramite tra i “prospettori” greci e l’area centrale tirrenica. La situazione della Puglia e della Basilicata è caratterizzata dalla presenza di colonie greche in zone agricole che partecipano anche ad una fitta rete di scambi culturali, diretti sia verso la penisola Balcanica che verso le regioni ioniche e adriatiche.

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