La sposa giovane è un romanzo sbilenco. Che Dio mi perdoni se affermo ciò perché, detta così, può sembrare davvero una bestemmia, per cui questa definizione necessita di chiarimento.
Sbilenco è colui che procede a passo irregolare, disarticolato, malfermo e con andatura impossibile da decifrare. E sono esattamente queste le caratteristiche del romanzo di uno degli scrittori che amo di più, innanzitutto per la prosa che riesce ad usare, e per l’attenzione che riesce a creare anche se a tratti dà più l’impressione di essere un’esercitazione di stile che la narrazione di eventi che, susseguendosi, danno vita alla storia.
Sbilenco anche – forse soprattutto – perché a un certo punto non si capisce chi parla – o meglio chi narra. Parla lei – la protagonista – oppure un narratore terzo? Il lettore insomma è assalito dal seguente dubbio (di per sé affascinante se ci pensi): ma in questo libro chi narra?
È che lui, il narratore, cambia persona come si cambia il vestito, dalla prima alla terza persona con apparente disinvoltura – cosa che crea incertezza e curiosità allo stesso tempo – e c’è da stare ben saldi in groppa alle pagine per fare in modo che non ti scappino via e ti lascino col sedere per terra senza che tu possa arrivare nemmeno lontanamente a raccapezzarti.
A complicare – solo inizialmente – il quadro c’è poi il fatto che i personaggi non hanno un nome. Tutti tranne uno: l’impeccabile maggiordomo Modesto, quello che quando fa un colpo di tosse significa che sta per dire qualcosa di importante oppure, semplicemente, richiama con la massima devozione possibile l’attenzione dei suoi padroni che a seguito dell’evento (la tosse, appunto), decidono se liberarsi o meno della sua presenza. E quando lo fanno, lui fa qualche passo indietro, poi piroetta come se fosse la cosa più naturale del mondo e scompare alla vista come se non ci fosse mai stato. Gli altri personaggi sono definiti solo dal grado di parentela che li lega: la Sposa giovane, per l’appunto, la Madre, il Padre, lo Zio, la Figlia. Il tutto immerso in un casale alla fine dell’800 in un’atmosfera così ricercata in superficie e torbida appena si annuncia la notte, che ricalca tutto lo stile di maniera e l’incredibile capacità dialettica di un autore che può anche non piacere, ma con la lingua è capace di giochi di prestigio veramente pregevolissimi – ma non sono certo io a doverlo affermare: riferisco solo di un personale piacere a leggerne -.
Il libro, dall’inizio alla fine, fa vivere una sensazione di continua attesa. L’attesa che ritorni il Figlio, promesso sposo della Sposa giovane e partito per l’Inghilterra da oltre un anno, e del quale da qualche tempo, non si hanno più notizie, se non, di tanto in tanto, arriva nella casa qualche dono sempre piuttosto ingombrante (montoni, casse piene di qualunque cosa), ma di lui non c’è traccia alcuna. La Sposa giovane, accolta nella casa già come se fosse una della famiglia, passa le giornate adattandosi alle intatte e rituali abitudini della casa, soprattutto nelle ricche colazioni senza fine, con tavole imbandite senza soluzione di continuità, perché potrebbe sempre arrivare un ospite.
Baricco dà lezione di stile, ed è forse proprio questo aspetto a non farlo preferire a qualcuno. A qualcuno, ma non a tutti, perché che sia un maestro indiscusso dell’arte della selezione del lessico a me appare fuor di questione e lo dimostra, solo per fare un esempio, quando affronta la materia del sesso.
Ci sono molti modi di parlare di sesso, l’autore preferisce solo definirne i contorni, sia quando si tratta di sesso lesbico oppure masturbatorio (quando la Figlia inizia, per così dire, la Sposa giovane ai piaceri dell’autoerotismo), fino a diventare solo vagamente esplicito, ma limitandolo ad una sola frase che dice tutto “lo presi dentro di me”. Stop.
Tutto il resto è immaginazione. E, naturalmente, un finale da parte di un protagonista che non ti aspetti, perché è lì, ultimo della fila di personaggi altrimenti descritti con caratteristiche di ben altro spessore – vincenti come la Madre o perdenti come il Padre – ma tutti definiti con estrema caratterizzazione.
Per finire, questo libro è come quando senti un certo tipo di musica: se hai le orecchie abituate a parecchi generi lo puoi apprezzare meglio.
Da parte mia lo consiglio a quei lettori che, oltre al piacere della lettura, sono soliti accettare anche il piacere della sfida: “vediamo dove mi vuole portare”. E con Baricco, in genere, il luogo dove ti porta ti fa stare bene.
