
Mario Santoro
Scrivere un libro non è impresa facile, anche se oggi, e non sembri un paradosso, sono in molti a farlo e in pochissimi a leggere. In questo caso si tratta di un volume che riguarda un uomo e il suo stile di vita con il rischio implicito di non dire abbastanza bene anche perché si connota prevalentemente come uno straordinario album fotografico capace di parlare, con immediatezza di impatto, al cuore attraverso un unico nucleo narrativo con foto che dilatano la percezione, ripropongono in bella evidenza momenti significativi, donano emozioni, veicolano messaggi, superando barriere e steccati, senza quasi bisogno della
parola. L’autrice è attenta e rigorosa, usa tatto e delicatezza nello scandagliare e far emergere la concezione dell’esistenza, certe sfumature che affondano nell’anima e soprattutto le emozioni che variano da persona a persona, e non sempre risultano facimente decodificabili, per dirla con il poeta Neruda, dal momento che l’uomo, nell’intimo più intimo, resta, sempre e comunque, ‘incomunicabile originalità’ e l’esistenza a volte può essere delimitata dalla muraglia montaliana invalicabile con ‘in cima cocci aguzzi di bottiglia’; altre volte può apparire ‘come eterno naufragio’ o, al contrario, come ‘fresco colore del cielo’, e si può ancora concepire come stare ‘con le quattro capriole di fumo del focolare’ e finanche come senso di massima provvisorietà ‘come / d’autunno sugli alberi le foglie’, nel rimando ad Ungaretti. Può, in talune situazioni, ridursi a ‘un teatro’ che fa perdere ‘l’ebbrezza di avere strade sconosciute / da prendere’ secondo Pasolini o dirla melanconico ‘ricordarsi di un risveglio / triste in un treno all’alba’ come dichiara Penna. Si può declinarla in tanti modi. Noi però la preferiamo intendere l’esistenza come meraviglia, mistero, sogno, o, come fa Silvio Aprea, impegno silenzioso e riguardoso al servizio degli altri, disponibilità estrema, come piacere autentico della condivisione, giorno dopo giorno e fino alla fine dei giorni, ossia fino all’apparire della gozzaniana ‘signora di nulla vestita che tutto che tocca trasforma’ da accogliersi ‘senza strepiti e furori’, come conclusione naturale della vita terrena. Ecco il modello di esistenza che Silvio suggerisce, tanto più prezioso in una società come la nostra incattivita, invidiosa, avvelenata, rancorosa, sempre pronta allo scontro con nessuna possibilità di mediazione, nella quale si ammazzano esseri umani per un nonnulla, si disonorano i padri e le madri in barba al comandamento, si sbandierano solo diritti in maniera acritica e non come conseguenza del ‘signor dovere’, di cui parla Pirandello, in un contesto sociale votato al facilismo, al possibilismo, al tutto dovuto, sicché al primo contatto con la realtà le reazioni risultano spropositate. Diciamo la verità: il libro merita una lettura attenta dello scritto e la visione pensosa delle foto, che ci propongono mille situazioni, ci testimoniano un cammino straordinario e lungo, ci mostrano una folla incredibile di persone legate tutte dallo stesso filo conduttore, tessuto abilmente da Silvio Aprea che, senza tema di smentita, ci appare come una sorta di monumento, un fulgido esempio, un punto di svolta, un’ancora di salvezza. E sorprende davvero la sua vita incredibile, attiva, discreta, sempre impegnata al meglio e pressocché inimitabile, e non ci riferiamo al vivere inimitabile d’annunziano vacuo, rumoroso, roboante, appariscente, volubile, ma all’inimitabilità nel quotidiano, nelle operazioni anche monotone di tutti i giorni, nella fatica da affrontare, con il rischio dell’incomprensione, nel male di vivere da imparare che a volte diventa uggioso, insopportabile e sovente costringe alla prostrazione e alla negazione: inimitabile anche per la voglia smaniosa di fare il bene di chi ha bisogno, di aprire un varco alla speranza, di rendere luminosi i giorni, di raggiungere traguardi e mete, di tentare di mettere in pratica la faticosa massima evangelica “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Tutto questo ha saputo proporre l’uomo infaticabile, il nostro Silvio, nel suo essere a disposizione senza risparmiarsi, con generosità riconosciuta da tutti, senza mai l’ombra di un secondo fine, con altruismo. Proprio perché molto ricca di eventi, tanti e tutti significativi, il lavoro di Lucia Spirito, anima delicata e sensibile, risulta certamente più che nobile nelle enormi difficoltà incontrate: anzitutto quella di fare violenza al suo pudore, di vincere una certa naturale reticenza e ritrosia a parlare del suo Silvio, poi di armarsi do pazienza e ricercare, tra le migliaia di foto, col rischio di perdersi, quelle più emblematiche, operando necessariamente una scelta non facile, per mettere in giusta luce il valore delle azioni, la correttezza e il lindore del comportamento esemplare dell’uomo, la dedizione e l’impegno per il sociale e per tutte le situazioni di bisogno, la modestia e l’umiltà. Dunque si tratta di un libro con forte valore di testimonianza perchè non cada sugli uomini la dimenticanza e non involva ‘tutte cose l’oblio nella sua notte’, come dichiara Foscolo e al tempo stesso contribuisca a realizzare il profondo e legittimo desiderio da parte dell’autrice di far sì che Silvio possa continuare a vivere tra noi e possa magari “soffermarsi al limitar di Dite” sempre per dirla con poeta, e si mantenga viva la “celeste corrispondenza di amorosi sensi” tra i vivi e i morti, ossia il colloquio possibile con l’aldilà per grazia divina, la relazione extra sensoriale nobilitante e attiva, il legame sottilissimo eppure forse più resistente del ben noto filo di Arianna. Questa la vera funzione del libro! Diciamola tutta: Silvio era Silvio nella sua tenerissima amabilità, nel suo essere accogliente, nel suo saperti abbracciare senza nemmeno sfiorarti, nella sua discrezione palpabile, nel suo modo diretto e semplice di farti sentire immediatamente importante se non anche indispensabile. Sensibile verso le esigenze delle persone, sapeva ascoltarle senza mai dare segno di impazienza o di noia ma sempre accompagnando le loro parole con l’assenso: le incoraggiava, le sosteneva, le invitava alla pazienza e a guardare con fiducia al futuro ed offriva loro la possibilità di un impegno serio nell’ambito delle attività dell’associazione. E non le perdeva di vista! Le sue parole erano sincere e sempre dolci, sapevano di miele ed erano un vero balsamo perchè dettate dal cuore e filtrate dalla mente e accompagnate da una giusta prossemica, da una garbata e misurata gestualità, da un disarmante sorriso. Dotato di grande intuito, faceva tutto sul serio senza prendersi troppo sul serio; sapeva distribuire con maestria i molti compiti tra gli iscritti, tutti ugualmente importanti, e guidava le varie iniziative con intelligenza, cogliendo sempre anche le più piccole sfumature; interveniva con garbo, senza mai azzardare il rimprovero e soprattutto faceva in modo che anche le più piccole controversie o le semplici divergenze rientrassero nella norma senza ferire o mortificare alcuno. Sottolineava l’importanza dell’associazionismo, dello stare insieme, della possibilità di mettere a disposizione le conoscenze, le attitudini, i comportamenti, senza scendere mai a vili compromessi. Non a caso gli piaceva ripetere ad ogni pie’ sospinto il carattere di indipendenza dell’Unitre e soprattutto non si stancava di rimarcare la lontananza da forme partitiche e politiche, pur dichiarando la sua estrema disponibilità con le istituzioni tutte dalle quali non si attendeva riconoscimenti particolari che pure meritava. Gli bastavano il calore della famiglia Unitre, il clima di simpatia, la sincerità dei sentimenti, la compartecipazione di tutti ad ogni iniziativa, lo spirito goliardico, allegro, il rispetto, l’educazione, il comportamento civile, tutte cose che costituivano una sorta di segno distintivo. Adorava, le manifestazioni allargate, gli piaceva avere il salone pieno fino all’inverosimile e allora parlavano i suoi occhi vivaci, ‘ridenti’ quasi come quelli della Silvia leopardiana ma non ‘fuggitivi’ sebbene sempre un po’ fanciulleschi, pronti a illanguidire, a sprizzare gioia, ammiccando, ora ad uno, ora a un altro e trasformando le indicazionie le provocazioni in idee progettuali. Il suo era, in quei momenti, un godimento sereno, pieno, totale che finiva per contaminare tutti. Non si scherniva dinanzi ai complimenti che, per la verità, piovevano da tutte le parti, e non per sè, ma per l’Unitre. Seguiva tutte le lezioni, ascoltava senza mai annoiarsi ed era paziente, novello Giobbe, non interrompeva mai se non talvolta per esprimere un moto di sorpresa e di meraviglia e per formulare un complimento accompagnato dal senso della gratitudine e, da ogni incontro, indipendentemente dall’argomento in questione, sapeva tirare fuori un’idea vincente da trasformare nei gruppi in attività didattico-operative. Tante le iniziative, tutte testimoniate dalle foto che ci piace scorrere. La prima è gia un colpo al cuore: il maestro Baione e il quintetto d’archi del Teatro San Carlo di Napoli. E già la mente ricorda, nella sinestesia visivo-auditivo-sensoriale, la straordinaria atmosfera, la dolcezza delle note musicali, l’eleganza, la leggerezza, la pensosità di alcuni passaggi. Ma non c’è tempo per gli indugi -fugit irreparabile tempus- e allora eccoci a un altro sbocco: le Unitriadi, l’escursione sul Pollino, le attività motorie, il calcio Balilla, le ragazze pon pon, la marcialonga, l’elezione di Lady Unitre. Nemmeno il tempo di un amen e siamo già ai tanti laboratori con il fervore delle attività: lavori con la lana, ricami, pitture su stoffa, gastronomia, realizzazione di pigotte carinissime, lavori artistici su vetro, bricolage, perline da infilare, disegni di fantasia, pittura libera, attività di socializzazione. E quasi a dare un po’ di respiro a tutto questo fervore eccoci ad alcune foto belle e riposanti: l’incontro nel salone per una importante conversazione di carattere squisitamente culturale, magari una delle tantissime inaugurazioni dell’anno accademico; la chiamata a raccolta per un evento straordinario nell’aula magna dell’Università; il rimando alla vasta platea del teatro per uno spettacolo realizzato dal gruppo Unitre. Situazioni diverse che richiamano alla memoria volti sereni, distesi, interessati, tanto più giovanili quanto più antico è l’evento in questione e che riportano alla mente dibattiti vivaci, dialoghi animati, riflessioni acute, con riferimento a dettagli e a significanze multiple. Ecco ora compare la foto della signora Irma Re, presidente nazionale dell’Unitre, in uno dei suoi tanti viaggi a Potenza per il puro gusto di godere la calda, sincera accoglienza, lasciandosi coinvolgere in viaggi nella regione per partecipare all’inaugurazione di nuove Unitre. E qui l’elenco è lungo: Acerenza, Avigliano, Bella, Brienza, Cancellara, Ferrandina, Genzano, Lavello, Marconia, Marsico Nuovo, Matera, Moliterno, Muro Lucano, Nova Siri, Oppido Lucano, Picerno, Pisticci, Policoro, San Chirico Raparo, Savoia di Lucania, Scanzano Jonico, Tricarico, Venosa, Viggiano. Per ogni sede lo stesso rituale, con scambi di idee, visite, incontri, rimandi, in un clima di gioiosa partecipazione e con un senso di incredibile aggregazione culturale, di interscambi fitti, di condivisione piena, di fratellanza palpabile, di umanità che oserei definire francescana. E che dire dei tanti raduni anche fuori dalla regione: Andria, Bisceglie, Caserta, Foggia, Orta Nova, S, Arsenio. E poi le tante diverse esperienze: l’incontro con il cinema con la puntatina a Cinecittà; i rapporti di collaborazione con la scuole, le esperienze di sociopedagogia con il laboratorio dei sogni guidato dal prof. Zirpoli, le tante conversazioni culturali, le impegnative discussioni delle tesi (memorabile quella del più giovane corsista: il papà di Silvio), i momenti di relax (vedi quello alle Terme di Contursi), le visite al WWF, il ballo, le sfilate di moda, la corale, la partecipazione al Concorso ‘Napoli in canto’ le feste in famiglia, (della donna, san Valentino, il carnevale) le rappresentazioni teatrali, il Karaoke, il Folk. E non finisce qui perché vanno ricordate le tante mostre fotografiche, la presentazione di libri di autori, i concorsi letterari, le attività motorie, la Marcialonga, il calcio balilla, il laboratorio di lana e uncinetto, quello del ricamo, la lavorazione del vetro, i momenti goliardici esilaranti, i congressi internazionali e i tantissimi viaggi Le foto, come è facilmente pensabile, genereranno sorpresa ed anche emozione in chi sfoglierà il libro e potrà dire almeno una volta e con evidente orgoglio: ‘C’ero anch’io!’ E sarà naturale un velo di commozione, non solo perché, andando indietro nel tempo, ci si ritrova più giovani, animati di belle speranze, ma anche perché le immagini immortalano e santificano certi momenti. Ancora una nuova apertura del libro-album di Lucia Spirito e questa volta non si tratta di immagini ma di parole di docenti e corsisti, pensate e dette o scritte in occasione della dipartita di Silvio e non possiamo fare a meno di condividerle nella sempre maggior convinzione che la testimonianza di tutti vale indipendentemente dalla quantità dello scritto e dalla scelta delle parole che lascio a chi saprà valorizzarle con la lettura. Gli scritti sottolineano le radici morali e intellettuali di Silvio Aprea, fratello maggiore e pongono in evidenza l’autonomia di giudizio, il senso del dialogo con gli altri, l’entusiasmo giovanile, la modestia, il credo profondo nella cultura che fornisce le chiavi giuste per capire e guidare i cambiamenti, la crescita della democrazia atta a trasformare le crisi in occasioni di consapevolezza e acquisizione di senso critico e di solidarietà. Inoltre evidenziano la bonomia e la giovialità tipiche della sua napoletanità, la competenza, il rispetto, la cordialità tenendo sempre dritta la schiena e lodano il suo carattere gioviale, la sua funzione di guida, l’affettività, il senso dell’amicizia ‘unsque ad’, la pazienza, la capacità di attendere, l’intelligenza intesa in senso piagetiano come disponibilità ad adattarsi alla situazioni senza omologazione, la signorilità, l’empatia e tanto altro ancora. Tutto questo, e tanto altro ancora, significa il lavoro di Lucia che va sfogliato lentissimamente e con pause, con l’indice tra le pagine, alla don Abbondio ma senza il terrore dei ‘bravi’ da schivare, consentendo alla mente liberi percorsi con il carico delle emozioni, e sottraendo ore ed ore alla bestia nera della solitudine e dell’isolamento nell’unione spirituale con Silvio. Di qui la gratitudine verso l’autrice di questa testimonianza privilegiata, curata senza scomodare alcuno, immaginando sempre al suo fianco, per ricevere il tacito assenso, il suo Silvio, magari nell’atto di porgerle la rosa come si può notare in uno dei disegni, sempre di Lucia, carichi di ricca simbologia e di sottili messaggi sottesi. E mi piace immaginare, alzando gli occhi verso l’alto, nelle sere serene tra le tante stelle, di vedere una luce che brilla in maniera particolare perché le buone opere che si compiono sulla terra risplendono sempre nel cielo; allo stesso modo nei giorni di luce mi figuro il nostro amico fraterno, in uno sbuffo di nube o in un’ombra chiara, muoversi negli immensi prati del cielo, tra sentieri erbosi, circondato da tante anime beate e tenere banco, senza imposizioni e, di tanto in tanto, allungare lo sguardo compiaciuto e indulgente fino a terra a cercare tenerissimamente la sua Lucia e tutta l’Unitre, ancorate nel suo cuore. Grazie Lucia e ciao, Silvio!