


Senza ombra di dubbio Michele Luongo si inserisce nella scia dei grandi fotografi italiani e stranieri che hanno raccontato la Basilicata con la forza suggestiva delle immagini, da Gerhard Rohlfs, Rinaldo Della Vite, Aldo La Capra, Mario Cresci e pochi altri. La specificità di Luongo è che ha saputo andare al di là della ricerca antropologica e del filone della civiltà contadina per raccontare la Basilicata di oggi, quella che invecchia nella solitrudine, che cerca di resistere allo spopolamento, che si aggrappa ai ricordi per ricavarne un sorriso, coltivare una speranza.



I suoi scatti si muovono lungo la linea ondulata di sentimenti diversi: lo stupore per la bellezza di paesaggi, la tenerezza per scene di vita quotidiana, l’amarezza per i vicoli vuoti. E’ il racconto di una Basilicata interna che è uno scrigno di cose belle e dimenticate, dagli archi di pietra, alle pitture murali, alle piazzette assolate, ai mestieri che resistono, ai campanili che continuano a segnare le ore e a scandire la vita. Ed è quasi percepibile lo sforzo dell’artista di cercare segni di vitalità, sprazzi di energia, suoni e risa di bambini che diano movimento a quei presepi immobili e con essi speranza di futuro , certezza di continuità.



Nelle foto d Cartier Bresson, il capostipite del reportage fotografico sulle aree interne , c’era il senso della povertà, lo scenario di arretratezza, ma c’era l’allegria dei bambini che giocavano ad acchiapparsi, a contendersi una palla di pezza , a saltare dal muretto. Nelle foto di Luongo c’è il silenzio terribile di comunità senza bambini, di spazi lasciati alla custodia dei vecchi, di donne anziane che non s’arrendono e lavorano pensando ai figli lontani, di paesi al tramonto della propria esistenza. E un silenzio che assorda, che inquieta, che protesta per una politica che non riesce a invertire una tendenza, non trova un rimedio, non immagina un futuro. Uscire dallo sconforto è il grande messaggio di questi scatti terribili e meravigliosi. Rocco Rosa