MARIO SANTORO
C’è sempre una curiosa doppia suggestione tra la ‘strazzata’, la nota focaccia con il pepe, segno distintivo e particolare di Avigliano e regina di sempre della minuscola frazione di Stagliuozzo, per merito dell’indiscusso e infaticabile Mimmo Colangelo, e più in generale delle zone limitrofe e la ‘balestra’, ossia il temuto coltello tipico della nazione aviglianese, straordinario per caratteristiche e per storia e per talni rimandi che si caricano di uno strano fascino misterioso. Se il primo elemento, la strazzata, suona quasi come un inno alla vita e al genuino godimento, il secondo, la balestra, rimanda a una sorta di preannuncio di morte. Si tratta di due elementi diversissimi tra loro, concreti ma anche fortemente simbolici, che contribuiscono a contrassegnare il senso di appartenza ad un territorio e dunque segnano, in qualche modo, il carattere di identità, ossia l’insieme degli aspetti, positivi e negativi, dei valori e dei disvalori di una comunità, giustamente orgogliosa e costituiscono quasi una sorta di imprinting. In ogni caso aiutano a non perdere mai di vista la provenienza e a rivendicare l’origine, a buon diritto, senza inorgoglire vanamente, come purtroppo fanno certi vanesi, rimanendo umili e senza mai vergognarsene. Diceva un caro amico, fattosi dal nulla: “Ricordo sempre a me stesso da dove sono partito”. E nel suo dire era tutta la consapevolezza delle conquiste fatte con fatica e sacrificio, se si vuole, un po’ pascoliani:
Da me, da solo, solo e famelico
per l’erta mossi rompendo ai triboli
i piedi e la mano
piangendo, sì forse, ma piano.
Dunque rivendicava le sue umili origini al contrario di come facevano certi nostri corregionali emigrati al nord, ansiosi di acquisire nuove abitudini e smaniosi di ostentarle e di racchiuderle nel classico “Ciao neh..!” e sempre pronti a maledire i luoghi natali. Della strazzata, che è assai particolare, detto che il termine non ammette alterazione, non conosce il diminutivo ‘strazzatina’ o il vezzeggiativo ‘strazzatuzza’ o ‘strazzatella’, né l’accrescitivo ‘strazzatona’ o il dispregiativo ‘strazzataccia’ o ‘strazzatazza’ perché resta strazzata e basta, tralascio di parlare, limitandomi e rimandare il lettore al volume “Strazzata come Stagliuozzo”. Della balestra vorrei ricordare, con buona pace di tanti esclusi, le molte attente e puntuali e competenti ricerche di Franz Manfredi. Mi piace sottolineare che nella accurata compilazione della Statistica dell’Ottocento la balestra, di dimensioni e forme diverse, sia considerata oggetto di grande pregio stilistico e di valore indiscusso per la bellezza, l’armonia delle forme, la finezza artistica della fattura, per la presenza di diversi ornamenti, opportunamente curati nei più piccoli particolari, che contribuiscono a impreziosirla e a fare un oggetto caratteristico, insomma una piccola opera d’arte. Inoltre spesso è impreziosita dalla presenza di ottone e all’argento. Se ne deduce che si tratta di “un manufatto completo, prezioso, bello a vedersi” anche se nella relazione, di cui sopra, si suggerisce di ricorrere sempre ad una forma più regolare e di percorrere una sorta di linea di uniformità. Proprio tale autorevole suggerimento servì ad allargare il campo della ricerca e diede origine a numerose figure artigianali di valore, oltre quella ben nota di tale Pietrantonio Claps che già nel 1825 si fregiava della qualifica di “coltellaro”. Inoltre significativa appare la precisazione che tale prodotto, ossia il coltello spEciale, risultava particolarmente gradito al ceto contadino e artigiano ed era, inizialmente almeno, del tutto trascurato, anzi snobbato dai cosiddetti civili e dai galantuomini che esprimevano nei suoi riguardi un senso di insofferenza e di distacco aperto, come dinanzi a cosa particolarmente volgare e paesana. E questo potrebbe consentire di aprire un campo di ricerca interessante sul piano sociologico e dell’ analisi dei rapporti tra i diversi ceti sociali, tra i ricchi e potenti e i poveri cafoni, proprio per capire come mai in questi, e in genere nelle persone comuni, c’era la predisposizione all’uso della balestra, in quelli il ripudio pieno. Allo scopo potrebbe essere utile ricordare ed evidenziare le tante, troppe, e spesso insopportabili e violente, forme di prevaricazioni, di prepotenze, di abusi, di soprusi, di pretesti vuoti e discutbili da parte dei cosiddetti galantuomini sui cafoni e soprattutto sulle donne, di cui abusavano, spesso e volentieri con vanteria e, in qualche modo, finivano per farla franca o, al massimo, con riparazioni minime. E vale la pena richiamare alla mente il tanto discutibile e vituperato “ius primae noctis” con le tante leggende e storie, come magistralmente rievoca, in una straordinaria poesia, il compianto poeta Giulio Stolfi:
Acconciati le trecce, verdeoliva
il plenilunio filtra ogni pensiero
azzurro e lieve e sopra i tetti grigi
si libra un’antichissima magia
E tuttavia tanta evidente prepotenza alimentava nei galantuomini, spavaldi solo in apparenza, il timore o meglio la paura di potere, per vendetta o giustizia, essere vittime naturali della balestra. Dunque, per forza di cose, la ignoravano, la denigravano come arma volgare, da cui tenersi a distanza per blasone e la relegavano all’appannaggio dei contadini e del ceto popolare più umile. Si potrebbe dire che si tratta di facile suggestione o di semplice ipotesi, chissà. Forse un’analisi attenta andrebbe fatta ma in questa sede siamo obbligati ad andare oltre. Dunque la balestra si connota come arma popolare pronta ad essere usata in varie circostanze come difesa estrema, come offesa tracotante ma anche come arma preventiva e quindi come forma concreta di ammonimento e di minaccia tanto da parte degli uomini quanto delle donne le quali, non a caso, come risulta dagli atti, sovente ricevevano la balestra come impegnativo dono di fidanzamento, da parte del promesso sposo, proprio per poter meglio difendere, all’occorrenza, il proprio onore. E per la verità la accettavano non solo di buon grado ma erano anche orgogliose di portarla e davano, al dono ricevuto, valore di giuramento. E anche qui si potrebbe una pagina sociologica sul concetto di onore. In ogni caso tale usanza, che si è protratta fino a quasi tutto il primo Novecento, è antica se prestiamo fede alla relazione del lontano 1674 di Pier Battista Ardoini, governatore dello stato di Melfi (allora comprendente anche Avigliano e Lagopesole), per conto dei principi Doria nella quale, dopo aver elencato le molte fervide attività del settore artigiano e manifatturiero di Avigliano e dopo aver detto degli uomini forti di temperamento, capaci di resistere al lavoro, bruni di faccia, alti e grossi di statura e con mostacci larghi alla galeota, delle donne sottolinea, con una punta di ammirazione, l’impegno nel lavoro: “…mai stanno in riposo, né mai si saziano di travagliare”. Inoltre mette in evidenza il loro temperamento e un grande senso di libertà: “…vivono tra loro con grande libertà ma senza scandalo e sono proprio le donne più che gli uomini a comandare”. Viva le donne, mi verrebbe da dire! Dunque si tratta di donne libere, (il che rappresenta di per sé un fattore di novità e di positività); certamente più libere e aperte rispetto agli altri paesi e, proprio perché più indipendenti, più esposte al rischio della violenza e della prepotenza e per questo devono saper difendere la loro gelosa libertà e proteggere al meglio il loro onore, ad ogni costo e con ogni mezzo e dunque finanche con la balestra. Insomma la maggior libertà deve essere gelosamente mantenuta; di qui l’uso diffuso del coltello. Del resto, poiché tutte indossavano il costume, era difficile incontrarne una che dentro le tasche delle varie gonne non portasse un coltello e con convinzione non dichiarasse di essere pronta ad usarlo per ogni evenienza anche se poi aggiungeva, con vezzo malizioso ma garbato: “Pote semb serv, pure pe coglie na mnestra sperta“. Quindi la balestra, che in qualche modo tranquillizzava gli uomini, metteva quasi totalmente al riparo le donne, le rendeva sicure, le faceva coraggiose e sovente, nelle situazioni critiche, bastava loro il gesto di portare la mano alla veste del costume dal lato della balestra, quasi sempre nascosta, ma mica poi tanto, per calmare qualche bollore e per costringere il male intenzionato di turno a confondersi, a scusarsi qualche volta, a brontolare qualche oscura minaccia e comunque ad allontanarsi. La letteratura popolare aviglianese è ricca di situazioni di uomini e donne che sono ricorsi alla balestra per colpire gli avversari, per farsi giustizia o semplicemente per offendere e non a caso, come certificato dagli atti dei processi della Gran Corte Criminale di Basilicata: “molte aggressioni, tanti omicidi o ferimenti, avvenivano per mezzo del coltello, magari anche a causa di banalissimi dissidi e di diverbi generati dal gioco nelle osterie e nelle cantine, e sotto l’effetto di qualche bicchiere di vino”. Situazioni di tal genere se ne potrebbero ricordare a iosa, tanto nel centro di Avigliano quanto nelle periferiche frazioni. E qui basterebbe citare, come esempio, solo tale Giuseppe Nicola Summa ossia il famigerato Ninco Nanco e magari qualche suo parente, come lo zio Francescantonio che nel 1848, a causa del gioco del tocco, dopo un diverbio con Giuseppe r Telesca, uccise il rivale con diciassette coltellate. E il nipote Ninco Nanco non fu da meno. Fu feroce aggressore ma anche vittima in più occasioni in una delle quali fu ferito in maniera grave alla gamba destra che lo costrinse a camminare ondeggiante e gli meritò il titolo di Ninco-Nanco. Ma al di là di questi aspetti oscuri di cui pure si potrebbe condurre analisi attenta va detto che il coltello aviglianese, che si distingue dal comune coltello a serramanico, e che ha origini antiche, domina per tutto l’ottocento con veri artigiani che assumono la qualifica specifica di fabbricatori di coltelli. E per chiuder vorrei ricordare la novella di Tommaso Claps “La catena del mulino” nella quale viene citata la balestra che porta con sé la protagonista, la giovane, bella, ingenua Cecilia, sfortunata nel suo pazzo amore per Angelovito destinato alla ricca Annamaria di Cola Donato. L’autore ricorda l’incontro scontro tra le due donne rivali e la furia cieca di Cecilia, gravemente offesa nell’onore, qualche sera prima: La prima volta che, però, s’incontrarono al vallone, a tirate di capelli e a schiaffi e a pugni e a morsi le fece ben ricordare di quell’affonto; e, se non fosse accorsa gente a trattenerla aveva già messo mano al coltello paesano a fronda di ulivo, che secondo l’uso portava pendente alla cintola e l’avrebbe ammazzata, l’avrebbe. Già il coltello a forma di foglia di ulivo, la balestra con il manico e la lama longininei. Ora, già da qualche tempo, per la verità e per fortuna, la balestra diventa sempre più altro dalla sua funzione originaria di arma. Resta gingillo da tenere gelosamente custodito nelle teche e si connota come oggetto della memoria per ricordare il senso di appartenenza al passato in prospettazione futura. Insomma ci dice, silenziosamente ma convintamente, di porre attenzione a quello che eravano e a quello che vorremmo diventare e se un po’ ci fa sorridere l’idea della sua funzione originaria di difesa dell’onore, con certo anche esagerazioni come sempre accade, ci fa meditare sulle tante diverse possibilità di vivere in armonia e in pace con gli altri, onorevolmente e dignitosamente senza ricorrere alla violenza, che è sempre ingiustificata. E al massimo ci permette di usarla magari per tagliare la nostra strazzata rinunciando a farlo con le mani come rigorosamente avveniva tanto tempo fa.
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