TERESA LETTIERI
“Ridammi un giorno, solamente un giorno per stare con te, capire che c’è bello oltre a questo. E capire che senza di te, mamma, non è più lo stesso” .
Adele, 16 anni, scriveva così, un anno fa dopo la morte della sua mamma. Adele dallo scorso venerdì non c’è più. E’ morta dopo aver assunto una dose di Mdma, una metanfetamina usata per comporre le pasticche di ecstasy, dopo un collasso ed il successivo coma profondo. Insieme a lei, il fidanzato di ventuno anni ed un amico di diciannove, fortunatamente scampati alla stessa sorte sebbene uniti dallo stesso sballo. Nel fine settimana, quindi, ci si sballa. E l’età dello sballo si abbassa sempre di più. Ormai già tra i quattordicenni è diffuso l’uso di sostanze stupefacenti, nel migliore dei casi ci si sballa bevendo ed il coma etilico è diventato una delle cause ricorrenti di ricovero dei ragazzini. “Lo facevamo ogni tanto per sballarci nel fine settimana, ma non eravamo mai stati male”, hanno dichiarato i due riforniti da un pusher diciassettenne. Il bisogno è quello di staccare dalla realtà e allora mi viene da pensare, da madre in primis e da cittadina, quale realtà siamo stati capaci di costruire per i nostri figli. Allora comincio a pensare che i “si” sono stati frequenti e i “no” sporadici e relegati alle sciocchezze, che ho dato tanto, troppo, perché non volevo che i miei figli risentissero delle mancanze che avevano afflitto la mia vita di adolescente, che li ho lasciati con nonni o babysitter perché dovevo lavorare, la carriera, e mi sono persa quei segnali che potevano farmi capire che…bla bla bla. Nel mentre mi auto-psicanalizzo, in cerca di diagnosi e cura ovviamente personalizzata perché figurarsi se accetto l’errore, accetto di aver utilizzato più farina che fecola, come se esistesse la ricetta del buon genitore, annaspo tra le migliaia di giustificazioni che possano rendere più accettabile la pena, la peggiore, quella di non essere riconosciuta come genitore, ma come sponsor. Chissà se questi sono solo i miei pensieri o appartengono anche ad altri genitori, accomunano altri neofiti dell’insieme famiglia, sottoinsieme figli. Allora penso che, probabilmente il problema non è stato rendere felici i figli attraverso il materialismo del quotidiano, che in fondo non ha nulla di disumano se opportunamente gestito, ma è stato non renderli felici attraverso la cura attenta e costante dell’affettività, ciò che non ha nulla di “concreto” ma rende concreta e vivibile anche l’esistenza più difficile, la base sulla quale si costruisce lo scheletro delle emozioni perché sia le positive che le negative possano trovare la giusta collocazione senza rinunciarvi ad alcuna, senza evitare il dolore tantomeno la gioia, la delusione e la rabbia quanto il successo, in un percorso che come risultato generi un uomo o una donna che si autostimi innanzitutto e nonostante tutto. Forse siamo troppo impegnati in surrogati come “non conta la quantità ma la qualità del tempo, degli affetti”, ma probabilmente il tempo trascorso insieme occorre affinché questa qualità possa realizzarsi come tutto ciò che richiede qualità. Rileggendo le parole di Adele, emerge un altro aspetto, il dolore della mancanza, della perdita. Immenso come quello di una bambina che perde sua madre, che perde la possibilità di raccontare di sé, di abbracciarla per un brutto voto a scuola, di trascorrere un tempo che non è più lo stesso senza di lei, di raccontare del suo fidanzato che ne ha preso inevitabilmente il posto, insieme allo sballo. Perché la gestione di un evento doloroso e devastante come quello della morte di sua madre, per una ragazza ancora troppo piccola per poterlo metabolizzare senza reazioni inattese, ha trovato nello sballo del fine settimana la possibilità di non infierire sulle sue già immense insicurezze, forse solo per qualche ora, insignificante rispetto ad una vita da vivere ma calmante, una panacea alla tristezza di un’anima che nonostante la giovane età non è riuscita a trovare conforto perché circondata da mille altre insicurezze, da mille altri punti di riferimento precari che tuttavia, almeno in un momento della vita adolescenziale diventano il faro, la certezza, la convinzione di poter sfidare il mondo nonostante tutto e tutti a meno di trovare una qualunque sera d’estate una stupida pasticca che ti manda all’altro …di mondo.
