ANNA MARIA SCARNATO
Ai tempi della mia infanzia , le abitazioni non disponevano di acqua corrente e chiaramente nemmeno i servizi igienici c’erano. La cosa non destava meraviglia né stimolava ad una voglia di cambiamento o progresso poiché il paese sembrava essere uguale al resto del mondo se non migliore e ciò non faceva sognare una realtà diversa da quella locale. Tra l’altro i più conoscevano solo la propria realtà dalla quale difficilmente si usciva per visitarne altre se non per recarsi al mare d’estate a piantare baracche per le vacanze, unico lusso. Si viveva, a pensarci, un lockdown accettato di buon grado poiché lo stesso era nato con noi. L’uguaglianza più o meno delle condizioni socio-economiche e sanitarie tangibilmente percepita, il sacrificio sostenuto per approVvigionarsi dell’acqua, un bene oggi scontato ma prezioso e desiderato come l’oro ,che non scorreva dai rubinetti, non rovinava la serenità delle famiglie. E se gli uomini di casa si recavano al lavoro nelle campagne, erano le donne, le madri e i nonni che, in molti casi, vivevano nelle famiglie “allargate”, ad andare “al’acqua à funtanin”. La donna….. e già segnava l’inizio della parità femminile, interpretando ruoli attivi a sostegno della famiglia e, nella consapevolezza del suo valore, a riempire di contenuti preziosi il tempo di vita. E allora, se l’acqua arrivava, per poche ore, alle fontanine pubbliche, fatte di ghisa e distribuite qua e là nel paese, portata dalle condotte di una rete essenziale , erogata dal serbatoio dell ‘Acquedotto dell’Agri, costruito imponente nei suoi 5 piani in via Cairoli a Bernalda, prima del 1940 , è chiaro che il suo approvvigionamento fosse il primo pensiero al risveglio per le famiglie del paese. Di rito, le donne, la sera prima, lasciavano una pietra o ”nu comt”, un recipiente , a firma del titolare, simile al ticket di oggi, a indicare il turno per il prelievo. Ricordo mia madre alzarsi prestissimo per tale incombenza. La necessità dell’acqua valeva i sacrifici della levataccia, la fatica del trasporto nei secchi dalla fontana a casa, la spiacevole contesa a cui spesso si era costretti ad assistere, la necessità di essere vigili a non farsi sorpassare. Da qui il detto in vernacolo bernaldese. “ se vuò frcà a vcin, prest à ser e più prest ancor ù matin”. Se vuoi “fregare”la vicina, fai presto la sera (a mettere ù comt” e ad andare a letto) per alzarti più presto la mattina( per vigilare sul turno). L’acqua si versava “n dù pdal”( giara) di terracotta o “n’do a capas” (vaso con boccale e manici).
Si prelevava con la “zulerd”(giarla di rame), l’acqua per bere e cucinare. Si versava “n da cong”( conca), o “tin”(tinozza) quella per il bucato. Quanti ricordi! Neanche una goccia andava sprecata. L’acqua piovana, caduta da un coppo lucano che la raccoglieva per accompagnarla giù , finiva nella tinozza, buona per lavare i panni e il pavimento di casa. Si parlava di Tommaso Damasco, quando le donne del quartiere si recavano a comprare l’acqua, se quella della fontanina non bastava, riferendosi ad un signore che la vendeva tirandola dal pozzo di acqua sorgiva , nei pressi del “Macello”, allora periferia estrema del paese e in aperta campagna. “Andiamo all’acqua” dicevano mentre prendevano “l’ uarril” (barili) che, riempiti, al ritorno reggevano sulla testa protetta da un panno arrotolato.
A mia madre che ha amato il prossimo, le vicine di casa e amiche della fontanina e a quanti hanno superato le difficoltà dei tempi di vita con pazienza per apprezzare poi i mutamenti seguiti , è dedicato quanto segue:
ALLA MADRE
Un capo chino sotto l’acqua di un rubinetto,
una chioma canuta e non più folta
che si lascia, abbandonata,
pervadere da freschi rivoli
mentre triste considera l’età avanzata.
Ricorda la gioventù e la bellezza
quando in casa sua nemmeno c’era l’acqua.
Dai pozzi circostanti e a pagamento
la prelevava insieme alla sua mamma,
ormai sola a gestire la famiglia,
dopo la prematura morte del marito.
La caricavano in testa in barili,
protetti solo da un morbido pannetto.
E a casa con fatica si arrivava,
travasando in fresche e naturali giare,
quella da bere e quella per lavare.
A non sprecarla si stava molto attenti;
costava soldi e poi tanto sfinimento.
Il nonno da “u cucm” la beveva,
e l’acqua, sgorgando dal suo stretto collo,
faceva un rumore tanto strano.
Era una festa per l’acqua liberata
che scendeva a rinfrescar gole assetate.
Anche i bambini volevano provare
a bere da “l’cucm” dei nonni.
A volte, si riusciva in fretta come loro ad ingoiare,
e ciò faceva gioia tutt’intorno.
A volte ti bagnava il petto
e tanto dava coscienza della dimensione umana.
Bisognava divenire grandi
per compiere quel rituale gesto
e capire che l’acqua è un bene da preservare.
Madre, il tuo collo, ormai esile ed affaticato,
non più è capace di tale sforzo.
Ora che l’acqua in casa facile scorre,
ora che essa è a portata della tua mano,
la lasci scorrere tra i tuoi capelli bianchi e fini,
guidata da una mano
che leggera cura e allevia il carico
che un giorno ti pesava da bambina.
L’acqua fresca in un giorno di calda astate,
un capo curvo in osservante e fiducioso abbandono,
ricordi di una vita che come l’acqua scorre
e come l’acqua a valle porta del suo passaggio
tracce della sua ricca e faticosa esperienza.
