La buona lettura non stanca mai. Anzi presenta sempre qualche spunto nuovo e invita o più propriamente, induce alla riflessione e al ripensamento, al recupero di lontananze perdute, o nascoste nei meandri della mente, a ritorni a primigenie certezze, quasi rifugi confortevoli e ad appagamenti, veri e propri ‘porti di quiete’, generando un’atmosfera di morbidezza e di magia che che lenisce piaghe e ferite. E’ quanto accade con la scrittura piana, solida, pensata, a tratti neniata, del volume ‘A pie’ del Carmine’ dello scrittore aviglianese Tommaso Claps, eccelso magistrato “che fece la scelta di vivere in questa nostra terra di Basilicata, esaltandone i costumi, le tradizioni, gli usi, la storia” come scrive Gennaro Claps. Si tratta di racconti o più precisamente di ‘bozzetti e novelle basilicatesi’ scritti con garbo e delicatezza, con equilibrio e presa di distanza da certe situazioni, nella evidente predilezione per gli ”umili’, di stampo verghiano, nel racconto del mondo contadino, dei valori e dei disvalori, delle abitudini, delle tradizioni, dei sentimenti forti e genuini, delle passioni accese, della semplicità degli atteggiamenti, della solidarietà, dei tanti insegnamenti, affidati all’esempio più che alle parole, della ordinaria e genuina religiosità. Sono storie belle e accattivanti, da leggere nelle sere invernali dinanzi ad un scoppiettante fuoco con tanto di faville panzacchiane:
o monachine scintillanti e belle
che il camino nero inghiotte
volate forse a riveder le stelle?
Buona notte, faville, buona notte
e ancora, con voce più piana e addolcita e con una punta di malinconia serena:
Mandano i tizzi un vago scippiettio
mentre che voi partite;
forse è una voce di gentil desio,
che vi prega a restar, ma voi salite.
E sono ancora storie da ascoltare d’estate, nelle notti di luna piena accompagnate magari, a tratti, dai ‘canti delle aie’, con gli amori appassionati dei giovani, con quelli anche un po’ sconclusionati o, come dichiara l’autore senza né capo né coda che cantavano i fanciulli o anche talvolta gli uomini che uscivano fuori dalle cantine con gli orciuoli in mano, da cui gocciolava il vino, ed in cerchio, avvolti e stretti sotto ampie pellegrine.
E al lettore pare quasi di udire le strofette:
Luna, luna nova
nun t’aggio visto ancora;
mo’ che t’aggio visto,
salutami Gesù Cristo.
E pare di compiere un impressionante salto nel tempo con richiamo ad un mondo che non è più, con tanto di usi e tradizioni, con valori e pseudo valori, con fierezze dignitose e miserie enormi, con amore per le terra da lavorare con fatiche e stenti, con sentimenti profondi e sinceri ma anche con tradimenti, violenze, prepotenze, miti e credenze genuine eppure assurde ed inconcepibili. La scelta dello scrittore è chiara: raccontare non tanto il paese, fiero ed orgoglioso, quanto piuttosto le periferie intorno, pullulanti di vita e disposte, quasi a raggiera, intorno al monte Carmine, tutte uguali sulla linea della miseria, della fatica dall’alba al tramonto, del bisogno di sopravvivere e tutte legate dalla speranza, dura a morire e apportatrice di sogni ad occhi aperti, ma soprattutto desiderose di essere protette dalla bella Vergine del monte, da visitare obbligatoriamente almeno una volta all’anno, disponendosi a corona intorno alla cima del monte per gruppi di famiglie. Non solo le storie assai spesso sono collocate nelle varie frazioni, per le quali l’autore mostra tenerezza, simpatia e conoscenza e le tira in causa con attenzione, quasi a non voler far torto ad alcuna.
Si tratta di frazioni, anche minuscole, che all’occorrenza sanno fare comunità e autentica solidarietà. Del resto ogni volta che un fatto grave incombe e minaccia, le persone si muovono all’unisono in una sorta di concordia tacita e decisa che unisce e impiacevolisce ma non sorprende. E lo si può vedere nella storia “L’anno della Malannata” che si apre con una dichiarazione breve, diretta, concisa, quasi lapidaria, fortemente suggestiva e capace di suscitare, nella immediatezza dell’impatto, emozioni forti e sensazioni diversificate: Correva un spavento pel paese, come se fosse arrivata la fine del mondo. E il tono chiaramente predittivo genera nel lettore inquietudine ed ansia, sensazione di rischio incombente e ingenera paura indefinibile acuita anche da quel che segue: …venne giugno e luglio e, giù acqua ed acqua, che sembrava si fossero aperte le cateratte del cielo e il Signore si fosse scordato dei suoi figli.
Il tono del racconto risulta inequivocabile, fortemente evocativo nel suo annunciare possibili catastrofi per una popolazione abituata e rassegnata al peggio e tuttavia pronta ad azioni, in qualche modo riparatorie di sempre possibili errori commessi e propiziatorie, scaramantiche, capaci di rabbonire, sconfinando nella sacralità. Di qui la decisione di prendere tutti i santi dalle Confraternite e dalle Cappelle per portarli in processione con canti e preghiere ed attendere da loro la grazia. Ed ecco il ricordo della partecipazione unanime di tutte le frazioni: Ogni mattina, poi, da San Cataldo delle Caldane, da’Frusci, da Sant’Angelo, dal Castello di Lagopesole, da Filiani, dalla Scalera, da Sant’Ilario, dallo Sterpeto… una lunga processione di donne, contadini, fanciulle scalze fino a’ garretti, co’ capelli scarmigliati e coronate di spine…
Scrittore dalle descrizioni puntuali e precise, con qualche indulgenza ma senza abuso, nel rimando ai classici, come accade nel saluto del ‘povero zio Matteo’, giardiniere dei Vaccaro, che è costretto a lasciare per sempre la sua ‘terra’, nell’accorato racconto che va sotto il titolo di ‘Romanticismo’ che suona vagamente manzoniano nel richiamo all’ “addio di Lucia”: …Addio casa Padronale abbandonata, dove nacquero Don Michele e Don Girolamo, i vecchi gloriosi e dove ttante volte si era sentito commuovere di entusiasmo a discorsi infiamati del santo amore d’Italia! Addio piccola cappella, dove tante vilte aveva visto piangere pregando Donna Elisabetta, L’ultima superstite signora di quella nobiile famiglia di eroi! Addio verde e fiorito giardino, dileguantesi a poco a poco nella vallata! Addio cimitero, dove sperava di acquietare l’anima stanca! Addio cara terra adagiata superba su’ due poggi digradanti! E, seduto su sacchi di grano di cui era carico il traino, voltando le spalle a’ cavalli, il povero zio Matteo si lasciava trascinar lontano per sempre dal suo bel paese montanaro e piangeva come un bambino, nascondendo la faccia nelle scarne mani tremanti!
Segno dei tempi che cambiano e che non mostrano pietà per un uomo non più giovane con le sue tre ventine, dece e cinque, ossia con i suoi settantacinque anni sebbene non li mostrasse alto e snello nella persona, un po’ curvo… si manteneva ancora vegeto e rubizzo. Lo scrittore mostra per lui simpatia dichiarata e si compiace di descriverlo: Vestiva strettamente all’antico: portava ancora il cappello a cocuzzolo tutto adorno di nastri; ipiccoli cerchietti d’oro alle orecchie; il collare ampio di su il bavaro del corto e stretto guarnello o giacca; i bracolni larghi alla spagnola ed il lungo corpetto tutto rilucente d’una doppia filiera di bottoni di cristallo variopinto.
Sapeva anche leggiucchiare un po’, cosa dell’altro mondo a quei tempi … Perciò, i contadini del vicinato, dietro le rocche,… lo chiamavano zio Matteo lo scrivano e lo ascoltavano incantati quando egli parlava con ardone contro la titannia de’ Borboni e inneggiava a favore de’ Francesi liberatori.
