Mario Santoro
Si suole dire che un libro buono si legge volentieri e magari più volte e, mai come in questo caso, il detto risponde a verità, nella consapevolezza che ogni rilettura consente non solo il riassaporamento dei contenuti ma anche un ulteriore viaggio nel passato e la conquista di taluni aspetti sfuggiti o trascurati. Il prezioso volume “Prosimetro” dello scrittore Giuseppe Biscione, appagante sin dalla prima pagina, per la chiarezza della esposizione, per la straordinaria capacità arrgomentativa e le rifllessioni misurate e sagge, per il richiamo continuo alla nobiltà di autori del vicino e lontano passato, testimonia, ove ce ne fosse bisogno, profondità di cultura e capacità particolari di ricerca intelligente e allargata, applicazione corretta e controllata di una linea metodologico-didattica rigorosa di tipo interdisciplinare, senza mai il senso della forzatura e della prevaricazione di un aspetto sull’altro, in ossequio al significato più proprio della cultura che resta sempre processo globale e non si connota, o almeno non si dovrebbe, come freddo e distaccato apprendimento particolare e isolato dal contesto più generale. Già solo per queste caratteristiche il volume merita una lettura particolarmente attenta e si presta bene ad essere adottato nelle scuole dove ancora la specificità dei contenuti disciplinari sembra prevalere a detrimento non solo di obiettivi da conquistare e di finalità da raggiungere ma anche della visione d’insieme e l’insegnamento, purtroppo, resta fortemente parcellizzato. Va sottolineata anche la felice coniugazione tra lingua italiana e dialetto-lingua cancellarese, nella doppia combinazione prosa-poesia e nella molteplicità dei rimandi: vicino-lontano, popolare-colto, soggettivo-oggettivo, privato-pubblico; cosa non sempre semplice che l’autore realizza con apparente facilità che però non deve trarre in inganno il lettore, almeno quello più accorto. E se, a prima vista, l’intelligente e innovativo connubio tra le due lingue incuriosisce e alimenta finanche qualche legittima perplessità, subito dopo conquista totalmente chi legge e condivide il nesso, ne apprezza l’accostamento anche per la morbida naturalezza del passaggio dalla poesia, di tipo amabilmente coversativo, che introduce ogni percorso, alla prosa conseguente, sempre ben documentata. Va da sè che la lingua dialettale risulta molto cara all’autore che la può plasmare a piacimento e con padronanza ricorrendo a forme e modalità poetiche diverse e mantenendo la rima che assicura una certa musicalità, nel tono volutamente semplice e confidenziale, rifuggendo intenzionalmente da ogni forma di esagerazione. In tal modo la lettura delle poesie resta morbida e tranquilla perché il poeta, che è sempre attento, anche ai dettagli apparentemente insignificanti, rifiuta le forme rumorose, incalzanti, vorticose ed evita, opportunamente, scosse, fragori e tumulti preferendo un raccontare quasi fiabesco e sempre ragionato che, ovviamente, non impedisce il susseguirsi di sensazioni, impressioni, emozioni. A guardare bene l’utilizzo della lingua dialettale mi pare avvenga sempre in maniera corretta: alla giusta assenza di moduli stravaganti o esagerati, come sovente accade in alcuni poeti, al rifiuto della rima forzata o peggio del rumore per il rumore, dei toni che stridono, c’è, in ogni composizione, un parlare modulato e accattivante, serioso, adatto a una storia da narrare sul modello antico e senza tempo, sempre lontano dal rischio di scadere nel puro e semplice folclore o nel facilismo di maniera. E questo nobilita oltre misura. Sovente è presente un tonalismo delicato e garbatamente gradevole anche quando talune parole risultano graffianti e quando, per pura casualità o forse anche per scelta voluta e consapevole, alcune vocali toniche presentano una scansione fortemente dinamica e creano una condizione di sinestesia allargata e tale da coinvolgere l’aspetto visivo, auditivo, tattile e capace di solleticare il gusto e l’olfatto in una sorta di visione armonica. I versi evidenziano carattere di freschezza e di spontaneità pur essendo pensati e rimuginati, magari a lungo, perché l’autore non lascia nulla al caso; appaiono concilianti e qualche volta si palesano sornioni nella ricerca di un profilo moderato che, tuttavia, non impedisce anzi esalta le sensazioni implicite nella narrazione, sicché il contenuto sembra particolarmente adatto a tutti, ma proprio tutti i lettori. E così, docilmente, si passa alla prosa, che appare nell’immediatezza dell’impatto, più impegnativa ed è scritta in maniera gradevole e avvincente e rigorosamente in lingua italiana. Chi legge si sorprende piacevolissimamente ad ogni pagina; si lascia condurre per mano, attratto dalla bontà del periodare amabile nella sua ricchezza argomentativa, nella puntualità dei rimandi, nella organicità dei rilievi, nella rigorosità dei ragionamenti, nella fluenza dello stile. Il lettore sente sovente il bisogno di fermarsi a riflettere, di rileggere, non per incapacità di comprensione immediata ma per il gusto della rivisitazione di taluni concetti, per il piacere di meditare, di andare “oltre”con la mente proprio come la buona scrittura richiede. Per questo -magari con l’indice, non certo don abbondiano, tra le pagine- la mente stabilisce nuovi nessi, percorre strade inesplorate, immagina situazioni diverse e, altrettanto spesso, è vogliosa di ritornare a gustare, passaggi particolarmente efficaci, deduzioni garbate, inferenze multiple, collegamenti logici, suggeriti con decisa modestia e sul filo dell’umiltà. Il libro piace, va senza dire. Non sembra voler imporre niente al lettore a cui lascia tutta la libertà, finanche di dissentire. Non a caso l’autore non cede mai alla tentazione autolesionistica di operare forzature nei suoi ragionamenti che restano generalmente aperti e non impone il suo punto di vista che esprime, tuttavia, in piena libertà e con estrema chiarezza. Non a caso si legge nella prefazione: Chi scrive non vuole elargire insegnamenti, né essere latore di verità assolute; al contrario propone una messe di soluzioni, inducendo il lettore a scelte ragionate e del tutto personali. Nei dieci percorsi trattati ci sono sentimenti variegati, emozioni, stati d’animo, modalità di atteggiamento, situazioni estremamente varie eppure comuni e diffuse, riferimenti semplici alle ‘piccole cose’. L’autore mostra di essere sempre a suo agio, sia quando scrive in lingua madre, sempre presente nel cuore e nella mente, quasi imprinting da cui non si può prescindere, sia nel ricorso alla lingua di tutti. I temi sono svariati: oggetti di uso comune un tempo ed ora quasi messi da parte un po’ come le ‘buone cose di pessimo gusto’ di stampo gozzaniano; animali capaci di rappresentare vizi e virtù degli uomini, come nelle favole che testimoniano sempre un dato di realtà ; sentimenti anche contrastanti che hanno albergo nell’anima umana. Nel primo percorso “La mòlla, la palètta, u iatatòure” protagonisti sono proprio questi oggetti quasi del tutto in disuso. Nel secondo, “L’urtùlane spirte” l’autore pone al centro delle sue riflessione il fenomeno della allelopatia presente diffusamente nel regno vegetale che, come spiega con chiarezza è determinata dalla produzione a livello radicale di sostanze che risultano velenose per piante della stessa o di altre specie, impedendo la germinazione dei semi e intossicando le radici di altri esemplari nella zona limitrofa. Il terzo percorso ha per titolo “La moùss sta”, Al centro dell’attenzione è ancora la natura con riferimento ai fiori e soprattutto alla tanto decantata rosa, sinonimo di vanità e di bellezza che ‘si fugge tuttavia’, sovente accompagnata dalla frivolezza e dalla precarietà. Non a caso lascia dietro di sè un senso di vuoto, di inutile, di vano, di effimero. Nel quarto percorso attori sono gli animali come “U recegnùle e la pèica“, ossia l’usignolo e la gazza, (inevitabile il rimando mitologico) con il loro canto, diametralmente opposto: melodioso il primo, con il suo amonioso gorgheggio; sgraziato e gracchiante la seconda, nello stridulo e fastidioso suono. Nel quinto percorso dal titolo “U cane e la prita” si racconta della rezione, rabbiosa e irrazionale, della bestia, sempre fedele all’uomo, colpita improvvisamente e senza motivo alcuno da una pietra lanciata da qualcuno. Ciò consente all’autore di soffermarsi a parlare dell’ira, sentimento terribile e difuso, tanto nelle persone comuni quanto negli uomini cosiddetti di cultura. Così l’autore riprende “l’ira funesta del pelide Achille, ma anche quella dell’ Orlando Furioso, dinanzi alla certezza che la sua adorata Angelica è andata via con Medoro, oscuro soldato saraceno; si tratta di ira in crescendo che diventa furia devastatrice perché, come scrive Ariosto, Orlando “rimase offuscato in ogni senso”, E c’è ancora l’ira che caratterizza il personaggio di Filippo Argenti, in vita nemico acerrimo di Dante che, forse anche per questo, come sottolinea con acume Giuseppe Biscione, non mantiene la calma ed è particolarmente duro con l’anima dannata. E c’è l’ira del grande Ulisse in svariate situazioni e soprattutto nello scontro impari con Polifemo e, più ancora, nella vendetta-giustizia contro i Proci. L’autore va oltre ricordando alcune tragedie di Seneca e, in tempi più vicini a noi il personaggio creato da Dumas ossia Edmont Dantes e cioè il Conte di Montecristo. Lo stesso procedimento vale per gli altri percorsi, che comunque tralasciamo non senza ricordare quello dal titolo “U trope stroppia” che tende a dimostrare come sovente si assiste alla negazione e al rifiuto del ‘giusto mezzo’ e contemporaneamente alla presenza del desiderio smodato di superare gli altri o meglio di provare invidia profonda per gli stessi. E così l’invidia resta sempre causa prima di rovine e lutti come spiega l’autore con esemplificazioni efficaci tratte da Cicerone, Dante, Verga e altri. E viene normale scusarsi, se non si fa riferimento a “U manuàle e u barrèsta“, “U gelsumèine e la vépèra“, “La calabbàsscia” e a “La peccènènna e la pòupa“, solo per evitare di incorrere nella ripetitività e tuttavia piace tornare all’inizio riprendendo il primo percorso “La mòlla, la palètta e ou iatatòur” che sono gli elementi tipici del caminetto, quasi del tutto in disuso al punto da far dire al bambino, che non ne conosce la funzione: pe mime le scettasse re secòure /o le scèss’a scumbunnà ‘ndu sulàre. E l’autore nella sua evidente indulgente benevolenza, comprende e spiega con delicatezza l’importanza ‘di quei brutti ferri neri’ e conseguentemente centra l’attenzione sulla straordinaria utilità del fuoco, richiama alla mente il rito delle anfidromie nell’antica Grecia, con riferimento opportuno al ‘primo focolare’ e alla sacralità della nuova abitazione e poi il culto di Vesta nella città eterna e ricorda autori immortali, citando e commentando saggiamente Ovidio, Orazio, Virgilio, Plinio il Vecchio, Giovanni Verga fino a Giuseppe Ungaretti e alle ‘quattro / capriole / di fumo / del focolare’. E qui vanno sottolineati il rigore, la correttezza, la puntualità e la precisione delle espressioni che lo studioso riporta senza mai strafare, anche per una forma di riguardo al lettore che, a sua volta, può, sempre approfondire. In chiusura torna a quel bambino che mal sopporta la presenza della paletta, delle molle e del soffietto ad un canto del focolare e lo fa con evidente intento, in chiave didattica, di operare una forma morbida di ridondanza, sempre mantenendo uno stile sobrio e misurato; insomma l’autore sente la necessità di maggiore affidabilità e perciò nella iterazione del concetto introduce nuove aggiunte e chiarimenti, utili o addirittura indispensabili, per la comprensione piena. Per questo, e ad arte, richiama alla mente la mamma che utilizza i ‘brutti arnesi’ per ravvivare la fiamma del camino e legge al figlio la favola di Fedro “Il cervo alla fonte” con le bestia che, inseguita dai cani, viene bloccata nel bosco dalle lunghe corna di cui andava fiero. Prima di morire le parole del cervo sono amare e cariche di senso di colpa e di pentimento: “Oh, me infelice! Perché solo ora comprendo quanto siano state utili le cose che avevo poco prima disprezzato e quanto danno invece mi abbiano recato quelle che avevo lodato” La conclusione della storia, quasi una sorta di morale, è il chiaro invito alla riflessione, al ripensamento, alla prudenza, prima di esprimere giudizi sugli altri e magari a guardare ai nostri vizi anche se ‘a tergo nostra sunt’ per ricordare Lucio Anneo Seneca e a non fissarci sempre a guardare nella bisaccia con i vizi altrui che Giove impose davanti secondo la nota favola di Fedro. Ma c’è anche un altro invito come esplicita l’autore: ‘nelle situazioni di bisogno e di difficoltà, spesso l’aiuto arriva inapettato da chi non abbiamo mai considerato importante nella nostra vita’.
E il percorso, nella evidente circolarità, si chiude a doppia mandata con la rilettura dell’esergo che merita di essere riportato:
Tutti onorar tu devi,
che il merito più schietto
non di rado si nasconde
sotto il più rozzo aspetto.
Già, sotto il più rozzo aspetto.
Note dell’autore
Giuseppe Biscione (1949), ha insegnato Materie letterarie nella Scuola Media, Italiano e
Latino nel Liceo Scientifico “Pier Paolo Pasolini” di Potenza.
Legato da profondo affetto a Cancellara, paese dei suoi genitori, ai Cancellaresi e al loro
dialetto, è autore delle seguenti opere:
– Parole… per non dimenticare, erreciedizioni, Anzi (Pz) 2012;
– Dalle stalle alle stelle, erreciedizioni, Anzi (Pz) 2013;
– Lucciole nella sera, erreciedizioni, Anzi (Pz) 2015;
– Proverbi, detti e sentenze: una Bibbia laica tramandata in dialetto, erreciedizioni,
Anzi (Pz) 2018
