MARIO SANTORO

 

 

Mario Santoro

 

Stiamo al titolo “Piccole faville” che indica, con palese modestia, una poesia senza grandi pretese, da prendere così comè, quasi le “Nugae nugellae” di petrarchiana memoria ma che sottende un dato di certezza, e l’implicito convinto invito al lettore di andare  ben oltre le parole.

Le faville indicano i minuti frammenti che si staccano dal fuoco con sprazzi improvvisi e scoppiettii e che sanno illuminare l’attimo e che, in questo  caso, vogliono risultare più duraturi  delle “monachine, scintillanti e belle”, del poeta Panzacchi, e sono più vicine, per sottese allegorie, alla favilla  del grillo trilussiano che perde la zampina ma non rinuncia alla libertà. 

Si tratta di frammenti, dunque, resi volutamente quasi insignificanti dall’aggettivo “piccole” che, opportunamente scelto dall’autore, accompagna le faville e quasi fintamente le depriva di valore.

Ma si tratta di effetto finzione, fortemente e chiaramente dissimulando, ben riuscito che genera esattamente significato  contrario come confermano le poesie di tutta la nuova raccolta di Giovanni Di Lena che, lungi da rimandi ad aulicità classicheggiante, da rime facili o faticosamente costruite, da artifici stilistici e metrici e da giuochi di incastro delle parole, si collocano su una linea di continuità in perenne evoluzione perché il linguaggio risulta come alleggerito nel tono e raffinato nella scelta terminologica e le parole, scelte sempre con molta cura e attenzione, mantengono il carattere e la freschezza della spontaneità  e catturano, senza imprigionarlo, il lettore lasciandogli  la libertà di interpetrarle, di cogliere inferenze, connotazioni e messaggi sottesi e di far propri sentimenti e sensazioni.

Alla base resta sempre, per dirla con Antonio Rondinelli, “il bisogno”, a tratti quasi urgente, “di non tacere, di manifestare, senza urlare, ma con fermezza, quello che egli non accetta della società, di alcuni uomini e personaggi e della gente in genere, del mondo e del sistema che essi imppongono e governano”.

Che poi, la sua rischia di essere, ancora una volta una vox clamantis in deserto è da mettere in conto, ma siamo anche certi che sempre e in ogni caso qualche effetto sortirà.

Nei versi si respira aria pulita e soffiata da un’anima che sa controllare le pene, le sofferenze, le schizomorfie di un contesto sociale che appare invischiato nella ordinaria quotidianità e si perde dietro il futile, puntando all’arrivismo più sfrenato e al personalismo.

 Intorno a noi l’effimero

e nessuna luce all’orizzonte.

 

Giovani pionieri fremono,

ma gongolano nell’ordinario.

 E pare quasi che intorno non vi sia davvero la luce, né qualche forma di chiarore minimo che pure forse basterebbe all’autore  delle piccole faville, il quale denuncia, senza livore e con estrema chiarezza, la dilagante corruzione e l’immobilismo delle classi che comandano:

 Il gattopardismo impera

e tutto si muove in sordina.

E l’elenco delle cose che non vanno potrebbe essere estremamente lungo anche se l’autore evidenzia l’intenzione di affidare al lettore il  compito di inanellare le incongruenze, avuto  che ha l’input.

Egli dichiara, con estremo candore, che non potrebbe mai cedere alle lusinghe allettanti di un sistema teso esclusivamente al profitto individuale a danno di tanti e piuttosto preferisce partecipare al pianto del pastore nel

 sapere una pecora avvelenata  

ed essere sordo al richiamo della cameriera con l’invito suadente:

 devi abituarti ai nuovi miscugli.

 Tornano sempre i temi cari al poeta, dalla miseria del Sud alla prepotenza diffusa delle lobby, allo sfruttamento della classe operaia attraverso forme sempre più sofisticate, spregiudicate, intollerabili e prevale quasi una sorta di impossibilità a cambiare le cose e una inevitabile resa: 

Sono anni che digiuniamo

e, per campare,

accettiamo elemosine marginali.

 In questa ottica sembra che il tempo sia rimasto fermo e che tutto debba consegnanrsi all’immobilismo se le 

lobby sfrontate

 hanno stracciato le carte:

non vogliono più le maestranze”

 

ne scaturisce una sorta di sconsolata rassegnazione: 

operai non illudiamoci

il mondo noon cambierà.

 

Di  conseguenza 

solo i tiranni  avanzeranno

forti, come sempre,

dell’avallo popolare. 

Senza acredine e senza strepiti, il poeta è costretto a verificare la mancanza di lavoro dignitoso e la presenza esclusiva dei reflui che soli fanno festa  e si impongono con il nauseabondo odore di uova marce laddove qualche fabbrica  è ancora in produzione a vantaggio esclusivo dei prepotenti.

Tuttavia se la condizione reale è quella che è, l’autore non può e non vuole cedere le armi e allora ripropone il velo delicato e sottile della speranza nel suo orizzonte di attese ed è pronto quasi a tentare di scavalcarlo.

E lo aiuta in questo il richiamo a situazioni occasionali.

Ora è il Natale moderno con il bagliore e lo scintillio delle luci, gli alberi addobbati, le atmosfere artefatte, le vie del centro affollate e la vana ricerca dei bambini, assenti; ora sono altre situazioni che non celano del tutto l’ipocrisia e la ricerca dell’apparenza.

Almeno così sembra dal momento che

disinvolte meretrici

diventano pie donne

e ladri dichiarati

servono Messa.

 Per far fronte a tutto  questo il poeta si rifugia nelle intime faville con rimandi personalizzati che vengono dichiarati apertamente senza bisogno di protezioni:

Ho il cuore rotto e la barba bianca.

La dichiarazione annuncia anche un atto d’amore:

mi scopro di te nuovamente innamorato

e altro non chiedo.

Dunque sembrerebbe di trovarsi dinanzi ad un uomo, se non appagato, certamente capace  di cogliere gli aspetti più belli e misteriosi dell’esistenza.

Di qui la necessità  e la volontà di correggere il libro della mia vita e soprattutto di liberarsi totalmente dai tabù per approdare ad una  dimensione più vera e soprattutto più umana magari soffermandosi ad osservare, sia pure solo con la mente, l’immagine, quasi un lampo improvviso dei genitori:

avvolta nella sottana nera

mia madre roteava gioiosa

e mio padre sguazzava felice.

 Al sogno, sia pure breve, e all’illusione certamente momentanea, segue -ed è sempre così- la conseguente delusione a contatto con la cruda realtà e allora il poeta sente quasi di dover gridare la certezza della rinuncia alla speranza:

Non crederò più

all’incanto della primavera,

né la sua ciclica tiritera

potrà illudere ancora

l’anima mia.

E, quasi a confermare tale proposito,  seguono parole oltremodo amare  e dure:

Nonostante il sole di marzo,

qualcosa rabbuia il nostro Sud.

 E non si tratta solo della pandemia, che riguarda tutti, né di stanchezza momentanea che sembra cedere il posto alla noia ma di una sorta di malessere più radicato e profondo che può essere lenito appena dalla buona lettura, quasi estrema àncora di salvezza anche se

un’alba errabonda

governa la mia vita.

 Dunque si tratta di un abbandono  pressoché totale, di rifiuto, di cedimento, di schianto.

Sembrerebbe di sì ma forse non è propriamente così perchè, se si guarda bene, c’è sempre  un ritornante perdersi…e poi ritrovarsi, un incantamento o rapimento della luna, una sorta di attrazione compiacente e silenziosa, e il formarsi di una decisione che non compare all’improvviso ma scaturisce e si forma  dopo un lungo e tormentoso rimuginamento ed è la conseguenza della continua  scoperta e riscoperta del valore della parola e, per estensione, della poesia.

E allora l’autore può dire con rinnovata certezza: 

...trafiggerò il tuo cuore

e con la forza delle mie parole

ti raggiungerò nell’anima

per scoprirti essenza d’amore,

per saperti compagna di vita.

 E, decisamente, non è poco! Tanto più che subito dopo il poeta dirà, e immaginiamo con convinzione:

Ascolterò il  cuore

e non chiederò alla ragione…

 e ancora

Tu mi conosci

e sai che è l’Amicizia

la mia stella d’oriente.

 Se le cose stanno così, allora può giocare apertamente la sua partita:

A carte scoperte

 

e può può finanche rientrare in casa, ora assente la madre, nella convinzione piena che

Nulla s’è rotto!

In ogni angolo

ci sono frammenti di te...

 Già frammenti, come faville, piccole e magari intime, ma tali da consentirgli un senso vero di quiete che gli permette di lasciarsi andare ad una sorta di deliquio e di abbandonarsi alla fantasia  nel coinvolgimento pieno e totale dell’anima:  

Voglio starmene quieto

in un angolo remoto

a fantasticare.

 Che è come per Ungaretti, restare “con le quattro capriole di fumo del focolare”.

Si chiude  il percorso poetico di Giovanni Di Lena, da riprendere più volte e da seguire passo dopo passo leggendo le poesie con calma, quasi sillabando le parole, per concedersi ad ogni  testo la riflessione in attesa di una nuova tappa perché la poesia è sempre un itinerario senza fine.

……………

Autore: Di Lena Giovanni
Titolo: Piccole faville
Editore: Villani Libri
Anno: 2022