Mario Santoro
Di primo acchito, il titolo potrebbe far pensare a un desiderio non realizzato, a “ciò che potevo essere e non sono” come scrive Gozzano e anche un poco “alle rose che non colsi”, con tanto di rimpianto e magari qualche linea di pentimento o anche semplicemente con dispiacere e disappunto per le cose del passato che lasciano sempre una scia di nostalgia e di amaro.
Va detto, tuttavia che la lettura apre anche alla possibilità di altre indicazioni ossia alla tenerezza, al sogno, all’illusione, al desiderio e all’aspirazione di essere luce con tutto quello che ne consegue. E l’imperfetto lascia intatto lo spazio al dubbio: infatti nel titolo non cogliamo nè il fallimento, né la riuscita del desiderio. Insomma il titolo “Volevo essere luce” non esclude che il poeta sia riuscito ad esserlo, almeno in parte.
E viene facile accostarsi a questa seconda ipotesi perché leggere la poesia di Mori, con l’obbligo delle rilettura per il godimento assicurato, è andare sul sicuro, quasi ritrovarsi in un porto di quiete, lontani dunque dalle tempeste; questo perché la poesia, che non ricorre mai alla tentazione autolesionistica del facile gioco di incastro della parole, dell’effetto da ottenere ad ogni costo, del tecnicismo vuoto e sterile, sa scavalcare l’orizzonte delle attese e propone sempre un ‘oltre’ e magari un ‘altrove’.
Il poeta, che non è, in nessuna circostanza, il palazzeschiano “saltimbanco dell’anima mia”, in perfetta corrispondenza con la poesia, evidenzia riservatezza, garbo, quasi un velo di imbarazzo (pudore che ci sequestra i gesti) pur nella consapevolezza piena dei suoi mezzi e preferisce la zona dell’ombra più che il tripudio della luce.
Quasi in punta di piedi, fa sempre fatica a rompere i veli del pudore per consegnarsi, seminudo, ai suoi lettori ed è anima nobile e problematica, quasi poeta del sottoscala sinisgalliano, eppure, al tempo stesso deciso e tenace.
Segue un percorso chiaro, nella evidente evoluzione tematico-stilistica e si mostra maturo, padrone della versificazione che sa farsi dialogo privilegiato, come è stato sottolineato da più parti, comunicazione diretta ed immediata, puntuale e precisa, tenuta sempre sotto controllo, anche quando l’autore, volutamente si lascia andare prima di rientrare nei ranghi.
Non a caso ricorre sovente al ‘tu’ che risulta solo in apparenza impersonale, connotandosi come francamente dialogativo ed interattivo, sia quando si rivela diretto, sia quando risulta indiretto. E se il ‘tu’ sottende sempre l”io’ che parla, altrove è il ‘noi’ che domina convintamente.
E così la scrittura poetica sostiene adeguatamente le tematiche contenutistiche tanto che la configurazione ordinaria della parola è sempre fatta salva così come i coordinamenti sintattici e non si assiste alla dissolvenza del linguaggio che mantiene densità e corposità pur seminando inferenzialità multiple attraverso sottigliezze, rimandi, allusioni ed intrecci che si mescolano continuamente, senza tuttavia cofondersi e sottendono, come poesia vuole. sempre altro e altro ancora coi mille invisibili fili che non solo sembrano non avere mai fine, ma disconoscono quasi l’origine.
Si crea ovunque una densità di emozioni, di sensazioni, di impressioni pronte ad esplodere, secondo l’indicazione Joiciana, e tuttavia trattenute dal poeta, dominato dalla linea di riserbo e sovente attratto dalla implosione di marca beckettiana, con tanto di ripiegamento su se stesso e da una sorta di chiusura come in un tunnel scarsamente illuminato.
Ma il poeta ha le spalle larghe e ritrova rapidamente la luce e finanche taluni bagliori.
E così torna a dominare un senso di pienezza e quasi di tendenza all’appagamento, una consapevolezza matura che tende all’accettazione dell’esistenza inesplicabile, dei fatti e delle situazioni, della casualità, del tempo inesorabile nel suo scorrere indifferente, della fragilità tutta umana, ma anche dei momenti di consolazione, delle illusioni, dei rapporti e delle interrelazioni, dei diritti e dei doveri, dei sentimenti con la molteplicità delle sfumature e finanche di alcuni interrogativi destinati a rimenere senza risposta.
E tutte queste suggestioni si intrecciano continuamente, si avvolgono, aggrumano quasi, si perdono e si ritrovano, talora ammassandosi, altre volte sciogliendosi senza disperdersi; a tratti il cosiddetto vortice, che il poeta stesso, per scelta consapevole ma non dichiarata, crea e entro il quale sembra come vivere uno stato di ebbrezza, muovendosi a tentoni nel labirinto senza il filo d’Arianna, domina coi suoi mille gorghi in un discreto gioco di finzione che tuttavia resta sempre equilibrato.
Le parole sono scelte con cura in una sorta di apparente ordinarietà, che non deve trarre in inganno perché non è facie da ottenere, risultano ammorbidite, plasmate, addolcite nel tono, sempre gradevole, e denunciano, pur in presenza di una punta di amaro e a tratti di disorientamento dell’animo e come di sgomento indefinito, stati d’animo, momenti particolari, cedimenti evidenti quasi di abbandono; sempre, tuttavia suonano e rimandano ad una musicalità ritmica contenuta, armoniosa, gradevole, che non accarezza solo l’orecchio, ma fa bene al cuore e coinvolge il lettore che, sin dal primo verso, si lascia conquistare.
E non è poco!
Dunque la poesia di Mori scivola, si fa cristallina come acqua pura di sorgente, nel suo scorrere e aprirsi a rivoli.
Non mancano, senza forzatura, figure retoriche che impreziosiscono e alleggeriscono nella pluralità dei riferimenti e allo stesso tempo la struttura dei versi, non evidenzia possibilità di frantumazioni, tagli netti e rasoiate, troncature secche e anche per questa scelta matura; il flusso sonoro non è mai scorciato, pur nella diversità dei temi, tenuti uniti da un filo conduttore che è guida sicura anche quando il linguaggio tende, senza abbandoni o cedimenti, al neniato, che si connota come tentatore e intrigante.
Il poeta non si concede pause, allarga la sua visione e spazia soprattutto nel lontano passato che ritorna con ricordi affioranti quasi improvvisamente ed egli se ne serve per insaporire il presente, che è sempre tempo proiettato nel futuro, sempre più vicino, attimo fuggente che scivola via con la rapidità di un ‘amen’ e va a chiudersi nello scrigno della memoria.
Ma il passato, (vale un po’ per tutti ma soprattutto per Mori), si connota come positivo perché resta sempre tempo delle certezze, delle cose che sono accadute, nel bene e nel male, e che, se anche non sono più, costituiscono la base di riferimento, sedimentata nell’animo e fungono da spinta, da barriera, da protezione contro l’imprevedibile futuro che si respringe vieppiù e che preannuncia il capitombolo sempre più vicino.
Dunque il passato lontano ritorna con sovrabbondanza di ricordi e intreccia continuamente il presente col rimando, come per flash e per preziosi tasselli, volutamente minimi o ridotti aall”essenziale, a situazioni cariche di intense emozioni.
Vale per il letto antico
frusciante di granturco,
per le
ceste nei solai
cariche di sorprese e di
tesori dissepolti di conchiglie,
per il
ritratto di un tuo zio
pilota
e per tanto altro ancora.
Si tratta di piccole cose custodite come in uno scrigno che solo a tratti si apre un poco per richiudersi subito. Cose che non ci sono più e che possono, in qualche modo, compararsi con le “buone cose di pessimo gusto” di stampo gozzaniano.
La voglia di scoperte e di conquista, tipica della infanzia e della fanciullezza intrepida, con tanto di tumulto nel cuore a ombreggiare l’innocenza prima, sembra porsi in maniera contrastiva con il presente e con le rare parole da tentare di scrivere sulla pagina bianca ma anche con la constatazione apertamente dichiarata:
Non domandarmi nulla amica mia
oggi direi soltanto
che non ho frecce al mio arco.
Dunque le ritornanti memorie del passato non generano esasperata amarezza e addirittura, a tratti, fanno da tonico se al poeta può bastare oggi
il tocco tiepido di mani…
perché perduri e ristagni a lungo una fragranza
che può aprire spiragli sul futuro e se l’antico comò, che la madre apriva per rovistare prima di cedere alla tentazione di sfiorare
l’arma nascosta che portò soldato
il suo perduto amore,
ora può risplendere
della divina luce
che hanno gli oggetti riportati in vita
e se il poeta può ripetere spesso nella poesia con dedica “Alla piccola Adele” una lunga serie insistita di desideri, e può ipotizzare una prospettazione futura:
Vorrei che per miracolo scompaia
questa infinita strada
…
Vorrei che il tempo si fermasse
addormentato come in una fiaba,
e poi, via via tutti gli altri “Vorrei” con l’incanto di corse a precipizio, con nella chiusa il tenero, delicato augurio:
Dovunque sarò andato ti accompagni
la mia carezza infinita
e un bacio benedetto sulla fronte.
Pare, dunque, di essere dinanzi ad una linea elicoidale che tiene il passato, il presente, il futuro.
Lo vediamo anche altrove:
Ora è tempo di bilanci
ovviamente con la consapevolezza degli errori commessi:
conto talvolta quanti errori ho fatto
dico che sulla terra
del mio passaggio non resterà una traccia.
Eppure basta la presenza di Alessandra ad invertire la posizione del poeta e a fargli pensare che un qualche sentore possa restare del suo passaggio sulla terra nella direzione del “non omnis moriar” oraziano, grazie al filtro privilegiato della “corrispondenza d’amorosi sensi” che è dote esclusiva degli umani, di cui parla il poeta Foscolo.
Non a caso la chiusa della poesia risulta chiaramente positiva, consegnata com’è al futuro di certezza:
Certo consola la sicura fede
che attraverso i suoi occhi
anch’io vedrò nei secoli il futuro.
E non importa se altrove, qualche dubbio sembra serpeggiare.
Il passato, quindi, si connota come funzionale al presente, con il carico di sensazioni e di emozioni e con sempre una buona dose di commozione e un filo di rimpianto, senza pentimenti di sorta e, se anche punge un poco il cuore, non arreca dolore, almeno non quello sordo e ottuso.
E del resto a fare da tonico sono gli affetti familiari, le conoscenza care, e talune figure scolpite nel cuore come quella di Cherubina:
Avevi il viso di una Madonna in chiesa
mentre salivi al monte
quando portavi in casa di tuo padre
un altro figlio in dono.
Altrove è la figura del padre, che il poeta non ha potuto godere in vita, ad apparire, quasi d’improvviso e certamente inatteso, attraverso frammenti baluginanti e immagini sfumate nella penombra del vano di uuna porta:
Mi restano di te sfuocate tracce
frammentate di lampi e di ronzii
di te che appari immobile
nel varco di una porta…
E agli occhi del poeta è davvero un novello Lazzaro senza miracolo alcuno, pur nel godimento straziante e nell’urlo di sorpresa, trattenuto in gola.
E poi c’è la figura di Tonino che smette di lottare e cede alla resa finale sul bacio ultimo
chiesto in un bisbiglio.
Il poeta continua a cantare.
E lo fa richiamando figure come Rocco rievocando la sua storia straordinaria, contraddittoria, particolare, problematica:
Dio volle che il mio sputo senza senso
perso sul pavimento e calpestato
si nutrisse di polvere e vivesse...
o come quella triste di Teresa:
Forse un ricordo lieve tra i capelli
la sfiora nel gonfiarsi di una tenda
di vela bianca al vento
appesa ad un balcone…
o ancora come il rimando alla sorella, (più che sorella per l’autore):
Viene il tempo del dono e tu domandi
abbracci e baci per te
e versi chiari che non ti ho mai scritto
per quel pudore che ci sequestra i gesti
e quella croce…
o ancora come nel doppio rimando a quel nastro bianco e nel contrasto tra i sentimenti belli della fanciulla e le sensazioni del padre, per fortuna celate, e, finalmente, nell’appagamento pieno della chiusa:
Piena di grazia tu mi venisti incontro
e muovesti le lebbra come in sogno.
“Padre” dicesti “oggi ti porto un fiore”
e tra le nuvole oscure apparve il sole...
E forse l’ultimo verso potrebbe costituire la vera linea di sviluppo di tutta la poesia di Mori segnandone fortemente il significato che si corrobora anche altrove con la certezza dichiarata e consegnata al tempo presente:
So che sarai nelle città lontane
donna compagna e madre...
E così la lontananza, che sempre impaura, viene nullificata quasi dalla sicurezza del poeta che aggiunge:
ed io vivrò della tua voce
ad aspettare di portarti al mare
su una barca di sughero nel sole...
E mi pare abbia perfettamente ragione Franca Coppola che sottolinea anche il rimando del poeta alla tenerezza dei membri della famiglia, dagli ultimi nati, alle figlie e alla infaticabie moglie. E fa bene la presentatrice a riprendere talune indicazioni estremamente significative come quella rivolta a Manuela che
illumina di canti la sua sera,
e a Francesca
piena di grazia.
Ma tante sono le espressioni che si potrebbero citare, significative e cariche di suggestioni, perché il dialogo resta sempre intenso ed aperto, coinvolgendo il lettore, e si consegna alle immagini oltre che alle parole anche quando si va oltre la sfera familiare con rimando a peronaggi consegnati alla gloria: Pisacane, Antinoo, Manfredi, il tuffatore di Paestum.
E questo perché il poeta, sempre diverso e nuovo, sente il bisogno di spaziare nello spazio e nel tempo; di qui anche il richiamo alla Fons Bandusiae, alla città sognante di Lecce, a san Nicola di Tremiti e a tanto altro ancora.
Ma qui si potrebbe cominciare a raccontare daccapo seguendo un altro percorso e un altro ancora.
Noi, che come il poeta, abbiamo il senso del pudore, ci fermiamo qui!
