by Carmen Pafundi – Racconto
Per chi ha apprezzato, fino a commuoversi, il mio primo racconto, Il mare nel catino, amerà anche ABBRACCIAMI CON GLI OCCHI.
“Nascere gemelle, ma scoprire che una delle due è affetta da una sindrome rara che le toglie ogni capacità fisica e mentale, tranne che il dialogare con gli occhi.”
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Lucilla aveva da poco terminato una delle sue bambole di stoffa, da lei inventata e registrata con il nome di Clalla; a tutti diceva che era un acronimo del proprio nome e di quello di sua sorella gemella, Clara, e in parte era vero; ma era anche il nome con la quale sua sorella da bambina chiamava lei e una bambola dalle trecce rosse e le gambe lunghe lunghe. Fu un regalo della nonna paterna, Velia, la portò dalla visita a un santuario. “Sento che sarà una femmina, hai la pancia tonda”, disse alla nuora, quando ancora non si sapeva che sarebbero state gemelle. “E poi mi è piaciuta perché ha i capelli rossi”. I capelli rossi di quella bambolina, dagli occhi dipinti, attrassero entrambe le bambine, in modo particolare Clara, la più prepotente; Lucilla, taciturna e remissiva, si accontentò di un orsetto portatole dal papà; dall’insolito pelo azzurro e le orecchie arancioni, rifiutato da Clara dopo avergli staccato anche un occhio.
Lucilla diede un’ultima sistemata alle lunghe gambe imbottite di cotone artificiale della bambolina e alle treccine di lana rossa, che tanto le ricordavano la vecchia Clalla; poi, come sempre, da quando aveva deciso di creare la bambola, al braccio legò un cartoncino con il suo marchio e un messaggio che ricordava che tutto il ricavato della Bambola Clalla andava alla ricerca per le bambine affette della Sindrome di Rett. Sistemò la bambolina nella vetrinetta, insieme a tante altre, che con gli occhi di cotone azzurro, ricamati a mano, la fissavano in attesa di sorridere altrove. Fece un sorriso amaro, Lucilla, e pensò a sua sorella Clara.
“Clalla, Clalla!”, la chiamava correndo Clara, non lasciando mai la bambolina di pezza, mentre Lucilla, seduta in poltrona, accarezzava il suo orsetto senza un occhio e senza nome. “Clalla è più bella del tuo ossetto cileste!”. Lucilla accennava un sorriso e non le diceva nulla, tranne: “Stai attenta che cadi!”.
Clara iniziò a cadere, senza un apparente motivo, il giorno del suo quarto compleanno: non correva con Clalla né scappava da Lucilla, intenda a fare altro; cadde perché le mancò quella forza che giorno dopo giorno avrebbe perso, insieme alla capacità di camminare, ricordare quanto avesse precocemente fatto e imparato fino ad allora, compreso il parlare.
“Cos’è la sindrome di Rett, dottore?”, chiese impaurita la madre. “La mia bambina sta morendo?”. “In un certo senso… È una patologia degenerativa, irreversibile, del sistema nervoso centrale. Porta il nome dello scopritore austriaco, il dottor Andreas Rett, è anche conosciuta come la malattia delle bimbe dagli occhi belli, perché colpisce in larga parte le bambine e l’unico organo che non viene interessato sono gli occhi, il loro unico modo per comunicare”, disse quel giovane medico, che nulla del dramma che stava spiegando lasciò trasparire dai propri occhi, se non la freddezza di una diagnosi infausta imparata alla perfezione. “La gemella ha la stessa malattia?”, chiese il padre. “Se non presenta nessuno di questi sintomi e stando alle analisi… direi di no. Sì, fortunatamente, per voi, ed è cosa rara, avete una gemella che è sana”. “Un figlio, anche se gemello, non è il rimpiazzo di nessuno, dottore”, disse la madre, alzandosi dalla sedia con Clara fra le braccia, fattasi sempre più simile alla sua Clalla, di cui non riusciva più a pronunciare il nome né a sorreggerla o a indicarla; quando le cadeva, infatti, la raccoglieva Lucilla. “La porto io!”, le diceva prontamente, così come imparò a portare in braccio Clara, avendone cura come il suo orsetto dal pelo azzurro, le orecchie arancioni e privo di un occhio.
Così com’era stato pronosticato, di giorno in giorno, la piccola Clara regrediva in tutto quello che aveva appreso e il suo corpo diventava sempre più simile alla sua amata bambola di pezza, che cercava solo con lo sguardo, come ogni cosa. Gli occhi del padre, gli stessi delle sue gemelline, non riuscirono a reggere a quello strazio: con la scusa di cercare un lavoro più sicuro al Nord, per affrontare le cure, prese quell’intercity, Lecce-Milano, una sera d’Inverno e non fece più ritorno né diede più sue notizie. Fu sua moglie, Teresa, a prendere lo stesso treno e ad andare a cercarlo, appoggiandosi da parenti. Lo trovò in una trattoria di Milano, dalla quale uscì, abbracciato ad una donna incinta. “Che ci fai qua?”. “E tu?”. “Lavoro”. “Per chi, per noi, per Clara o per quella… che ti darà un figlio maschio, così non prende la stessa malattia di tua figlia?”. “Non ce la faccio, Teresa”. “E pure a crescere l’altra, che è sana, non ce la fai?”. Non si dissero altro, Teresa e Giovanni. Lei si volse e così anche lui.
Teresa, fatti pochi passi, fra le lacrime, decisa a prendere il primo treno per tornare in Puglia, ripensò a quella bella donna milanese, in abito corto, incinta, che sorridente si abbracciava al suo Giovanni. Si chiese se forse fu poco radiosa in gravidanza, ma solo spaventata di avere due gemelli e di come fare a crescerli? Quanto poco forse aveva abbracciato il suo Giovanni in gravidanza, perché si vergognava della gente? Quanto poco coraggio aveva dato per affrontare la malattia di Clara, la vita insieme, la vergogna di avere una figlia malata? Se era giusto il sentirsi solo lei in diritto di occuparsi di Clara e lui di preoccuparsi solo di portare soldi? Se avrebbe dovuto rincorrerlo quando, dopo un’ennesima lite, lui le rinfacciò: “Se fossero stati maschi, non sarebbero nati malati”. “I figli non li facciamo solo noi femmine, quando nascono femmine o malati”. “Mi sa di sì”, e dietro di sé chiuse la porta di casa, per non tornare più.
Tornò indietro, Teresa, e strillò: “Giovanni!”. Il marito si volse, e non solo lui; lasciò la compagna e restò a guardarla, mentre lei fece altri passi verso di lui. “Giovanni, ti prego, dimmi quando hai mai pensato: Signore, fa che muoia prima mia figlia e poi io, fa che non la lasci sola? Dimmi che l’hai pensato almeno una volta, e ti avrò perdonato”. Giovanni non rispose. “Dimmelo!”, strillò Teresa, facendo volare e fermare passanti distratti e indifferenti. Preso da vergogna, Giovanni, si volse e proseguì, confondendosi tra la folla.
Anche Teresa era stata una bella donna, tipica del Sud, nel temperamento, ma dal corpo tornito, ora smagrita e invecchiata, da tanta sofferenza e sacrifici, ricaduti tutti su di lei, la piccola Lucilla e l’anziana madre, rimasta vedova giovane.
Era un giorno come tanti, in un dicembre rigido, Lucilla e la nonna erano ancora a tavola a farsi confidenze, la mamma era andata a sistemare Clara per il riposo pomeridiano. Era ancora china su di lei, quando sentì un brivido pervaderla tutta e poi un dolore intenso al braccio sinistro che salì fino alla gola; non ebbe neanche il tempo di rendersi conto di cosa le stesse accadendo, di chiamare aiuto, ma lo percepì Clara che la mamma non stesse bene: la vide si stringersi la mano al petto, mentre lei sgranò gli occhi, come quando voleva fortemente qualcosa, aveva paura o un dolore, e solo la sua mamma sapeva comprenderla; quella mamma che aveva dedicato a lei la sua vita, le stava ancora dedicando ogni ultimo istante della sua giovane vita, non avendo ancora compiuto trent’anni; ma il suo cuore si stava fermando, perché affaticato e stanco, come lo era sempre lei, mentendo e sorridendo, soprattutto a Clara. Si accasciò sul letto, oramai senza più forze, consapevole che quella sua preghiera, di non voler morire prima di Clara, non si stesse esaudendo. Volse, infatti, a lei i suoi occhi spaventati; era tutto per lei il suo ultimo respiro, che le diede la forza di stringere la mano inerme e contratta di Clara, che rimase a fissarla con gli occhi suoi belli, colmi di lacrime e di parole non dette.
Lucilla tornò al suo tavolo di lavoro e su di esso accarezzò una scatola, di quelle che usava per confezionare Clalla, ma che ne contenevano comodamente due. Si andò a cambiare, tornò e riprese la scatola, per poi uscire. Si diresse all’Istituto dove, dalla la morte della mamma, era ricoverata Clara. Lucilla avrebbe tanto voluto occuparsi di lei, ma quando morì la mamma era minorenne e fu già tanto che rimase lei con la nonna e una zia. Fu straziante il distacco da Clara, quanto necessario perché ricevesse l’assistenza adeguata. Lucilla, da quel giorno non mancava un solo giorno di far visita a Clara; anche perché non aveva avuto la sorte di sposarsi, o meglio di sposare quella persona che credeva di essere ricambiata in amore.
Era prossima al matrimonio, quando scoprì di avere un tumore al seno, degenerato poi in cisti a utero e ovaie; le fu asportato tutto e con esso anche l’amore per lei, di Andrea. “Voglio, vorrei crearmi una famiglia e con te adesso…”. “E adesso non sei contento? È quello in cui hanno sperato i tuoi, in particolare tua madre, che temeva che potessimo avere una figlia malata come mia sorella. E ora può ben dire che lo sono anche io malata”. “È un pensiero tuo”. “Da mia sorella ho imparato a comprendere con lo sguardo. Non sai cosa hanno detto e non detto i vostri occhi”. “Sai com’è mia madre”. “Non sai cos’era la mia”.
“È tutto pronto, Lucilla”, le disse con un sorriso complice un’ausiliaria dell’Istituto. “Ha capito qualcosa?”. “Sai bene che non possiamo nasconderle nulla… Oggi è molto agitata”. Lucilla sorrise e strinse a sé la scatola. “Mi raccomando, non farti vedere”. “Sì”, disse Lucilla, quando fu nel parcheggio sul retro e si mise in disparte, mentre la sorella con la sedia a rotelle veniva caricata sul pulmino dell’Istituto. “È inutile che cerchi di sapere dove stiamo andando”, le disse l’ausiliaria. “Oggi siamo tutti muti come pesci, Clara!”. Una luce diversa s’illuminò nei suoi occhi, quando vide salire sul pulmino sua sorella Lucilla, per la gioia, come sempre, emise un suono amorfo, facendo andare a destra e sinistra la testa, che Lucilla prese fra le sue mani, per poi riempirla di baci sul volto. “Adesso andiamo in un posto dove non sei più venuta e dove io non sono mai più stata senza di te, la mamma… e papà”. Clara, che non poté capire quanto Lucilla le stava dicendo, continuava a dimostrarle con i suoni gutturali e il movimento della testa la sua gioia di vederla lì.
L’ausiliario portò agevolmente Clara dal pulmino alla spiaggia: la stessa, sulla quale aveva posato i suoi piedini esili e irrequieti circa quarant’anni fa, dando la mano a un impavido papà, mentre e lei, si teneva aggrappata alla gamba della mamma, perché aveva paura del mare. “Lucilla, vieni a papà”, la chiamava il papà, mentre lei si nascondeva ancora di più dietro la mamma. “Teresa, portala tu, dai!”. “Ha paura come me”. “Mamma!”, chiamava Clara, tenuta per la vita dal papà e sbattendo le mani e i piedini nel mare. “Clalla!”, le diceva, e quella fu l’ultima estate che le sentì pronunciare il suo nome, che la vide giocare nel mare.
Lucilla era pressappoco nello stesso punto dove si trovava quarant’anni fa, aggrappata alla mamma e da dove guardava Clara e il papà giocare nel mare. Si volse verso la sorella, lì alla sua destra, che stava guardando il mare, di cui forse non ricordava più nome e significato, ma che le piacesse quel suo ondeggiare era evidente, poiché lo imitava con la testa. Si avvicinò a Clara e si mise in ginocchio di fronte a lei. Sulle sue gambe posò la scatola e l’aprì: conteneva la vecchia Clalla dalle gambe lunghe lunghe e le trecce rosse e l’orsetto azzurro delle orecchie arancioni e senza un occhio, li aveva conservati entrambi in un baule, quando la sorellina non si ricordò più della sua bambola, così come dimenticò il suo nome. “Adesso dovete riposare. Quando Clara si sveglierà, torneremo a giocare insieme”.
Quel giorno di tarda Primavera era il loro quarantesimo compleanno e Lucilla volle festeggiarlo, come sempre con lei, ma portandola al mare e dandole in dono la sua bambola preferita. Certamente Clara non si era svegliata dal torpore che la malattia l’aveva costretta da quarant’anni, ma Lucilla, quanto la sua mamma, aveva la certezza che il ricordo di qualcosa di bello, di quando era bambina e sana, in Clara era rimasto. A quella Clara bambina, privata dei ricordi e prigioniera in un corpo contratto e deformato, Lucilla, dopo aver preso la vecchia Clalla e il suo malconcio orsetto, muovendoli gli cantò tanti auguri. Poi le disse: “Ti ricordi della tua Clalla?”. Clara restò immobile, ma aprì gli occhi, come se da essi fosse uscita una luce intensa. “È un sì?”, ripeté commossa Lucilla, mentre Clara muoveva gli occhi. Abbracciò forte la sorella, che non poté ricambiare, ma sentì i suoi occhi stringerla forte come nessuno mai, come solo Clara, da bambina, sapeva abbracciare forte a sé la sua amata Clalla.
– Fine –
in copertina Tamara de Lempicka, Il turbante verde, olio su tela, 1930
Ogni riferimento a fatti, luoghi o persone, narrati in questa storia è puramente casuale e di fantasia.
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Foggia, 4 settembre 2017
