1. Riccardo Achilli*

In tutto il processo di negoziazione europea legato alla regressione economica da pandemia (chiamarla recessione è riduttivo) occorre tenere conto, a mio parere, di un dato fondamentale. Nessuno mette in dubbio l’esigenza di un finanziamento comune per la ricostruzione economica post virus, che necessariamente implicherà sforzi di bilancio da parte di tutti. Questo principio l’hanno accettato anche tedeschi, olandesi e baltici. Il problema che impedisce, sinora, di trovare una soluzione operativa che sia all’altezza di questo principio condiviso è che tutti i leader al tavolo hanno la testa girata all’indietro, verso la loro capitale, verso i loro problemi politici interni. Conte, e per molti aspetti anche Sanchez e Costa, hanno bisogno di portare a casa una cosa che si chiami “coronabond” o “eurobond”, per non essere mangiati da un dibattito politico interno che guarda più agli slogan che alla sostanza delle cose (di fatto già oggi strumenti come Sure o i prestiti Bei, che sono stati accettati da tutti, al di là della loro idoneità tecnica, comportano l’emissione di bond europei sui mercati ed un qualche grado di condivisione dei rischi da parte degli Stati membri, ma non hanno la potenza evocativa, agli occhi delle opinioni pubbliche nazionali, degli eurobond direttamente emessi dalla Commissione Europea). Macron ha bisogno di affermare un principio di Europa solidale per poi scaricargli sopra una parte delle tensioni interne ad un Paese in forte agitazione per i progetti di contrazione del suo Stato sociale, una tensione che rischia di distruggerlo politicamente. La Merkel, Rutte, Kurz e gli altri gauleiter baltici hanno bisogno di tranquillizzare un opinione pubblica interna, nutrita a pane e razzismo contro i mediterranei, terrorizzata dall’idea di dover pagare per i debiti altrui (e così dovrà fare, se si vuole tenere in piedi l’euro, su cui la Germania ha costruito i suoi interessi economici). Anche perché la Merkel sta per entrare in campagna elettorale in una posizione di inaudita debolezza anche all’interno del suo partito, e Rutte fronteggia una situazione politica interna di marasma. Quindi sono gli interessi politico/elettorali e di carriera interni dei singoli leader seduti al tavolo, su questioni ideologiche e simboliche, oltre che su questioni pratiche molto rilevanti (le condizionalità del Mes piuttosto che la possibilità di ottenere una parte del futuro Recovery Fund a fondo perduto anziché a titolo di prestito) ad impedire un accordo complessivo e finale, a ritardare l’entrata in funzione di strumenti anticiclici che servono se sono attivati immediatamente, al fine di evitare un eccessivo sprofondamento della curva del ciclo, ed a minacciare la tenuta complessiva dell’eurosistema.Tali interessi personali sono alimentati elettoralmente da opinioni pubbliche nazionali che non hanno mai accettato l’idea di Europa, per il semplice ed ovvio motivo che tale idea non esiste. Non ha radicamento storico, culturale e nemmeno psicologico. L’Europa è una espressione geografica, e dovremmo tutti temere le lezioni della storia, quando si è tentato di dare contenuto unitario ad espressioni geografiche – vedi la Jugoslavia, l’Ucraina, la Libia, ecc. ecc – per cui sarebbe saggio retrocedere verso la messa in comune di meri strumenti di gestione di determinati rischi macroeconomici e di stanze di compensazione di negoziati commerciali, tornando alla sovranità nazionale. Tale retrocessione è impossibile perché la Germania, circondata dalla corona dei suoi Stati satellite, ha trovato convenienza economica anche a condividere moneta e politiche monetarie, oltre che industriali, fiscali e di coesione, e il ceto politico ed imprenditoriale italiano (ma anche quello francese, per molti aspetti) ha pensato di compensare la sua debolezza con il vincolo esterno e di premiare una borghesia interna stracciona con strumenti di governance non controllabili dai singoli Parlamenti nazionali. Ma è impossibile anche un ulteriore avanzamento della costruzione comune, pena una potenziale nuova tragedia continentale. In questo stallo, persino soluzioni tecniche relativamente semplici (io stesso sarei in grado di fare un progetto preliminare per un Recovery Fund) diventano pressoché insormontabili, nel vuoto che si crea fra interessi personali interni ed esigenze comuni, rischiando, alla lunga, di creare lo scenario ad oggi più probabile: che vada tutto in vacca in una implosione incontrollata e non governata dell’euro.

*economista