LUCIO TUFANO
VERSO LA PARATA DEI TURCHI 5)
Il potere fertilizzante della luna alimenta la febbre della terra che dalla Candelora ha già avviato nuova linfa alle radici. È per questo che hanno lo spirito nel legno i lauri, i bossi, i salici e nel fuoco crepita e si contorce il sarmento: l’aroma delle resine che bruciano di sera a rievocare le divinità agresti. Un antico legame dell’albero col fuoco nel folklore e nel rito della rigenerazione. Nutre le zolle il potassio della cenere. Un boscaiolo mulattiere sporco di radici e di peli, dalla rude apparenza silvestre rappresenta la tradizione dei legnaioli e dei carbonai. Dalla fine del Medioevo rivivono nelle feste e nelle sfilate di Carnevale e dei Turchi le ascendenze lontane degli uomini dei boschi, come coloro, che provengono dai miti e dalle leggende: Chiodd Chiodd, ù muzz, Civuddine, Schiff, Trenta carrine, zòca zòca,
Vi è grande confusione nelle strade del centro. Deprecabili, affascinanti ed ammirevoli le antiche usanze. La folla tumultuosa del contadiname, in abito di velluto o in costume che emana odore di sudore, di stalla e di percalle, si riversa lungo la via Pretoria a condividere i lazzi volgari e pittoreschi e gli sberleffi. Accompagna quella sarabanda infarcita di turpiloquio e di risate, l’assordante ritmare di tamburelli il fragore delle trombe, il chiasso vociare, il brusio dei fischietti, lo scoppio dei petardi e il malinconico, disperato strimpellare di suonatori ambulanti e con le grida dei venditori di “andriti”, noccioline e castagne secche, prugne e carrube, di frutta e verdura, di olive e gassose, peperoni sottaceto e acciughe. Cortine di fumo acre si levano dai falò che ardono e danno bagliori ai muri. Tra i fischi assordanti, dispettosi e irriverenti dei trainieri e alla “caprara”, si avvicendano i primi cavalieri. Vale per la memoria del tempo remoto, ma vale per i tempi recenti, per chi vede crescere attorno a sé i vecchi borghi, i rioni e la città e di essa è partecipe con il ricordo olfattivo, visivo ed auditivo.
“Se la primitiva vis formativa d’una città è innata e presenta quei caratteri genetici che le derivano dal suolo , dalla natura, dalle condizioni metereologiche, dal clima, dalla latitudine, dalla situazione orografica, che saranno fondamentali per l’ulteriore sua evoluzione, che sono acquisite in tempi successivi” e che riguardano la sua cultura, le sue tradizioni, e la sua teatralità, il suo modo di essere, i suoi personaggi, le sue maschere, … i suoi sapori, i suoi fatti e racconti… Storie di città antiche fatte di colori ed epoche, epopee e gonfaloni, governi, monarchie e repubbliche, costumi preziosi e parate militari, piazze del mercato con gli imbonitori urlanti e tendoni, fiaccolate, processi e fuochi di artificio. Ognuno di questi segni non è a caso, tanto per divertirsi, ma per richiamare l’attenzione, della folla in un preciso argomento. Ora si riaccendono le insegne, le vetrine, luci calde a caratteri grossi e bianchi, le salumerie, le drogherie, i bar ei caffè le gioiellerie, le cattedrali delle banche moderne che diffondono una luce rassicurante, i palazzi, l’illuminazione dei fanali, le automobili.
Ora arrivano trafelati
La ragione prima di tante facce mimetizzate non può che essere una sola: la volontà di ottenere l’abolizione o sospensione della personalità nativa; l’assunzione volontaria di un’identità diversa, non riconoscibile, e tale da conferire a chi la porta una caratteristica del tutto nuova quasi sempre conturbante o perché grottesca o perché minacciosa e con una qualità super o sub-umana e magica. Anche le figure di un premio come quelle famosissime della Perugina, dove il feroce Saladino venga sostituito dal gran turco, e poi il principe, i turchi i mulattieri, gli angioletti sui cavalli, San Gerardo, la nave, il carro, San Gerardo di Marmo, il Duomo, la mano benedicente con tre dita, San Gerardo nero, etc., possono rappresentare quelle più importanti per il numero di punti assegnati a ciascuno di esse. L’etichetta, e più in generale la confezione dei prodotti sono state a lungo considerate dai pubblicitari come uno spazio aperto, fatto apposta per dare sfogo alle proprie doti di estro fantasia e tecnica grafica, di cultura e di Folk. Un teatrino delle marionette: Sarachedda, l’uomo tubo, chiodd chiodd, miseria, e il “gioco del Gran turco” una bella mappa del tragitto per la città con la partenza e l’arrivo, le soste, i ritorni le penalità da pagare e le caselle premio. Una città, insomma, fondata dai turchi, un sultanato, che avrebbe dovuto chiamarsi sultania e che invece si chiamò Potenza proprio per significare la forza virile dei suoi abitanti, l’imperante maschilismo, la potenza del principe, il potentato dei suoi notabile e dei suoi cittadini borghesi, il sultanato e il potentinato delle contrade, la vastità, la estensione delle proprietà e la sfera di competenza della giurisdizione? Gli uomini sono taciturni, ombrosi, proprio come i turchi e i commercianti di un tempo con le papaline e le pantofole, con i baffi e il sigaro in bocca nella penombra delle botteghe, dietro i banconi, o appena percettibili tra gli scaffali e gli stigli, facevano parte di una razza antica, metà bianca e metà musulmana, ai quali piaceva tanto usare il linguaggio sussurrato e osceno, di fare sommesse proposte lusinghiere, la profferta lasciva alla serva del ragioniere o alla ragazza che entrava per una matassa di lana o un rocchetto di filo cotone. È il debutto dell’anonimato popolare: mulattieri, trainieri e boscaioli, che hanno indossato maschere grottesche come usbergo, e perché hanno facce annerite, baffi posticci e barbe finte, l’espressione gaglioffa. Una ingenua fedeltà alla leggenda, con costumi ricavati dalle scorte di teatri nazionali o di Cinecittà, con modelli delle rassegne epocali. Era opportuno invece riprendere i cafoni e i loro muli, in una scorreria di strade, vicoli e rioni, compiuta dai lazzaroni delle contrade. E perché i turchi arrivano di notte. Maschere turbanti e cimieri: è d’uopo qui ricordare anche la maschera rinascimentale del buffone, la narrenkappe, il cappuccio del pazzo, dalla forma appuntita e dalle orecchie asinine, che simboleggia lo scherzo, il bizzarro, la pazzia che usavano i buffoni e i giullari. Protetto dalla narrenkappe al buffone era consentito ogni irriverenza verso il padrone, grazie alla immunità che gli era consentita dal cappuccio. Questo accade anche al camuffamento turchesco che in una serata di brio e di libertà può giocare una finzione guerresca del sadismo invasore che insidia le porte e le finestre. Il gran turco è il jolly del nostro gioco urbano, la maschera principale del nostro folklore. Ironia e solennità contadine ormai occupano la città.
