RICCARDO ACHILLI economista
Cercherò di essere molto sintetico e di esprimere per punti alcuni aspetti essenziali che, specie da sinistra, andranno analizzati come effetto della crisi economica in atto.
– Questa crisi, per ampiezza della recessione, impatto globale sull’intero pianeta e conseguente danno occupazionale, anticipa, come fosse una sorta di prova generale, l’enorme disoccupazione tecnologica globale che viene annunciata con la rivoluzione cibernetica, e che cancellerà milioni di posti di lavoro, prima di generare l’ondata shcumpeteriana di creazione di nuovi lavori legati all’innovazione stessa;
– ci impone quindi ragionamenti di riforma complessiva del Paese che avremmo dovuto comunque fare nei prossimi anni. In particolare, ragionare, in forma ovviamente efficiente e proattiva in termini di possibilità di inclusione socio-lavorativa, di un reddito universale per una disoccupazione non facilmente riassorbibile, di sussidi specifici alla famiglia, di formazione continua obbligatoria per tutti i lavoratori e pagata dallo Stato, di ridisegno, all’interno dei CCNL, dei tempi di lavoro per includere quote di formazione on the job, diventa non più un tabù, ma una esigenza;
– ciò implica anche un ragionamento interno al sindacato sulle forme nuove di rappresentanza per le nuove forme di lavoro: smart, delocalizzato, senza più un legame fisso fra orario e retribuzione, inevitabilmente ampiamente precarizzato. Occorrerà, anche con l’aiuto della tecnologia, andare a cercare questi nuovi lavoratori, costruire piattaforme rivendicative all’altezza dei loro bisogni specifici, non ridurre tutto soltanto ad una richiesta, in parte anacronistica, di stabilizzazione tout court;
– i vecchi schemi con cui si guardava al mondo sono infatti saltati. Di fronte al repentino peggioramento dei livelli di domanda interna e dei saldi di finanza pubblica in tutto il mondo, anche nei Paesi “virtuosi”, parlare di “austerità”, di percentuali rigide ed aprioristiche (peraltro prive di qualsiasi calcolo scientifico) nei rapporti fra deficit o debito pubblico e Pil è diventato anacronistico;
– è evidente, ed in fondo è la filosofia stessa del Next Generation Fund, che l’uscita dalla crisi e il recupero di saldi di finanza pubblica equilibrati passi per il tramite del denominatore dei suddetti rapporti, ovvero dal Pil. E che per fare ciò occorre tornare ad investire, scorporando dalla spesa pubblica la componente comprimibile, perché spesa primaria che può essere messa in efficienza, e quella da far espandere, perché legata agli investimenti. E’ altresì evidente che i soli investimenti privati, in un mondo in cui molti sistemi bancari, ivi compreso il nostro, hanno subito processi di degrado della qualità dei loro asset creditizi in seguito alle crisi del 2008 e del 2011, ed in cui la rendita finanziaria è più appetibile rispetto al profitto di carattere produttivo, non potranno farci uscire dal tunnel, senza essere accompagnati da robusti investimenti pubblici. Tali evidenze stanno facendo breccia nella “battaglia delle idee”: prova ne sia che il Patto di stabilità è stato sospeso per il 2020 e lo sarà anche per il 2021, e presumibilmente, quando tornerà, avrà una versione profondamente modificata rispetto a quella del passato;
– insieme a ciò, si prende sempre più consapevolezza del fatto che il ritorno a tassi di crescita rilevanti dipende da asset strutturali strategici che hanno il connotato di essere beni pubblici, ovvero indivisibili, non escludenti e collettivi rispetto al loro consumo e che per forza di cose devono avere una gestione prevalentemente pubblica, superando il vecchio concetto di gestione privata vigilata dal soggetto pubblico: l’educazione, la formazione continua, la ricerca di base e fondamentale, i beni ambientali fondamentali (acqua, aria, suolo e sottosuolo), l’energia, i trasporti e le infrastrutture (il ponte Morandi sta lì a testimoniare il fallimento di un modello privato “vigilato”) e, non meno importante, la sanità. Ciò implica un complessivo ridisegno della frontiera fra pubblico e privato (convenzionato o meno, no profit o profit) che, negli ultimi 30 anni, si stava spostando sempre più a favore del secondo. E che forse va rimessa indietro, riportando verso la gestione pubblica alcuni asset fondamentali;
– in tal senso, la crisi del Covid ci mostra con chiarezza come il confine fra pubblico e privato sia sensibile e vada rivisto, rispetto ad alcune ortodossie ideologiche del recente passato. I Paesi, come USA, Brasile o Gran Bretagna, che, in ossequio ad una logica neoliberista, hanno preferito privilegiare le libertà private, ivi compresa quella di impresa, sulla tutela del diritto pubblico alla salute, hanno dovuto affrontare una diffusione dell’epidemia ben più grave rispetto a Paesi come l’Italia che hanno fatto una scelta diversa, senza particolari benefici economici differenziali.
