di VALERIA IANNUZZI
Alda Merini, la signora dei Navigli, la poetessa della follia: un personaggio su cui si è a lungo discusso e si discute tuttora, una donna che ha attirato i riflettori su di sé e sulla sua vita, piena di vuoti, di lontananze e di sofferenza. E’ proprio quest’ultima, o meglio, il modo in cui l’ha affrontata, che rende Alda poetessa e donna ricca di una forza straordinaria. Vivere un grande dolore ed affrontarlo, sempre con grande dignità, senza mai rinunciarci, ma anzi, indagandolo, approfondendolo.
Alda Merini ha sempre sofferto di una forma di bipolarismo, un disturbo comune che si manifesta con improvvisi e costanti alterazioni dell’umore. A causa di ciò fu internata in manicomio diverse volte durante la sua vita: la prima a sedici anni, ma per un lasso di tempo molto breve. Nel 1961, invece, durante un periodo di forte stress psicologico e di problemi economici, ebbe una forte crisi che indusse il marito a chiamare l’ambulanza, non curante di ciò che sarebbe successo. Secondo la legge n.36 del 14 febbraio 1904, che riguarda le disposizioni sui manicomi e sugli internati, “debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa di alienazione mentale quando siano pericolose a sé o agli altri e riescano di pubblico scandalo”. E’ questo il motivo per cui Alda Merini fu internata. Inoltre, ella non avrebbe potuto ribellarsi alla decisione presa del marito, dal momento che l’autorizzazione maritale, all’epoca ancora vigente, sanciva l’inferiorità della donna rispetto all’uomo all’interno del nucleo familiare e dunque, in questo specifico caso, l’impossibilità per lei, donna, di prendere una decisione. Quella stessa sera, la poetessa fu internata nel manicomio “Paolo Pini” di Milano, senza potersi ribellare: “Fui internata a mia insaputa. […] Credo che impazzii sul momento stesso […] Non era forse la mia una ribellione umana?”. Il marito, qualche giorno dopo l’accaduto, la andò a prendere per portarla a casa, ma Alda Merini, come più volte affermò nelle sue interviste, decise di non muoversi da lì: “avevo capito che il vero nemico era mio marito, e poi, io ero così debole e confusa che a casa non avrei potuto fare niente”. Incredibilmente, nonostante i traumi che subì i primi giorni, col tempo riuscì a trovare una sorta di equilibrio all’interno del manicomio: “così, per lunghi anni, mi adattai a quel mènage veramente pazzesco. […] Dopo un po’ di tempo cominciai ad accettare quell’ambiente come buono, non mi rendevo però conto che andavo incontro a quello stesso fenomeno che gli psichiatri chiamavano ospedalizzazione, fenomeno per cui rifiuti il mondo esterno e cresci unicamente in un mondo estraneo a te e a tutto il resto del mondo”. Alda Merini, nel suo piccolo mondo circoscritto, quello del manicomio, isolata dal mondo, dalla quotidianità milanese, dalla sua famiglia,
