ANGELA MARIA GUMA
Per romanizzazione si intende il processo di integrazione delle popolazioni soggiogate ai Romani, dai quali ricevevano nuove leggi, riti e costumi che, spesso, non cancellavano le antiche usanze e tradizioni religiose locali, ma semplicemente vi si sovrapponevano adattandosi a ciò che era in contrasto con le leggi e gli usi di Roma. Il termine definisce dunque il lungo processo di assimilazione o di acculturazione grazie al quale tutte le aree geografiche e le popolazioni via via entrate nell’orbita di Roma ne subirono l’influenza, adottando forme di organizzazione del territorio e istituzioni politiche, civili e religiose ispirate al sistema di vita associata propagato dai Romani.[1] I rapporti di Roma con le singole numerose popolazioni, dapprima italiche poi dell’intero bacino del Mar Mediterraneo erano regolati dal Senato e da trattati che determinavano la condizione dei popoli subordinati, solitamente a seconda del tipo di rapporto stabilito con gli interessi di Roma. Si distinguono in tal senso popolazioni dediticie e foederate.
Le prime, sconfitte a seguito di guerra, accettavano la resa e le condizioni imposte dal Senato, che si riservava la proprietà del territorio e della popolazione; le seconde, in virtù di un antico rapporto di alleanza e di pace con Roma, erano considerate come alleate, dovevano quindi fornire aiuto all’esercito e, in cambio della protezione e supervisione politica, avevano diritto all’assistenza militare romana: si trattava in buona sostanza di una federazione con lo stato romano. Queste ultime popolazioni conservavano la proprietà dei loro territori e il diritto di governarsi con una certa autonomia, come nel caso dei Salii, e di Vercellae, ovvero l’attuale Vercelli, in grazia, probabilmente, di un patto di antica data. In quest’ultima città, infatti, non si verificano centuriazioni con espropri e ridistribuzioni di terre così come invece accade nelle aree dei Salassi o ad Ivrea. Si può pertanto affermare che la vera e propria romanizzazione dell’Italia non è mai stata ottenuta militarmente. Le città ed i popoli sono certo stati conquistati in un contesto bellico, ma una volta subentrata la pace imposta dai vincitori, i vinti conservavano appunto la maggior parte dei loro usi, e da nemici diventavano alleati, anche se nel passaggio avevano perso non pochi uomini, uccisi o asserviti, e se spesso una parte del loro territorio era stata requisita e ridistribuita. La romanizzazione non interveniva che in un secondo momento, attraverso un processo di integrazione economica, politica e culturale che si svolgeva in un arco di tempo comprendente più generazioni. [2]
Le prime città sottomesse da Roma nel corso della sua espansione in Italia assumevano la condizione di municipio, cioè godevano di autonomia amministrativa e i loro cittadini avevano il diritto di fare affari e di contrarre matrimonio con i cittadini romani. Erano però sottoposti anche agli stessi oneri verso lo stato che spettavano ai cittadini romani (compresa la partecipazione alle guerre) senza poter influenzare minimamente le decisioni politiche non avevano il diritto di voto (civitas sine siffragio). In realtà i diritti e i doveri dei municipi venivano decisi caso per caso, e giunsero a comprendere tutte le prerogative della cittadinanza. Tutti avevano il dovere di fornire contingenti militari e questo era il vantaggio principale per Roma, il cui esercito verso la metà del III sec. a.C., era composto per lo più dalla metà degli alleati. In secondo luogo, le diverse condizioni più o meno vantaggiose, in cui si trovavano i popoli sottomessi, indeboliva la possibilità che si coalizzassero contro Roma, maestra nel seguire il principio divide et impera; rimanendo fedele all’alleanza, una città ed un popolo poteva anzi sperare in una “promozione”, cioè ad esempio aspirare al passaggio dalla cittadinanza senza suffragio alla cittadinanza piena. Si può pertanto affermare che il processo di romanizzazione che precedette di molto l’integrazione politica, venne favorito dalla rapida adesione delle élite al modello romano, ma anche dal realismo politico dei Romani che seppero mantenere il quadro identitario dei popoli sottomessi ed integrarli nelle nuove forme di potere. In conclusione, la romanizzazione in quanto fenomeno evolutivo e diversificato che interessò la maggior parte dei popoli sottomessi da Roma, può essere definita come una trasformazione più o meno profonda delle società indigene a seguito dell’assimilazione di una cultura straniera. Essa inoltre si manifestò come un processo complesso nato dall’incontro fra due culture e non si limitò a una semplice acculturazione imposta dal vincitore.
[1] G. SOLFAROLI- CAMILLOCCI 1998, pp. 300-3002
[2] M. Torelli- M. Menichetti, 2001, p. 239.
