A proclamare il primo maggio festa mondiale del lavoro era stato il congresso di Parigi della Seconda Internazionale nel 1889.
In Basilicata sono i primi nuclei socialisti che si fanno portavoce, alla fine del diciannovesimo secolo, di tale ricorrenza. Già durante i moti popolari del 1898, quando la disoccupazione ed il rincaro del pane avevano spinto le masse a rivoltarsi, infatti, si ha notizia di manifestazioni a Potenza, tendenti a festeggiare il primo maggio, poi puntualmente interrotte dalla forza pubblica.
In tale periodo, del resto, nel capoluogo sono attivi i primi gruppi del socialismo potentino. Alla fine del secolo, infatti, dopo Matera ed Irsina, anche a Potenza erano sorti i primi circoli socialisti intorno ad esponenti del ceto borghese: gli avvocati Ernesto Ciccotti e Francesco Magaldi, il professore D’Errico, il medico Gavioli, il ragioniere Errico Poppi, lo studente universitario Raffaele Pignatari, quello liceale Fittipaldi, il parrucchiere Vincenzo Satriani.
Ettore_Ciccotti
Ed erano stati proprio i socialisti potentini che avevano tentato il salto di qualità fondando, nel 1898, il giornale “L’Alba” definito “Giornale socialista dell’Italia meridionale”.
Con l’allargarsi del movimento socialista lucano, specialmente dopo il primo Congresso Regionale del novembre del 1902, al quale avevano preso parte 23 delegati in rappresentanza di 12 circoli, 9 leghe ed una cooperativa di consumo, anche la ricorrenza del primo maggio si espande sul territorio regionale, inizialmente con una partecipazione non proprio numerosa ma poi sempre con maggiore coinvolgimento.
La stampa socialista, “La Squilla lucana” ed “Il Lavoratore”, infatti, danno notizia delle varie feste celebrate in moltissimi centri della regione, da Potenza a Matera, da Melfi a Viggiano, mentre anche paesi più piccoli, come Barile, Atella, Ripacandida non vogliono mancare alle celebrazioni con cortei imponenti, bicchierate, balli e fuochi pirotecnici.
Ma la diffusione è ancora tutt’altro che capillare, concentrandosi, in realtà, nei due centri urbani (Potenza e Matera), nel Melfese, roccaforte della corrente “intransigente” del Partito guidata da Attilio Di Napoli, e in tutti quei Comuni dove l’amministrazione è in mani socialiste (Irsina, Viggiano, Palazzo S. Gervasio, etc.).
E tuttavia, a scorrere le cronache dell’epoca, l’imponenza di alcune manifestazioni colpisce per l’alta partecipazione popolare, favorita da cooperative e leghe contadine, e per le modalità dei festeggiamenti.
Così nel 1911 circa 3.000 persone festeggiano a Melfi dove l’amministrazione comunale socialista, dopo aver illuminato a giorno il Municipio, dispone la chiusura di scuole ed uffici. Tre anni dopo sono 4.000 i partecipanti al primo maggio potentino arricchito da comizi, balli e merende nella villa di S. Maria, senza dimenticare i consueti fuochi d’artificio.
Alla festa non mancava, poi, la partecipazione della banda musicale che, per l’occasione, suonava l’inno del socialismo lucano composto nel 1907, così come non mancavano le cosiddette “bicchierate”, tenute, tuttavia, attentamente sotto controllo per evitare che la festa potesse degenerare con conseguente intervento della forza pubblica.
Tutte le organizzazioni di partito e le associazioni dei lavoratori erano direttamente impegnate per la buona riuscita dei festeggiamenti che, naturalmente, rappresentavano l’occasione per veicolare messaggi di propaganda e di pedagogia politica, oltre che per pubblicizzare i cavalli di battaglia del socialismo come la riduzione della giornata lavorativa a 8 ore ed il suffragio universale.
Il bisogno di identificazione era supportato da segni distintivi come il fiore rosso all’occhiello, la bandiera, la cravatta anch’essa rigorosamente rossa: tutto diventava importante per distinguere il militante dal semplice spettatore.
Ma il rosso non era il solo colore ammesso. Affianco al rosso “fiammante” delle bandiere dei Circoli e delle Avanguardie socialiste vi era il verde di quelle di alcune leghe di contadini: tutte erano orgogliosamente ostentate negli imponenti cortei che sfilavano lungo le vie cittadine per, poi, concentrarsi negli spiazzi deputati allo svolgimento della festa.
Naturalmente le feste dei lavoratori spesso non erano ben viste dal “padronato” locale che, come ad esempio nel Melfese, tentava di boicottare l’iniziativa offrendo, proprio in quel momento, giornate di lavoro ai braccianti da lungo tempo disoccupati.
Così come non sempre la festa sarà al riparo da scontri e violenze che la coinvolgeranno in momenti particolari della nostra vita nazionale come la guerra in Libia. L’avversione socialista alla politica bellica, ad esempio, verrà presa a pretesto dai nazionalisti, nel 1912, per rovinare il clima del primo maggio a Potenza e Melfi dove si registreranno scontri con alcuni feriti.
Il tema della pace sarà un punto fermo nelle manifestazioni della festa dei lavoratori, a puntualizzare l’enorme distanza dal ceto borghese e dai suoi valori. Così nei festeggiamenti del 1914 la propaganda politica contro la guerra costituirà il tema centrale della riflessione politica, contribuendo ancora di più ad accrescere l’ostilità dei padroni.
Un’ultima annotazione. Nel 1913 il primo maggio incomincia ad essere festeggiato anche dalle forze cattoliche lucane, con una caratterizzazione religiosa ed il coinvolgimento delle strutture parrocchiali, anche se la festa continua ad essere, per qualità e quantità, ancora predominio dei socialisti.
In definitiva, dunque, la celebrazione del primo maggio in Basilicata, nella sua duplice accezione di festa popolare e veicolo di propaganda politica, rappresentò, a cavallo di due secoli, una delle prime occasioni in cui i lavoratori festeggiavano se stessi, il proprio presente e la speranza in un futuro migliore, mostrandosi fieri delle proprie peculiarità e della propria identità.
