di GERARDO ACIERNO
Sentii bussare alla porta di casa. Aprii senza far ricorso allo spioncino. Era Egidio, amico di vecchia data. Lo trovai un po’ invecchiato. Almeno così mi sembrò. Non ci vedevamo da un po’. Quando lo invitai a sedersi pensai che aveva superato i sessanta. Ne ero certo perché siamo nati nello stesso giorno ma non dello stesso anno. Sono di un anno più giovane, io. Era un po’ invecchiato e la prima cosa che mi disse fu: “Non lavoro quasi più. Tiro avanti grazie a matrimoni, battesimi e comunioni. Per la verità questo succede sempre più di rado.”
Qui, nei paesi del profondo sud italiano ad una cerimonia si preferisce avere ancora ‘l’orchestrina’: il cantante, la fisarmonica, il violino per le grandi occasioni, il sax, la batteria e la chitarra. Il mandolino obbligatorio se uno dei festeggiati ha origini napoletane.
Egidio ha sempre suonato la fisarmonica. Negli anni buoni ha guadagnato tanto, ma ha pure speso tantissimo. Ha, insomma, largamente scialacquato. Quando iniziò il suo declino, musicale e finanziario, cominciò a invecchiare in fretta. Quella sera comunque fui felice di vederlo, di sentirlo, di abbracciarlo. Parlammo a lungo e bevemmo molta roba. Avevo nella credenza una buona scorta di biscottini. Mangiammo i biscottini accompagnandoli con calici di rosso di Venosa.
Egidio mi raccontò le ultime sulla sua vita matrimoniale finita male. E delle dita della sua mano destra che stavano giorno dopo giorno irrigidendosi sempre di più.
Mi disse di aver cambiato opinione politica. Era passato sull’altra sponda. “Ho fatto il salto della quaglia” -aggiunse- “L’uomo forte è la soluzione giusta per questo nostro Paese.” Mentre parlava, beveva di continuo. Più beveva, più le parole gli uscivano di bocca senza interruzioni o intoppi. Nonostante tutto io ero felice di ritrovarmelo di fronte. Avevo acceso un bel fuoco nel camino e fuori pioveva una bellezza. Poi, quando si fecero le undici, disse che se ne doveva andare. La pioggia così insistente mi spinse a dirgli che volevo accompagnarlo. Sotto l’ombrello, diretti verso casa sua, ai nuovi quartieri – io avevo casa nell’antico vicolo del centro storico – parlammo degli amici e del paese. Né gli uni né l’altro ci piacevano più. E almeno su questo ci trovammo d’accordo.
A quell’ora trovammo il Central bar ancora aperto. Dentro c’era luce soffusa e s’intravedevano ombre. Egidio volle entrare. “Ti offro un caffè e l’ammazzacaffè. Che dici?” Accettai.
Giovannino il barista sonnecchiava sul gomito destro poggiato a una maniglia della macchina da caffè. Due clienti, al bancone, si parlavano uno sull’altro e ogni tanto si rivolgevano a lui per una conferma o una smentita. Il barista scuoteva il capo senza aggiungere altro. Un uomo e una giovane donna bevevano birra straniera al tavolo nell’angolo. “Questo è l’ultimo posto dove non si trovano mai risposte alle domande né verità da portare in giro” disse Egidio. “Dovunque ti giri – continuai – vedi persone deluse, arrabbiate, sconsolate.” “C’è povertà, amico mio” – disse Egidio – “e nessuno lo ammette.” Poi mi chiese: “Ma tu sei ancora comunista?” “Non c’è più il Comunismo” – risposi un po’ urtato mentre sorseggiavo un buon caffè – “È crollato nel 1989! Avevamo quarant’anni, allora. E tanti sogni in testa”. Uscimmo.
Aveva smesso di piovere. La piazza rifletteva luci tremolanti dalle sue numerose pozzanghere. “Prima o poi me ne andrò da qui. Andrò a Roma o a Bologna” disse Egidio – da quelle parti forse si può ancora suonare qualcosa in giro.” “E le tue dita?” chiesi preoccupato. Si guardò le mani, articolò a fatica le dieci dita: “Ce la fanno, ce la fanno ancora”.
Arrivammo all’altezza del campo sportivo. Era tutto buio. Sentivamo i nostri passi e le nostre voci. Si abbassò di colpo la serranda di una finestra. Ci spaventammo entrambi. Quando imboccammo il vialetto lungo il quale sfilavano gli ingressi delle casette nuove ci fermammo. Restammo per un attimo in silenzio. Poi gli dissi: “Fatti vivo prima di partire.” Ci scambiammo la buonanotte e io tornai nel mio vicolo del centro storico del paese. Dappertutto si annusava un forte profumo di lavanda. Così mi sembrò mentre infilavo la chiave nella toppa della porta di casa. Eravamo invecchiati per davvero, altrimenti avremmo fatto giorno come mille volte nel passato, pensai.
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