di ROCCO PESARINI

 

 

Mi sembrava di vivere in uno di quei film hollywoodiani che tanto mi piacevano e che, da allora, vedo con diffidente timore misto a prudente scaramanzia.

Andavamo a fare la spesa con mascherina e guanti, non riuscendo, spesso, nemmeno a riconoscerci per un “Ehy ciao! Come stai?” e tornando a casa come se fossimo scampati ad una battaglia ferale in un a guerra che qualcun altro aveva dichiarato per noi (ma a pensarci, tutte le guerre sono dichiarate da qualcuno per qualcun altro).

La gente cantava o suonava sui balconi; la musica, il teatro, l’arte, la letteratura si diffondevano e si condividevano in “streaming”.

Giorno per giorno portavamo il conto (triste) di morti, contagi e guariti.

Gradualmente potemmo iniziare ad uscire di casa gradualmente prima di tornare a gironzolare liberamente.

Ogni “tot” giorni l’allora Presidente del Consiglio  (ve lo ricordate? Si chiamava Giuseppe Conte ed era diventato il sogno proibito di tantissime italiane) si collegava con il Paese in diretta televisiva e facebook e illustrava i contenuti di quei “cosi” chiamati DPCM (che stava per Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri): ogni DPCM aveva piccole concessioni o prevedeva nuove misure.  

E per ogni DPCM di Conte c’erano quelli che si dichiaravano entusiasti e felici di averlo come Primo Ministro; quelli che fingevano di non capire ciò che diceva perché dovevano poi commentare simpaticamente sui social; quelli che capivano ma contestavano a prescindere perché dell’opposta fazione politica e quelli che, poveretti, veramente non capivano e dovevi spiegargli cosa si intendesse per “congiunti” o per “autocertificazione”.

Ma ora che tutto è passato ed è lontano nel tempo, ora che quel periodo è l’ennesima annotazione nei libri di storia di un fatto accaduto con tutte le sue possibili mille interpretazioni e centinaia di retroscena, l’unica immagine che mi ritorna in mente di quel periodo è quella di una comunità che non era comunità, di una Nazione che non era una Nazione, di un Popolo che non era un Popolo.

Frazioni contrapposte, gruppi rivali e clan nemici, gente che si puntava l’indice o il dito medio, gente stipendiata il 27 contro partite iva, evasori contro contribuenti, complottisti contro tuttappostisti, insomma tutti contro tutti.

Ci raccontammo tante cazzate in quei giorni, in quei momenti.

Iniziammo a dirci che sarebbe andato tutto bene, che saremmo usciti, oltre che di casa, oltre che fuori dalla pandemia, migliori di come il virus ci aveva scovati.

Tutte cazzate.

Già in quei giorni iniziarono (o continuarono fate voi) le rese dei conti, le amicizie infrante, i “distanziamenti sociali” (ma erano già anni che la gente viveva distante, divisa, separata) e le “prese di distanza” virtuali e fisiche.

Non andò affatto tutto bene, non ci andò nulla bene.

Sopravvivemmo al virus, certo. Ma non riuscimmo a sopravvivere a ciò che, già da tempo, forse da sempre, eravamo diventati: egosti egocentrici, distinti e distanti, individualisti e menefreghisti.”

 Riflessioni in ordine sparso14 GENNAIO 2047