É una notte calda di Agosto. Il centro storico di Potenza brulica di gente, c’é luca, musica e parole in ogni angolo. É la Notte Bianca del Libro, nella sua prima edizione, abbiamo tutti qualcosa da fare e vogliamo che la serata riesca al meglio.

Abbiamo avuto dal Comune l’uso di piazzetta D’Errico, abbiamo ricreato un angolo di oasi nel deserto, acceso candele e lumi evocativi, steso a terra tappeti. Leggeremo poesie arabe, racconti ambientati in quel mondo magico, brani tratti dal Cantico dei Cantici. Bravissime ballerine di danza del ventre sono pronte a deliziarci con i loro intermezzi voluttuosi e affascinanti. Stiamo aspettando che arrivino i fratelli Fedele, generosissimi tecnici pronti a venire da Tricarico a portarci l’attrezzatura per l’amplificazione. Mi squilla il cellulare. É Paolo Fedele, che mi annuncia “una sorpresa”.

“Sai chi c’é in macchina con noi?” Non ne ho idea, rispondo. “C’é IL MAESTRO INFANTINO! e abbiamo anche una chitarra, nel bagagliaio!” Perfino dalla voce si percepisce il rispetto, la stima, la deferenza che i giovani di Tricarico – e per essi dell’intera Basilicata – hanno per Antonio Infantino.

Un miracolo, per noi. Il maestro viene fatto accomodare in un angolo confortevole della piazzetta, e passa tutta la serata con noi, ascoltando le nostre poesie arabe, godendo – speriamo – della luce soffusa delle candele e degli ancheggiamenti delle giovani ballerine. Non suona, quasi non parla per l’intera serata, ma la sua sola presenza, con quel copricapo ieratico di cotone che lo fa somigliare per metá ad un Gesú anziano, per metá a Gandalf, sono una calamita irresistibile per il pubblico, che si ferma, gli parla, chiede un autografo e scambia due parole.

Dissolvenza, cambio di scenario. Oggi, sono al tavolino di un bar con quattro studenti universitari, con i quali sto lavorando ad un bel progetto per la cittá. Uno di loro riceve un whatsapp, lo legge ed impallidisce. “É morto il maestro Infantino”, mormora con autentico cordoglio. Ancora una volta, mi sbalordisce la popolaritá di un artista cosí atipico fra i molto giovani, che tutti pensano – a torto – privi di riferimenti personali e culturali. La riunione si scioglie, nessuno riesce a credere ad una notizia cosí triste.

Antonio Infantino é stato il nostro Bob Dylan. La sua biografia racconta di una vita spesa per la cultura, architetto, musicista sopraffino, storico e profeta della tradizione culturale della parte piú vera della Basilicata, continuamente riletta e reinventata. Oggi che non c’é piú, a me resta il ricordo di quella fortunata, magica serata, nella quale ho potuto scambiare con lui qualche frase, poche parole, fatte cadere lentamente, proprio come ci si aspetta da un profeta.

Buon viaggio, maestro. Che la luce della tua musica ti accompagni per sempre, i tuoi lucani da oggi sono un po’ piú poveri, e soli.

(la foto di copertina é di Donato Montesano, la foto interna é di Lorena Vaccaro)