TITO SPINELLI
STRATIGRAFIE LINGUISTICHE NELLA SECONDA STAGIONE POETICA DI ANTONIO LOTIERZO
Della prima fase delle poesie di Antonio Lotierzo – in particolare con le sillogi Il rovescio della pelle (1977) e Moritoio marginale (1979) – gli studiosi hanno avuto modo di occuparsi con puntuali ricognizioni, assieme all’obiettivo di tradurne la rispondenza a innovativi procedimenti tematici, oltre che sperimentali. Tematici per una più ancorata situazione col mondo d’oggi; sperimentale per talune arditezze compositive, in cui il verso accede a letture alternative. Segno che la sua poesia, per quel tanto di irriverente e di dissacratorio a grado contenutistico, offriva e ancora offre con spunti di riflessione che sono poi sfociati in validi contributi, tuttora coinvolgenti per la loro attualizzazione. In questi anni Lotierzo
A un primo esame si coglie una sostanziale diversità con le prime raccolte, nel senso che,, se non è cambiata la poetica, è mutata la poeticità, ossia il metodo di porgere il verso in scansioni più delineate, dal ritmo meno eversivo, quantunque gli argomenti affrontati non esulino dalla sua personalità, ormai affinata e distinta.
L’universo di Lotierzo è a un tempo rustico e urbano, insorgenza conflittuale di temi che si inflettono, dando alle sue poesie una tutela diadica, fra l’io personalizzato dal ricordo e l’io frammentato nella realtà quotidiana. Se la campitura di alcune liriche è paesisticamente lucana e riferita a una percezione adolescenziale del mondo originario, altra denota avvisaglie di pretta marca metropolitana, così come avvenuto a chi non si è del tutto sciolto da quel primigenio nucleo di radicate suggestioni al quale ha prestato adesione non arcadica, ma il reimpasto di un lievito fermentante di umori più virulenti. La coscienza poetica di Lotierzo è perciò aperta a plurimi irraggiamenti che paiono statuirsi in contrapposizione, mentre si rinvengono saldamente uniti:blocco di un disegno unitario che dà sostegno alla sua versione di essere poeta. Per converso egli realizza altresì una specie di impegno civile, adoperando “ l’inflizione della memoria e della prescienza dell’istante”, attraverso l’intrusiva complicità della parola, compiegata dapprima a necessità di osmosi fonologica, quando non de costruttiva, e adesso risolta in tessitura più solare, e perciò con la riduzione di uno stile provocatoriamente antiaccademico. A ciò si aggiunga il ritorno al dialetto, come riappropriazione di una loquela non perenta e che trova nei suoi versi, a specchio delle liriche in lingua, fraternità di convergenze locutive. Quindi non poeta dialettale, ma poeta che adopera il dialetto quale istanza suppletiva a quella in lingua, come si è già potuto rilevare in Profilo storico della poesia dialettale lucana dal Cinquecento a oggi ( Francavilla sul Sinni, Capuano,2001), in cui Lotierzo figura nella schiera di quanti fanno del vernacolo una creativa fruizione esistenziale.
Formulati tali preliminari, che vogliono essere segnali di informazione generale, le raccolte Golfo di sogni inquieto e Vetri riflettenti aggiungono spie di più partecipata lettura al mondo tratteggiato da Lotierzo, quasi che egli, messo da canto il gusto dissacratorio dello strumento linguistico, applichi nuovi ricorsi o teoremi sul piano ispirativo. E su di questi, pertanto, che dovrà essere portata la nostra attenzione non per stilare giudizi, bensì per produrre filtri di distillate letture per chi si accosti alle sue liriche; le quali non potranno essere poste a confronto con le raccolte degli anni passati perché autonomamente distaccate e con una notevole presa d’atto della realtà, insieme con parametri linguistici di diversa valenza e impostazione.
La curiosità che più spinge il critico è come il nostro abbia maturato il convincimento di tornare in modo organico e referenziale alla poesia (salvo episodi isolati cui si è accennato), per chiedersi: se la prima esperienza continui in queste ultime due sillogi o se un nuovo amalgama sia venuto a indiziare un diversificato modo di proporsi. Perciò sia Golfo di sogni inquieto, sia Vetri riflettenti vengono ad attuare, della loro lettura – ma altrettanto nella ri-lettura – la maniera dell’autore nell’aver attenuato certo sperimentalismo, nato in un coagulo di anni, dove appariva più sistematico lo stacco con la tradizione, almeno nei corredi espressivi delle forme attuali e con lo stravolgimento dei vincoli stilistici. Cenacolo di rappresentazione anarchica e anche pittorica, che trovò applicazione nei nuovi poeti lucani antologizzati in varie occasioni, i quali, liberandosi della influenza localistica,sono riusciti a dismettere una divisa emotiva “regionale”, per lo più accostata a rivisitazioni scotellariane, per appaiarsi, al contrario, a un reticolo di sentimenti scissori, tali da educarli alla compresenza di altre realtà creative in campo lirico-semantico, avviando così una forte de-provincializzazione delle tematiche, nonché delle impalcature stilistiche ed espressive nelle quali essi innervano un approccio ribellistico e, per molti aspetti, sottoposto alla implicita reinvenzione della parola.
Maratea
L’immensità riduce a falce
le anse del tuo mare
arabo di pietre elise.
L’acqua sa di fredda neve
e nei mobili colori combatte
soave l’arsura del sale.
Non fosse per le alte canne
l’antico maleficio non saprei
dove, accecata serpe di tombe,
marcisce Blanda con cupo fragore.
Ma è speranza la tua saggezza
per noi distesi alla gaia sabbia
né specola d’amore t’arde
fra ignoti seni e labili presenze.
La strategia che informa le composizioni di Golfo di sogni inquieto si rifà dunque a un marcato processo di oggettivazione e di soggettivazione, tecniche deputate per filtrare i momenti in cui vengono incardinate le impressioni da far rifluire nel processo alchemico del verso: che si apre a ragioni di varia psicologia indotta e dedotta, rimessa sul filo delle circostanze e delle intuizioni immediate, o illuminazioni, tanto per allestirne il perimetro ispirativo. Ovviamente larga parte viene acclusa al mondo intimo del poeta perché qualsiasi autore che confligga con la poesia ha in genere due postazioni di riferimento: l’io cosciente (fanciullescamente incosciente) e l’attorno. L ‘io cosciente séguita rielaborazioni conflittuali, spesse volte formulate nell’idillio, oppure al rancore o alla malinconia; l’attorno è l’altro, quasi sempre drammatico e rivelatore; in altre occasioni assediante e infido, però sempre assorbito dall’io che presiede alla scrittura. Qui non si tratta di impiegare parole come “demiurgo” o scomodare il subconscio, sibbene sostantivi definitori in linea con l’inventario dei differenti lessemi che racchiudono la rifusione dell’attimo, le esperienze irriferibili sul piano della comune oralità, sensazioni trascorse con la velocità della luce. Così, nell’accostarsi alle varie tematiche impresse nella raccolta, è possibile separare per blocchi le ragioni positivamente irrazionali nel suo porsi al cospetto del mondo e di se stesso, quando si tratta di dare alle pulsioni ispirative effusione lirica da concretare in scrittura.
Rosa agostana
La rosa agostana l’incantava.
A noi appena alzati mio padre
crettose e la felice stanchezza
che l’aria terrigna offre alla vita.
Senza rimproveri, la posava
alla residua foto,
a fronte al candeliere,
di Graziella e andava su a lavarsi,
dove la luce apre labirinti di pelle
e dimentichi le domande senza risposta.
Vendetti quella terra. Un lembo di dolore,
dispersi nei vortici
urbani quei trenta denari.
Ancòra la memoria offre gesti
né una tregua viene,
in un lampo, a dare acqua a quei solchi.
Le tre sezioni, che intervallano la raccolta, sono distribuite secondo sviluppi formali e sensitivi, escludendo ogni finalità classificatoria, Materia e altri ricordi (1990-93), Responsoriale, Revuote ( Rivolti), con le prime due in lingua e l’altra in dialetto. Le poesie della prima sezione decantano per lo più un contesto per un attimo sparito e in seguito riacquistato col sortilegio della parola. La certificazione è proclamata: “Caso il mondo,caso io stesso,vaso/ umido di chiarore disperato./ Mi aprii all’andare della terra.”//(Origini). Concetto con più immessa sindrome elegiaca in La rosa agostana, nella quale ritorna lo slargo paesano elevato a simbologia mnemonica, intenerita dalla figura paterna: “La rosa agostana l’incantava. A noi appena alzati mio padre / la mostrava a trofeo nelle mani crettòse” (…). Materia che attrae una confessione più aderente al sorgivo spasmo veritiero: “Non la condizione mi pesa/ di pungenti giorni inesausti/ al vento dell’esistere “(…)(Il fuori di sé). Poesia, questa,con nozione programmatica al fine di percepire il fluire dei giorni, reso più complesso dalle domande in esse infisse, a guisa di aculei e con finale ellittico, però con forte egemonia persuasiva. Se poi la lettura si appiglia a una lirica “solare”, come Maratea, il taglio paesaggistico inerisce a forme di acculturata sovvenenza, per cui l’intero traliccio soggiace a un ritmo che recupera i precisi segni della modalità poetica lotierziana: l’uso dell’iperbato, quello descrittivo e dell’afflusso verbale, e l’altro oppositivo. Tre livelli che alimentano il finale conchiuso con “ Ma è speranza la tua saggezza / per noi distesi alla gaia sabbia / né specola d’amore t’arde fra ignoti seni e labili presenze”//. Con altra tipologia la seconda sezione, Responsoriale, per innesti di situazioni, per allunghi soggettivi e contrapposizioni circostanziali. L’arte, ovvero il modo di piegare la fattura del verso a un ricamo amalgamato e, quindi, più penetrativo, offre al lettore varietà di agganci, se la poesia accede a tali ritrovati. In questo modo soccorre alla maniera di Lotierzo una quantità di timbri, non solo linguistici, ma anche di forza interiore nei testi proposti. Intanto sussiste ancora la vena idillica o ruralistica, con a lato quella metropolitana. C’è l’identificazione del nòcciolo problematico accanto alla scissura dell’io; c’è il sentimento attonito mescolato alla crudezza del reale. Ingredienti che abilmente sottratti a formule col locative, congiurano col lettore per sensazioni talvolta estetiche, talaltra emotive; sicché il dato funzionale dell’intera sezione si viene a realizzare secondo una specularità assai ampia, in particolare dove il dichiarato e il sottinteso filtrano attraenti ricami locutivi. Se Responsoriale adduce al significato di “Antifonario”, non sorprende che una composizione come Illusioni assuma di per sé valenza ideologica, quando “ Le speranze tarpano l’anima, / l’animale insegue il risibile./ Le previsioni non mi sorreggono/ più, fantasmatico niente / di cui conservo il vuoto dorato (…); mentre l’impaginazione strutturale assume diverso avvio allorché “ una materia si organizza da sé / la crescita di un cristallo a strati, / la mica che ripete i suoi messaggi / e tanti replicano la loro storia inconscia.// (High-Tech). Entrambi i testi fluidificano il loro rilievo nell’ ”Essere io in Tutto, unione di materia e deità / mi penso in uno slancio onnipotente.” (La comprensione). Qui è Lotierzo cosmico e sottilmente religioso che, mediante la perifrasi descrittiva, abbina interrogativi nel proporsi a se stesso e al lettore, al quale rimette lo stesso convulso quesito. Anzi diremo che l’anelito metafisico e il fascino dell’oltre sconosciuto lo tallonano da presso, cadenzando illusioni e ansiti misterici.
Ma ciò che predomina nella raccolta (d’altronde un vocabolo come Golfo non inclinerebbe a scenari di aperto respiro?) attiene alla dinamica panoramica, al sentimento di pacatezza che rifluisce nella diserzione feriale, sostenuta da un’impercettibile ironia, proprietà spesso presente nella maniera comunicativa del poeta di Marsiconuovo. Perciò parecchie liriche si attestano nel circuito dello sguardo ricognitivo, per lo più estivo e con qualche composizione in paesaggi assimilabili al lascito familiare, anch’esso non inevaso nella sua scrittura. Come in Acquetta tirrenica in cui la grazia dei “goffi bambini”, uccelletti avvitati negli scomposti lenzuoli, colorati di morbida spugna, attenuano l’incipiente temporale; o la leggerezza concertata con un descrittivismo non lezioso, come La bouganvillea violetta, dal felice attacco: La buganvillea violetta, sposata ai circoli degli insetti (…); oppure Amori con guardone, in cui il paesaggio viene accluso alla coppia in amore, inserita “Dove il paesaggio si fa più brullo / s’inerpica sentiero fra le fragole/ dei faggi, profumo delle capre irsute, osservanti ebeti i nostri amori (…). Né si sottraggono da questo inventario dello sguardo Distesa estate e Platani: Pigra l’estate snocciola lenti giorni / che dal fresco alito dell’albe / a vampeggiare meriggio si svolgono fra sabbia e cuore, ombra e sudore (…). E ‘ un Lotierzo scaltrito nella elaborazione del verso e in taluni virtuosismi lessicali, traccia di una appassionata filologia che investe percorsi riconducibili a modelli riplasmati in modo del tutto personale e riavvolti nella sua coscienza come un magma che rapprende se stesso nella ricerca di effetti stilistici, oltre che rappresentativi; a meno che non ci si voglia riferire a specimini con i quali colloquia il suo animo nel momento che la sensazione si snoda in furtiva agglomerazione di sapienziali forme di offerta verbale, nell’intreccio di versi accostati a sofisticate risultanze. Nondimeno, se da un lato il clima ispirativo “mediterraneo” viene riscattato dalla banalità della vacanza (fisica e non spirituale), Lotierzo tiene sempre presenti i legami affettivi che rinvigorisce con la emissione dei sentimenti, combinata con la genitura estetica, là dove la misura dell’umano si istalla nella rievocazione o nell’attualizzata modifica dell’istantaneo. Si allude in particolare a l’ Indesiderato, la cifra più sentita sul piano della sensibilità paterna e su quella del nato-breve, destinato a una rapida scomparsa. Lotierzo evita la trappola dell’immedesimazione religiosa e si racconsola con la morte attraverso l’accettazione fatalistica, spia di matrice demotica del saper vivere e di saper attendere l’ineluttabile. Viene altresì da richiamare Ilaria per la quale “ la bambola costruiva un sacro spazio, un infaticabile racconto (…), per riferirci a una lirica di pregnante fattura amorosa come Miele d’amplessi, dalla postura appassionata nella sua dinamica e che comunque evita ogni frustrazione del banale per aprirsi invece allo sconcerto del dopo amore. E si potrebbe continuare con altri rimandi, tutti da circoscrivere entro la largizione dell’impianto veritiero dei sentimenti espressi o inespressi.
Accanto vanno individuate alcune liriche che definiremo “civili”, come La società multietnica, Paure razziste, o anche di costume, quale Docenti; mentre Le cicale di Castrocucco, a metà fra esposizione localistica e pensosa considerazione del divenire, si staglia per certa ferrigna eleganza, quasi a fare della casualità una neutra distrazione, che però non è tale, ma luogo ove s’infrena lo sguardo, oltre i consumati rituali di un effimero sballo vacanziero. A parte i vari frammenti lirici, qualora si voglia ridurre la raccolta a un tutto omogeneo, va da sé che tale eventualità s’intende scartata, essendo ogni testimonianza poetica provvista di autonoma referenza. Altro discorso per la varietà dello stile, per l’impiego del lessico o delle rimodellate figure retoriche, per le assonanze fra vocabolo e vocabolo e , soprattutto, per l’intensità che può promanare dalla lettura di un testo scelto a caso. Ed è questo assunto che viene partecipato al lettore: cioè un panorama allestito nelle diverse composizioni, la cui struttura propende per la diversità, quantunque si avverta una calibrata educazione appercettiva. Ne è infine la prova Responsoriale, esito in cui si articolano i momenti del divenire poetico, la cesura fra il parlare utile e quello del ciarlìo disutile, l’uscita della parola abitudinaria e quella sospesa in uno stacco temporale; per cui questa lirica sembra riassumere lo spartito dell’intera silloge. Se Lotierzo trasmuta l’invocazione per farla diventare materiale appigliato a un sentire da nobilitare e che, in pari tempo, lo nobilita (“ Dio di colpa, come un artigiano mi lavori la mente coi tuoi brividi, accompagni di scrupoli le mie azioni (…)” ,la formula si avvolge a un rimosso conflitto fra lo spirito indecifrabile e l’annessione verbale, chiamato a dirimere un contenzioso così elevato, che se non esistesse, non supporrebbe neppure l’atto poetico.
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Baudelaire sosteneva che si può vedere molto di più attraverso una finestra chiusa che non per una aperta. Paradosso per paradosso, quest’altra raccolta di Lotierzo, Vetri riflettenti (2000), riprende di certo da altra angolazione , un uguale assunto, quasi che la fragilità del vetro familiarizzi con quella della scrittura, sempre in bilico nel divenire eterna Fenice. A fronte del precedente lavoro,i temi sono vincolati, con immutato assenso, al mondo che l’autore interpreta e di cui si fa portavoce, smussandolo col proprio io riflesso; e ciò vale come parentela col titolo stesso, nella coscienza e oltre, s
Con misura attinente al divertissement, I gatti di Giovanna, dall’assortito rimario, tanto da inerire a una cantilenante lettura: scherzo poetico che nelle sue pieghe immedesima tratti molto vicini al coagulo fiabesco: La Giovanna aveva neri gatti / solerti e bianchi qua e là fruscianti,/ saltanti con una mamma briccona / di venti erano diventati senza dispersione.// Lotierzo stipula un gioioso contratto con le leggi naturali che, quantunque violate, hanno sempre la possibilità e la forza di annullare le dirompenti devastazioni dell’uomo, l’ottusa difesa dello spazio quanto a consuetudine della proprietà e la cattiveria di chi scorge negli animali una disdicevole invasione. Classificheremo questa poesia come “ballata”, non nel termine retorico, ma in quello che una qualsiasi notazione accattata per caso, riesce a prodursi in incipit per un motivo di partecipata bonomia. Se poi si vuole individuare note di disaffezione per taluni aspetti del paesaggio lucano – montano o marino – non si possono trascurare le composizioni che ne riannodano il ricordo (Dove il mare bagna il Pollino, Passaggio per Potenza), il quale, oltre a interpretare con penetrante metafora (In lindi cerchi e lucore di vento / l’erta Potenza disperdeva sogni e me vagabondo) i catafratti limiti che bloccano il suo sguardo, rimedita su lieti trascorsi di allegre brigate.
Lo stesso Lotierzo vi è stato inserito per le otto poesie a corredo di Golfo di sogni inquieto, con la sezione Revuote ( Rivolti). Intanto c’è da sottolineare che, similmente alla maggior parte dei poeti neodialettali , egli evita gl’incagli del bozzettismo tipologico e fisiognomico, che invischia molte delle liriche in vernacolo. La dura trafila della lingua gli ha, quindi, consentito un approccio del tutto rigenerato con l’eloquio nativo che pertanto esce arricchito sia per svolgimenti tematici, sia per prosieguo strutturale, quasi che il dettato della sua parlatura continui, in clausole più sunteggiate, il groviglio delle sue pulsioni. Ma è principalmente per una diversa modellatura spirituale dei luoghi originari nell’inflettere attrattive, il cui dispiegarsi non ha nulla da spartire col bucolico, e che piuttosto proietta una natura che effigia altri volti, con uomini cambiati nel carattere e nelle costumanze. Lotierzo prende atto di tale mutamento, così da far accordare il dialetto al sentimento del disagio e da proporzionarlo alla ristrettezza di taluni profili mentali. Ecco in tal modo Llavij (Elogi ipocriti), mentre Ndacche ( Intaccature), Na faccia re cuorne (Una sfrontata) si attagliano a contrappunti gnomici. Altrove, in L’uommene nun so’ cilorfa (Gli uomini non sono neve sciolta), emerge il pacato rimprovero per chi crede, o s’illude, di capire il suo paese in un battito di ciglia; paese – quindi allocazione topografica – che si sdoppia fra antico e moderno (Paese a doppie), col contrapporre i vetusti agglomerati, densi di domestica storia, alle attuali abitazioni che non sono neppure prolungamenti della loro intrinseca natura. Amarezza che sta a significare la sconfitta che perfino la poesia è incapace di salvaguardare, benché affettuosamente incardinata nella loquela intra moenia, che pure deve servire a rammagliare i fili di una dispersa concordanza di voci. Così Ahere (Agri), dall’impronta ricordevole e che sembra riprendere qualche intonazione sinisgalliana. Ma se l’esperienza del poeta di Montemurro si delineava appresso l’excursus edenico del favoleggiato reperimento geografico, qui Lotierzo saggia una diversa stagione e agita uno staio da cui filtrano esili sementi di attonito recupero. Per cui: “ N’ha viste re cose st’acqua / ca chiane chiane scivuglia ra i vosche / e, ra Lama fin’e calanche re Policore, lassa na scia re piskune lisce/ ca brillane comm’e stelle ndo cièle.//
Di qui un’apertura fra passato e presente, il primo evocato con pudore, il secondo trattato con rammarico. In questo modo il poeta riconquista uno spazio familiare nell’uso accorto di uno strumento verbale oppositivo alla lingua, rifoggiato per ripristinare un dialogo, tentare di ricucire una solidale parentela nei valori ormai inficiati o ripudiati da forme esistenziali, che non introducono più i diversivi del fanciullo. E con maggior strazio in A’ fundana ndo vosche (La fontana nel bosco) sunto della propagazione di un veleno istillato nelle vene della nuova generazione, impedita dalla droga di vedere il luogo natale come estrema àncora di salvezza del maleficio generalizzato. Esperienza continuata in Vetri riflettenti con sei testi: Mo’ e tanne; Esercizie in “sc”; Sierpe,Rosa r’ auste; Aggruvegliate cumme nda nuttata. Qui il “nostalgico” Lotierzo (definizione poco adatta per un autore che nutre la sperimentazione nel sangue) convoca il dialetto a forme di contrastivi effetti fonici, come in Esercizie in “sc”, in cui i vocaboli inseguono velari, palatali e fricative, di adirata semiologia comunicativa che però non vanifica l’accesso al movimento locutorio, dal deciso marchio paesano. O come Aggruvigliate cumme ‘nda nuttata ( Arricciati come a notte), che arresta in tempera invernale il serrato ricetto di un luogo, emblema di dimenticanza che ricopre ogni cosa e che si chiude con sferzante moralità. Così il sonno iemale non partorisce mostri, solo forme interlocutorie per un futuro meno arcigno.
LOTIERZO Antonio ,(Marsico Nuovo,1950) ha perseguito tre filoni di ricerca e creatività: storia moderna, antropologia e forme letterarie della poesia. Ha studiato in un liceo classico di Taranto e Sala Consilina; si è laureato a Napoli in Filosofia nel 1972, in Archivistica nel 1975 ed in Sociologia nel 1977; poi ha insegnato nei licei di Viggiano, Marsico e S. Arcangelo dal 1976 al 1988, poi ha diretto varie istituzioni scolastiche, da Cassano a Torre del Greco a Napoli (1989-2014).
Ha pubblicato, nel 1980, l’analisi letteraria “La parola e i frantumi”, insieme a “La poesia in Basilicata” (con R. Nigro) ( Forum,Forlì) ed, in un collettaneo a cura di A. Cestaro , “Il concetto di religione popolare in Ernesto De Martino e Gabriele De Rosa” (Ferraro,Napoli).
Nel 1983 presentò uno studio sul folclore lucano,interpretato come visione del mondo, in età positivistica: ”Antropologia e cultura popolare. La Basilicata di Michele G. Pasquarelli”(Manduria); promosse la pubblicazione di un saggio di F. Ianneo, con prefazione su “ Antropologia della festa e storia sociale” e la riedizione di Valinoti Latorraca su F.Petruccelli della Gattina (Porfidio,Moliterno).
Dal 1979 al 1982 diresse la rivista “Nodi” e collaborò a “Basilicata” di L. Sacco. Nel 1984 curò le edizioni d’arte “Visioni di Basilicata”, con una saggio sulla cartografia storica (Napoli) e collaborò al volume di N.Calice “Porco e aglianico” con un intervento su “L’alimentazione nel folclore” (Rionero, Calice ed.)) e promosse e curò nelle edizioni ‘Nodi’ un saggio di G. Colangelo :“Parrocchie in Val d’Agri”(Porfidio, Mol.), da lui introdotto con una sintesi della storia diocesana.
Nel 1985 pubblicò “San Gianuario. Agiografia e folclore” (IGEI,Napoli) e “Spinoso. Nelle pietre,la storia”. Nel 1986, in una collana della Edisud curata da L. Reina, pubblicò la monografia “Giacomo Racioppi” (Salerno).
Nel 1988 F. Noviello, pubblica un suo intervento su “Antropologi a confronto: la morte dai simbolismi mitico-rituali all’enciclopedia folclorica. Da E.De Martino a L.Lombardi Satriani e M. Meligrana”(BMG,Matera).
Nel 1989 pubblica il complesso volume “Tempo e valori a S. Cipriano d’Aversa” (Arte tipografica, Napoli).
Nel 1993 curò l’edizione ampliata dell’antologia “Poeti di Basilicata” (Forum,Forlì) e pubblicò la “Toponomastica di Marsiconuovo” (con resa dialettale di Maria T. Greco (Zaccara,Lagonegro). Nella rivista “Basilicata” pubblicò articoli su D. Scafoglio e Pulcinella e l’altalena; su G.B.Bronzini; su A.Pierro; su R.M. Fusco; su S. Pagliuca.
Nel 1994 Maria L. Spaziani gli assegnò il Premio Montale 1994 per la silloge “Materia ed altri ricordi”, pubblicata nel 1995 da V. Scheiwiller (Milano). Nel 1996, per un convegno di letterature popolari, curato da D. Scafoglio, esce l’intervento su “Racconti erotici lucani” (Napoli, Esi). Per la poesia dialettale, ha curato la regione Basilicata, nell’opera Dialect Poetry of Southern Italy, edita nel 1997 da Luigi Bonaffini a New York, ed.Legas (contiene poesie di A. Pierro, V. Riviello, M. Romeo, A. Lotierzo, R. Brindisi) .
Nel 1999 pubblicò il saggio “Statuti, bagliva e conti comunali” (RcS,Napoli) . Nel rovescio della pelle”, “Moritoio marginale”, “Golfo di sogni inquieto”, “Vetri riflettenti”) in “Poesie 1972-2000” (Napoli, Dante e Descartes).
Nel 2012 uscì il saggio letterario “Suonaci una poesia, Yzu”, sul poeta performer Francesco Albano,con riflessioni sulla condizione esistenziale del poeta nell’età della globalizzazione.
Nel 2015 ha pubblicato “Io tengo un organetto. Canti eleuterici”, studio su testi inediti lucano-cilentani, raccolti dalla voce di A. Fortunato, in cui si discutono le componenti ironico-comiche ed il dionisiaco nel canto meridionale (Delta3, Grottaminarda).
Nel 2017 ha dato alle stampe, presso Di Buono di Villa d’Agri, il saggio “Marsicensi: nell’Europa moderna” che raccoglie i suoi studi trentennali in una monografia che si offre, verso tutti, come esempio moderno di storiografia e sintesi archivistica, in cui emerge la storia economica dai bilanci e dalla tassazione fino al valore delle fiere e della transumanza ed alle forme precapitalistiche; dal ruolo del vescovo verso i borghesi ed il clero ricettizio all’emergere di massari e ceto civile fino alla svolta napoleonica ed alla varietà delle ideologie risorgimentali che ruotarono intorno al ceto dei proprietari terrieri divenuto dominante nello stato sociale.